Mia madre, di tanto in tanto, mi metteva il vestitino della festa per
andare al paese vicino, a piedi, a fare visita ad una vecchia zia. Zia che io
cordialmente detestavo per il fatto che lei cuciva, e mi faceva pantaloncini
con una sola tasca, la destra, poiché sosteneva che i bambini non dovevano
tenere le mani in tasca. Ancora lei, diceva, per evitare le brutte abitudini,
quindi bastava una tasca sola, quella per metterci il fazzoletto. Io ne avrei
volute non una, ma quattro, di tasche. Avevo tante cose da metterci dentro…..palline
di vetro, una scatoletta con un povero grillo per dimostrare agli amici che non
avevo paura a manipolare quell'insetto, sassolini bianchi e neri, la fionda, e
chissà cosa mai avrei trovato ancora d’importante da infilare in quelle tasche.
Però non fu caso che me ne facesse un’altra così che mi sentii per molti anni
come un mutilato di qualcosa di importante. Da lì il mio risentimento. Un
giorno, dopo la visita alla zia, sulla via del ritorno, prima di uscire dal
paese, c’era un negozietto che dava sulla strada. In quel punto mia madre
incontrò una signora, e mentre stavano conversando, senza un argomento preciso
parlando, parlando e parlando, come fanno spesso le donne, io mi avvicinai alla
umile vetrina e tra le diverse cose di poca importanza esposte spiccava un
cavallino di cartapesta montato su una tavoletta di legno con quattro rotelline
e un gancetto per attaccarci una cordicina. Sul cavallino si accentrò tutto il
mio interesse e la mia fantasia infantile cavalcavo con lui per valli, campi e
pianure infinite raccogliendo prodezze lungo il cammino. Stavo montando il mio
Pegaso e cieli, mari e montagne non erano ostacolo alcuno per il mio fantastico
volo. Mi sentivo libero e felice. Nel momento che stavo galoppando sul mio
cavallino e vivendo le mie avventure, la voce di mia madre, che mi invitava a
proseguire, mi distolse dal mio sogno. Con l’espressione supplicante le dissi
di comprarmelo il cavallino, le dissi che costava poco, solo una lira, mi disse
che non poteva, che non aveva la lira. Non capivo, non conoscevo allora il
perché della mancanza di quella modica moneta nel borsellino di mia madre. Solo
molto tempo dopo conobbi la realtà del perché non c’era in quel momento tale
disponibilità. Riprendendo il cammino verso casa le mie lacrime lasciavano il
loro segno, al mio passaggio, sulla strada polverosa. Con l’immagine fissa
nella mia mente, e nel mio cuore, di quel cavallino dentro la vetrina, e io con
il naso schiacciato sul vetro, con infantile golosità e l’espressione di
rinuncia del bambino povero di fronte al giocattolo caro.
17 de noviembre de 2011
16 de noviembre de 2011
IL FANTASMA TIRASASSI
“Giacomino vuoi
dirmi finalmente ciò che ti succede da un po’ di tempo a questa parte, cosa che
ti si vede in faccia e non puoi più nascondere?” Con queste parole si rivolse a
lui la madre, essendosi resa conto del cambio di suo figlio nel comportamento e
nell’umore che non erano gli stessi del suo essere abituale. Era scontroso, di
malumore e non si alimentava come di solito soleva fare, sereno e con buon
appetito. La madre indagava il motivo di tale cambio in suo figlio con il modo amoroso
che solo le mamme sanno fare in certi momenti con i figli. “Hai problemi sul
lavoro, hai litigato con la Nina, la fidanzata, che cos’hai?” insisteva la
madre. “Niente mamma, non succede niente né sul lavoro né con la Nina”. “Allora
cosa passa in questi ultimi tempi nella tua vita che non ti si riconosce più
nel tuo modo di fare, nel tuo comportamento. Ti senti male? Vuoi farti vedere
da un medico?” “No! No! Non succede nulla, passerà” e con ciò usciva di casa
lasciando senza chiarire quel suo comportamento anomalo. Aveva perso la sua
baldanza, era pallido e dimagrito e ciò era motivo di preoccupazione per i suoi
familiari. Giacomino, giovane venticinquenne, con la Nina faceva piani per
sposarsi in breve tempo. Anche lei si era resa conto del deterioro fisico del
fidanzato, del resto non aveva nulla da lamentare, il buon comportamento verso
di lei era costante. La sera rientrato a casa dal lavoro si lavava, si metteva
indumenti puliti, cenava e poi andava dalla fidanzata. Essendo corto il
tragitto per raggiungere la casa di Nina quasi sempre calzava delle pantofole
piane, così si sentiva più comodo che non con le scarpe. Percorreva la distanza
su una strada inghiaiata e ritornava a casa già tardi, a notte fonda, nel
silenzio totale predominante nelle notti dei paesi di campagna.
In questo tratto di strada erano sorti tutti i mali che Giacomino stava
soffrendo. Sentiva, in quel tragitto, che qualcuno gli tirava sassi sulla
schiena ma non vedeva ne sentiva la presenza di nessuno vicino a lui per
spiegarsi il fenomeno. Invaso dalla paura si lasciò andare pensando a qualcosa
di soprannaturale; a un fantasma.
Non trovava altra spiegazione e, più ci pensava, più scivolava in uno stato
emozionale dal quale non riusciva a trovare una spiegazione, un’uscita razionale;
inoltre il suo orgoglio non gli
permetteva di confessare ciò che gli stava succedendo che a poco a poco
lo portava verso il panico. Gli effetti di questo stato d’animo non poteva
nasconderli, dissimularlo, e dava luogo che i familiari pensassero che il suo
equilibrio mentale potesse soccombere, e decisero per conto loro di scoprire la
causa che affliggeva Giacomino e causava malessere e preoccupazione a tutti
loro. Decisero di pedinare, con discrezione, i suoi passi e investigare i suoi
contatti personali con amici, parenti e conoscenti. Sul posto di lavoro, nel
calzaturificio, tutto si svolgeva con normalità, con le sue conoscenze e
amicizie non c’erano screzi, cosicché il compito che si erano proposti non ebbe
esito e si concluse negativamente. La soluzione si presentò nel modo più strano
e impensabile. Ogni sera Giacomino andava dalla fidanzata e il fratello
maggiore Gigi volle, di nascosto, senza far notare la sua presenza, seguirlo e
avvicinarsi, per capire se tra i due esistesse veramente buona armonia. Gli
bastò per capire che le cose andavano bene e, stando a discreta distanza,
vedere che Nina, aprendogli la porta, gli si avvicinò affettuosamente dandogli
il bacio di benarrivato.
Ritornò allo stesso posto all’ora che Giacomino faceva ritorno a casa e,
favorito da un chiaro di luna molto opportuno, vide il fratello accompagnato
dalla ragazza e, al momento del commiato, si baciarono come ci si può aspettare
in questa circostanza. Quindi tutto normale. Seguì il fratello nel tratto di
strada che lo separava dalla casa, lo seguì sul prato che costeggiava la strada
a prudente distanza, affinché non si accorgesse della sua presenza. Giacomino
uscì dal cortile dell’amata e si incamminò lungo la strada di ghiaia
circospetto e a passi lenti, poi prese a camminare con andatura normale. Il
fratello seguendolo lo guardava, se nonché ad un tratto Giacomino si fermò, si
girò, si guardò i talloni e scoppiò in uno scroscio di risa fragoroso e
sostenuto. Gigi fu preso di soprassalto da quelle risa e pensò che davvero
fosse diventato matto e che la pazzia si fosse dichiarata in quel momento.
Mentre Giacomino si sganasciava dalle risa sfogandosi così dello stato ansioso,
dall’oppressione che sopportava da un tempo a questa parte, si sorprese della
presenza del fratello ma, nello stesso tempo, fu contento di potergli svelare
il mistero dei sassi che tutte le sere gli battevano sulla schiena tornando a
casa dopo la consueta visita a Nina e che fino ad ora non era riuscito a
chiarire tale mistero, tanto d’averlo indotto a pensare che fosse opera di un’anima
vagante, di un fantasma, e per quanto si tormentasse la mente non trovava
spiegazione al fenomeno che aveva minato la sua salute e i buoni rapporti
con i suoi cari. Il suo silenzio e
il non voler parlare con la sua gente si doveva a cosa avrebbero pensato se
avesse detto loro che un fantasma gli tirava sassi nella schiena….Avrebbero
riso e pensato che qualcosa succedeva nella sua mente, anche se a quei tempi la
gente credeva in fantasmi e apparizioni più che nei tempi attuali. Ah! Però
quella sera aveva scoperto e si era svelato il mistero dei sassi. Era veramente
ridicolo e lui rideva al fine avendo scoperto che i sassi erano lanciati dalle
sue stesse pantofole!!! Ad ogni passo qualche sassolino si adagiava sullo
spazio che restava tra il tallone e la fine della pantofola, e al dare il
passo, questi venivano catapultati sulla sua schiena.
Giacomino rientrò nella normalità dopo l’avventura finalmente
conclusasi.
Questa storia è vera, successe a principio del secolo scorso, quando le
notti, ripeto, erano popolate di fantasmi, streghe e apparizioni frutto di una
fantasia malata.
L’esperienza di Giacomino, che dovuto alla sua attitudine, si fece
dramma per lui e i suoi cari, fu causa sia dei tempi che della debolezza dello
spirito.
Da questo caso si può trarre un insegnamento dal quale deriva un
ragionamento. Quando ci si trova assillati da un frangente, un’ossessione che
la nostra mente non riesce a risolvere, al contrario più ci pensi e più
sprofondi nel problema. Dovremmo sforzarci ed affrontare la paura, le
inibizioni, i complessi che ci impediscono di comunicare, di rivolgerci a
persone che stimiamo e potrebbero darci un aiuto, un consiglio per risolvere il
nostro conflitto. Il concorso di più menti, più idee, portano alla soluzione
del problema.
15 de noviembre de 2011
IL MARCO POLO DI PINCAN
La conseguence de crisi finanziarie dal 1929 ha obleat la me
famêe a cambiâ ciase e pais. Di San Pieri di Ruvigne i sin mudas a Pincan al
Tiliment. La neste gnove residence a ere une da les tre ciases poiades su le
cueste de culine dal cisciel. Le neste famêe a ere formade di tre persones, pal
moment, il rest al ere vie pal mont. Che pui visine a no a ere une famêe
numerose e che ate a ere composte di cinc persones tra les quales a l’ere un
veciu cal veve nom Filip, Filip Cruciat, e a mi, frut di siet ains, chest’om a
mi causave une vore di sogezion. Al ere un om alt vistit simpri di scur e quant’che
ogni tant al iscive di ciase al usave une mantelline nere boutade miege par
davour de schene e un ciapiel neri, cusi che a i restavin scuviers dome i voi
tra il bavar e l’ale dal ciapiel. Voi gris celesc di un sguardo viv e sever cal
bastave par definì la so personalitat. A nol leve mai lontan de so ciase, al
rivave fin sunti une place visine, a si fermave cialant les montagnes davour di
Glemone, ma i soi sicur che il so penseir al leve une vore pui lontan, forsi in
Americhe, Germanie, France, Romanie, Angherie, Rusie dulà che al lavorat di
scarpelin, e pe so bravure al faseve il capomastro su la Transiberiane
costruint puins in piere e ates operes di gran impegno, e par sei stat simpri
un “trottamondo” lu clamavin il “Marco Polo di Pincan”.
Quant che io i lu hai conosut al ere veciu e soffrent di un
brut mal che lu ha ciolt di chest mont poc timp dopo. Une anedote ca lu
riguarde a è, che une sere, me mari a mi ha dite va a ciase di Filip e disi a
Argie, la malarie, che ti dei un in di ai, ca mi mancie par cuncia el lidric.
Voi e i dis a le femine se mi podeve da un in di ai. Il veciu cal scoltave
sentat sul so ciadreon int’un cianton visin dal fogolar al’ha capit chi ves
domandat un in di alc…Al clame visin la malarie e i fedele; cheste va ju in
cantine e a torne su cun doi gran vues di purcit e mi dis: “Ciape” e io i ripet
che i volevi un poc di ai. Alore il veciu a i dis: “Dai ancie chel”. Poc
considerant che in chel timp les condizions de me famêe no erin florides, no l’è
stat tant for di puest il so malintendut e “alc” cun “ai” podin prestasi par
sei confondus.
A proposit de Rusie, ultim Pais dulà che Filip a la lavorat,
cun lui a erin diviers pincanes emigras
e un di lor ha la sposat une biele femine ruse e dute le so vite di sposade a l’ha
vivide a Pincan vint formade achi une grande e rispetabil famêe. A fevelave le
neste lenghe furlane a le so maniere, e a causave tante simpatie a sintile
fevelà e il mut ca meteve a dum i sie discors par fasi intindi. In timp dale
invasion dai Cosacs quant che i capos a levin in municipi par fevelà cul podestà
o cul segretari dai lor problemas, a le clamavin lie par ca ur fases da
interprete. Int’une ocasion ca vignive fur dal municipi dopo une riunion, in te
strade, un gruput di giovins a si son vicinas disingli: “Marie cè anin dit i
Cosacs?” e li econtinuant a ciaminà circumspiete e disimuladamenti par no
dismovi sospiets, a ur à rispuindut cul so furlan: “Liste lor han cuarde taiait”.
Di Filip a mi è restat il ricuard di chei doi voi che
cialavin a traviers di che sflese tra il bavar de mantelline e l’ale dal
ciapiel, e la convinzion che sot il rest di che mantelline a si squindeve un
grant furlan, un om sensibil e di une grande qualitat umane.
14 de noviembre de 2011
IL NONNO E I BOTTEGAI
Siamo ai tempi dell’abbondanza, della bonanza, dei super e ipermercati
dove si compra e si vende alla grande e può sembrare una meschinità riandare ai
tempi delle bottegucce di paese in cui si vendevano generi alimentari e altre
cose di basica necessità. E forse questo contrasto di cambi integrali nelle
comunità e nel nostro complesso sociale di oggi che induce al ricordo di quei
tempi, del resto non proprio molto lontani, e trarne qualche comparazione con
il modo di sussistere ai tempi di allora specie nel campo alimentare dato che è
il tema che si presta a questo confronto. E’ inevitabile che a volte,
rivangando con il pensiero nel passato, sorgano ricordi accumulati durante il
transito per la vita. Ricordi belli, buoni, tristi, penosi, ecc..., a volte dal
sapore amaro, nati da passaggi per tratti di oscurità esistenziale.
Riaffiorano, nonostante i molti anni trascorsi, senza perdere la chiarezza
delle situazioni vissute specialmente quando con loro portano momenti di
tristezza e avversità. Di quei tempi e di quelle vicissitudini mio nonno spesso
mi parlava, risentito, e imprecando contro chi poteva aiutare in caso di
necessità e non lo faceva, e se acconsentiva, l’usura, la speculazione e lo
strozzinaggio erano sempre presenti negli accordi o contratti che si
stipulavano. Stavolta il nonno l’aveva contro i bottegai che erano i più vicini
e con loro il tratto era quasi giornaliero. Da notare che l’epoca cui si
riferiva erano gli anni venti-trenta del secolo scorso e intorno alla gente bisognosa,
di scarse possibilità economiche, si erano formate delle circostanze, che
spesso doveva sopportare abusi e soprusi con l’amor proprio maltrattato e senza
poter reazionare in loro difesa, non per codardia, ma per una linea di
condotta, di sopportazione, di umiltà, a volte per non urtare suscettibilità
che avrebbero potuto compromettere la loro sussistenza e per nulla esagerato,
la loro sopravvivenza. Tacere era una forma di tolleranza del più debole verso
il più forte e questo atteggiamento veniva da molto tempo addietro, da secoli,
e durò fino alla soglia della Seconda Guerra Mondiale il cui stato creò
condizioni negative diverse che non richiedono nessuna spiegazione in quanto
furono situazioni estreme entro le quali tutto poteva succedere. Nel post
guerra si verificarono molti cambiamenti nelle nostre condizioni di vita.
Avvennero miglioramenti decisivi nel campo sociale, economico, possibilità per
tutti i giovani di accesso ad istituti di educazione superiore. Oggi a queste
migliorie dobbiamo un tenore di vita ottimo, di cui mai prima avevamo goduto.
Tornando al nonno, seguiva brontolando: “Questi disonesti che si beffano e
speculano sulle necessità dei loro clienti e paesani”. Le imprecazioni contro i
bottegai erano più per sfogarsi di ciò che gli bolliva dentro che per dirigersi
a me che ero un bambino sulla soglia dell’adolescenza e certe cose non le
potevo capire nella loro completa realtà. Nel paese dove mio nonno visse la
maggior parte della sua vita c’erano diversi esercenti di botteghe che vendevano
generi alimentari e altri articoli di prima necessità per la sussistenza della
comunità. Il nonno, a mano a mano che crescevo, e potevo assimilare il suo
discorrere, mi parlava di alcune forme di staffa e imbrogli che di consuetudine
commettevano due dei bottegai i quali erano più dotati per frodare il prossimo:
tirare con forza, certi alimenti, sul piatto della bilancia, in modo che la
lancetta o il fido segnassero il peso giusto, togliendoli poi rapidamente poiché
lasciandoli fermi si poteva notare i vari grammi mancanti che variavano secondo
la quantità comprata. Altro stratagemma era, pressionare con disinvoltura con
il dito mignolo, sul piatto della bilancia, infilato sotto la carta usata per
avvolgere la compra. Altra manipolazione disonesta era il travaso dell’olio dal
loro recipiente a quello del cliente. Essendo l’olio un liquido denso e
ritirando il misurino con prontezza restava in questo una quantità che la
misura comprata risultava sempre scarsa. Da tener presente che l’olio si
comprava sfuso, in piccole quantità che spesso non superavano un ottavo o un
decimo di litro. Può sembrare anche meschino dare a conoscere questi piccoli
imbrogli, ma considerando che l’economia domestica era molto stirata e non
poteva permettere manipolazioni che sottrassero assolutamente nulla. In buona
parte la clientela era dotata di un libretto dove il bottegaio marcava l’importo
di ogni compra e non poche volte le cifre marcate erano superiori a quelle
reali corrispondenti ai generi comperati. Questo succedeva approfittando della
poca dimestichezza che le donne avevano con le lettere e con i numeri. Altri
raggiri si sommavano alla condotta di questi bottegai e altri maneggi subdoli
praticavano nei loro negozi tanto da meritarsi tutti gli epiteti che il nonno usava
per distinguerli. Fino a qui le birbonate di questi commercianti potevano
essere comuni con molti altri disseminati nel nostro territorio, ed essendo
privi di scrupoli etici e morali il loro sonno non fu mai turbato dall’intranquillità.
Ma le cose prendono un altro aspetto molto più serio quando anche per una
modica quantità di denaro dovuto e non soddisfatto il pagamento del debito alla
data fissata, senza indugi e meno scrupoli di coscienza, casa e terreni del
cliente moroso passavano in possesso del bottegaio con la compiacenza di
legulei collaboratori che condividevano il bottino praticando manovre che,
evadevano in certi casi, abilmente la giustizia e la legalità. Leggi che ai
diseredati dalla sorte sembravano disumane e al finale della contesa favorivano
sempre il bottegaio e il cliente veniva privato di beni che per gli altri erano
di necessità vitale e avrebbero dovuto essere inalienabili. Le leggi sono leggi
e danno diritti e obbligano a doveri i cittadini, ma in questo caso erano
troppo severe, troppo drastiche applicate da uomini troppo ligi al dovere che
in certi casi potevano essersi comportati con più elasticità nella loro
applicazione verso famiglie che i pochi beni che possedevano costituivano la
loro sopravvivenza.
Il non pagamento del debito al commerciante non era dovuto a
comportamento capriccioso del cliente, ma spesso era condizionato dalla rimessa
di denaro che avrebbe dovuto arrivare da qualche familiare emigrato all’estero
o al vaglia spedito da una città italiana, ugualmente da familiare emigrato in
patria, comunque lontani dai nostri paesi la cui gente in alta percentuale
viveva dall’emigrazione. Se il denaro non arrivava, e ciò poteva succedere per
vari motivi: infortunio sul lavoro, malattia, disoccupazione, ecc. Il bottegaio
che non era mai disposto a concedere dilazioni né considerazioni sul mancato
pagamento, procedeva al pignoramento e susseguente appropriazione dei beni
immobili dei malcapitati clienti. Furono casi esecrabili sotto ogni aspetto. Per
non procedere legalmente, quanto una donna con attributi e condizioni
appropriate, accettasse le proposte indecorose ed infamanti del bottegaio,
chiara induzione alla prostituzione. Con queste modalità molti beni di povera
gente, gli unici che possedevano, passarono ad ingrossare i capitali di questi
trafficanti, riducendo oneste famiglie in uno stato pietoso affogandosi nella
miseria, e nell’indigenza. Solo nell’età adulta compresi in tutta la sua
drammaticità e con chiarezza le situazioni che nell’ambito sociale in cui
vivevamo, venivano succedendo e la rabbia malcontenta del nonno che non poteva
sfogarsi per ottenere giustizia e un tratto umanitario di cui avevamo pieno
diritto.
13 de noviembre de 2011
IL “PALLINO” PER LE PALLINE DI MATTIA
Mattia è solo un Mattia fra tanti, un umile cittadino che non ha nulla a
che vedere con il famoso “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello. E’ un
radiotecnico, un amico che sempre si è comportato in modo normale, corretto,
equilibrato, ma….da un tempo a questa parte, spesso, nelle sue conversazioni,
gli argomenti sono diversi dal frasario dal frasario convenzionale e dal
discorrere comune. Mi fa pensare, stando a certe espressioni, che l’uomo sia un
po’ fissato quando si riferisce al tempo e al modo di impiegarlo. L’uso del
tempo, ultimamente per lui, mi stavo dando conto che era diventato ossessivo,
specialmente quando si trattava di disporre le priorità d’impiego, scordandosi
che questo fenomeno astratto ha mille forme e colori nelle sue manifestazioni.
E’ fuggente, piacevole, doloroso, corto, lungo, a seconda dell’impiego che se
ne faccia; allegro, triste secondo le circostanze in cui ci si trova
involucrati e ha infinite altre forme ancora. Ora Mattia, riferendosi al tempo,
ricorreva ripetutamente a molte frasi fatte, quali: “Haa, come passa veloce il
tempo, già siamo a fine anno, mi sembra ieri che i miei figli erano bambini e
già mi hanno fatto nonno.”
“Si il tempo passa e dovrei fare tante cose ma non ci riesco, non riesco
a coordinare le priorità che più mi interesserebbe fossero esaudite.” Altra
espressione sul tema era lamentarsi che un altro giorno se n’era andato ed
altre ancora avevano sempre il tempo negativo come protagonista. Il ripetersi
troppo spesso di queste lamentele è l’evidenza che Mattia è vittima di una
forma maniacale contro il tempo. Non accetta più di essere ricordato al suo
compleanno e mal sopporta le feste di fine anno. Mi sorprese un giorno
dimostrandosi sereno e tranquillo nella conversazione dicendomi: “Da tanti anni
penso a qualcosa per misurare il tempo a modo mio”. Ciò aumentò la mia
attenzione e curiosità su ciò che volesse dire. Pensai che avesse inventato un
nuovo tipo di orologio, come se non ne avessimo già un’infinità per ogni
necessità, e prestazione, per misurare il tempo. Continuò “Vedi oggi mi sono seduto
e ho fatto un po’ di conti: una persona in medi dovrebbe vivere settantacinque
anni, alcuni vivono di più, altri vivono di meno, però la media è quella.”
Allora moltiplicò 75 per le 52 settimane all’anno e mi diede 3900 che è il
numero di sabati che una persona dovrebbe trascorrere in tutta la sua vita.
Trascorsi molto tempo a pensando a tutto questo e, giunto a 55 anni, mi diedi
conto che avevo vissuto più di duemilaottocento sabati! Pensai allora che se
arrivassi ai 75 anni mi resterebbero solo mille sabati per vivere e godere il
resto della mia vita. A questo punto visitai tre o quattro negozi di giocattoli
e comprai mille palline di vetro, come quelle con cui giocavamo a boccette e a
spanna da bambini.
In casa le depositai in un vaso di cristallo trasparente. Ogni sabato,
partendo da allora, prendevo una pallina e la buttavo nel cesto dei rifiuti.
Vedendo diminuire le palline mi sentivo pressionato verso il compimento delle
cose veramente importanti della mia vita.
Ora ti dirò, prima di lasciarci, stamattina ho tolto l’ultima pallina
dal vaso di cristallo……Allora mi diedi conto che, se vivo fino al prossimo
sabato, mi sarà concesso un po’ più di tempo, un po’ più di vita…..e se c’è
qualcosa che tutti apprezziamo è poter disporre di tempo supplementare.
Strano modo usava Mattia per controllare il tempo che poteva rimanergli
come risiedente di questo mondo, quando ogni giorno, purtroppo, fatti e cose ci
ricordano di tenere la valigia pronta per il fatale viaggio che tutti dovremo
compiere un giorno quando la tenebrosa signora della falce reclamerà la sua
vittoria dopo averci dato tutta la vita di vantaggio.
Mattia, dal momento che buttò l’ultima pallina, ogni giorno faceva
qualcosa di inconsueto nelle sue abitudini. Portava la famiglia a mangiare
fuori al ristorante, comprava fiori alla moglie, la svegliava al mattino con un
bacio, invitava i figli a giocare a carte, cosa che sempre gli piacque però non
aveva potuto praticare questo gioco a suo gusto; insomma da quel giorno Mattia
era come se avesse acquistato una nuova personalità. I familiari erano
perplessi per questo cambio, ma non riuscivano ad attribuire una chiara causa a
tale comportamento che non avendo effetti negativi non li preoccupava
maggiormente. Io che ero venuto a conoscenza del suo “pallino” per le palline,
vedevo e giudicavo, e non potevo ignorare la fissazione che Mattia aveva
dedicato al tempo. Se l’avesse presa con il tempo come fenomeno meteorologico
che ha qualcosa di tangibile, sarebbe rimasto con i piedi a terra, ma filare su
quello spazio intoccabile, impalpabile, indefinito fenomeno che fluisce
inarrestabile in una successione di istanti, è follia. Più strano è perdere la
sua nozione a beneficio della nostra pace e serenità. Auguriamoci che Mattia
possa attendere alle sue priorità e che la tenebrosa signora della falce tardi
il più possibile a presentarsi al suo cospetto reclamandogli il suo tempo ormai
scaduto.
12 de noviembre de 2011
IMPERATRICE DELL’UNIVERSO
Il primo giorno dell’anno iniziò con una festa singolare, “Santa Maria
madre di Dio”. Appoggiarsi a lei è sinonimo di sicurezza e protezione. E’
logico festeggiarla e porre ai suoi piedi il nostro futuro. San Josè Maria
soleva chiamarla con il titolo che precede queste righe. Vogliamo anche
festeggiare le donne italiane, soprattutto quelle che discretamente accudiscono
con sacrificio la propria famiglia, senza sperare in ricompensa alcuna. Qui
viene al caso una rassegna che accusa un difetto nella donna, quando Dio creò
la donna un angelo gli domandò perché investiva tanto tempo in lei. Dio gli
disse: “Hai visto la lista delle sue specificazioni? Non può essere di
materiale plastico. Dovrà avere più di duecento pezzi intercambiabili e
alimentarsi solo del necessario. Deve avere un grembo in cui possano
accomodarsi quattro bambini allo stesso tempo, dare un bacio per curare da un
ginocchio ad un cuore infranto, e tutto lo farà solo con due mani”. L’angelo meravigliato
disse: “E’ impossibile!”. “E questo è solo il modello standard” disse Dio. “E’
troppo lavoro” disse l’angelo “terminerà domani”. A ciò Dio rispose: “No, sono
vicino a concludere la mia opera maestra. Lei si cura solo quando si ammala e
può lavorare diciotto ore al giorno”. L’angelo si avvicinò alla donna e la toccò.
“Però è cosi fragile e soave Signore….E’ soave, però è tanto ciò che si può
agguantare!”. L’angelo notò qualcosa e toccò la guancia della donna con la
mano. “Signore sembra che questo modello abbia una fuga….”. “Ti ho detto che la
stavo creando con molte, forse troppe, cose. Quella non è una fuga, è una
lacrima” corresse Dio “e che cos’è una lacrima? Le lacrime sono la sua maniera
di esprimere gioia, amarezza, amore o sofferenza”. “Sei un genio Signore, la
donna è meravigliosa” disse l’angelo alla fine. Lo è. Sorridono, quando
vogliono gridare. Cantano, quando vorrebbero piangere. Piangono, quando sono
felici, e ridono, quando sono nervose. Lottano per ciò che credono, non
accettano un “no” come risposta definitiva. Sono grandi negoziatrici. Si
privano di tutto per favorire la famiglia nelle necessità. Piangono, quando i
figli trionfano. Il loro cuore si rompe, quando muore una persona cara.
Concluse Dio: “Nonostante tutto questo ha un difetto: si dimentica di quanto
vale!. Non estrassi la donna dalla testa dell’uomo per ricevere i suoi ordini.
Né dai suoi piedi perché fosse la sua schiava ma dalle sue costole perché stia
sempre vicino al suo cuore.”. E come Dio ha molto buon umore dicono che dopo
aver creato l’uomo il settimo giorno riposò. Poi creò la donna e da allora non
ha avuto neanche un momento di riposo!
11 de noviembre de 2011
LA COSACCA E LA CASACCA
Hop, hop, hop, scandito e ripetuto a tempo ritmato era ciò
che si udiva proveniente dall’interno di un cortile che dava sulla strada dove
in quel momento stavo transitando. Incuriosito al sentire quella voce, essendo
il portone socchiuso, introdussi la testa e vidi Ivan a braccia conserte che
stava tentando qualche passo di una frenetica danza russa, ma, come di
consueto, era ubriaco e il suo ballo risultava una caricatura di quelle famose
danze in cui, di tanto in tanto, i suoi compagni solevano esibirsi facendolo
molto bene, con buon ritmo, e figure quasi acrobatiche.
Katiuska, la moglie di Ivan, dalla porta della casa dove
erano alloggiati, lo guardava con commiserazione e visibilmente
contrariata. Katiuska era una
donna bella, alta e ben formata, bionda con grandi occhi azzurri. Montava a
cavallo come un’esperta e provetta amazzone, non smentendo in questo la fama
della sua razza. Erano cosacchi di stirpe tartara stanziati nelle steppe della
Russia meridionale e sulle rive del Don, arrivati nei nostri paesi ingannati
dai nazisti che invasero la Russia durante la seconda guerra mondiale dicendo
loro che le nostre regioni, Friuli e Carnia principalmente, erano territori
abbandonati dalle rispettive popolazioni per fuggire alla guerra. Quindi terra,
case e ogni bene era a loro disposizione per fondare la loro nuova patria.
A Pinzano arrivarono nel settembre del 1944. In quel giorno
si parse la voce tra la gente del paese: “I cosacchi, i cosacchi, arrivano i
cosacchi”. Il disagio, ma anche la curiosità erano evidenti tra le persone
visibilmente concitate nell’attesa di vedere le facce di questa gente esotica
di cui avevano solo un’idea attraverso i racconti dei romanzieri che
riportavano le loro vicende. Dall’alto del colle che sovrasta il paese si
poteva scorgere lontani tornanti della strada che si snoda tortuosa e da questa
alzarsi delle nuvole di fumo bianco. Era la polvere mossa dalle carrette, dagli
zoccoli dei cavalli e altri carriaggi dei quali si servivano per la loro locomozione.
Giunsero con le loro famiglie, donne, vecchi, bambini e le
loro masserizie, un popolo completo che veniva a stabilirsi nei nostri paesi,
nelle nostre case. Vedendoli da vicino, più che le loro fattezze mongoloidi, ci
sorprese lo stato trasandato del loro abbigliamento, la visibile mancanza d’igiene
personale e, più avanti, scoprimmo anche altre tare proprie della loro razza.
Arrivati tra noi si resero conto subito di essere stati
ingannati e burlati dai nazisti. Incontrarono le case occupate dalla nostra
gente, legittimi proprietari. Nessuno era fuggito, qui la guerra si faceva
notare in molte forme negative però non c’era un fronte, una linea di
combattimento. In certe località d’interesse strategico anche la nostra regione
fu oggetto di bombardamenti a ponti e linee ferroviarie però ciò non produsse l’esodo
come nella guerra 15-18 quando molta gente dovette allontanarsi e cercar
rifugio altrove come profughi, essendo allora queste zone teatro di guerra.
In questo conflitto la gente rimase nelle proprie case
vivendo come sempre, ovviamente, condizionata da molte penurie e sofferenze e a
questi patimenti si aggiunse quello che i cosacchi non vollero accettare di
alloggiare in locali pubblici come avevano disposto le autorità civili, scuole,
capannoni, o altro stabile adeguato per accogliere gruppi numerosi di persone,
ma vollero farlo in seno alle nostre famiglie, interponendosi ai civili. Ciò
per evitare eventuali attacchi da parte dei partigiani le cui formazioni erano
attive nella nostra regione e questa fu la ragione per cui i tedeschi portarono
qui i cosacchi, per contenere e arginare il più possibile le operazioni
partigiane.
Ci trovammo così con due o tre di loro alloggiati nelle
nostre case. Tra l’altro si preparavano i loro pasti con alimenti rubacchiati
qua e là poiché i tedeschi non gli davano né viveri né armamenti adeguati e
sufficienti alle loro necessità, per alimentarsi e per difendersi. Perciò come è
nelle loro tradizioni e abitudini vivevano di razzia.
Organizzavano delle scorrerie nelle borgate o in qualsiasi
luogo per provvedersi di fieno per i cavalli e di ogni altra cosa sulla quale
posassero gli occhi e che poteva essergli utile. Di notte erano costanti le
incursioni nei pollai. Erano noti per la loro dedizione all’alcol e tracannavano qualsiasi bevanda alcolica, a volte
anche tossica, come può essere l’alcol denaturato. I cosacchi erano fedeli
servitori dello zar e costituivano reparti delle truppe regolari del suo
esercito. Si servivano di loro particolarmente per sedare tumulti, sommosse o
qualsiasi manifestazione contraria al regime zarista, o che potesse offuscare
la propria immagine. Erano degli abilissimi cavallerizzi e temibili nei loro
interventi. In compenso delle loro prestazioni gli era permessa la razzia delle
località coinvolte e in questi casi le loro azioni si trasformavano in
scorrerie banditesche. Saccheggiavano, rubavano, estorcevano, violentavano le
donne e si impadronivano di tutto ciò che potessero trasportare lasciando morte
e desolazione al loro passaggio.
Con l’avvento della rivoluzione russa nel 1917 e l’instaurazione
al potere del regime comunista furono assassinati lo zar e tutta la famiglia
Romanov. I cosacchi furono perseguitati e molti di loro rinchiusi in campi di
concentramento o di sterminio. Per i tedeschi non fu difficile ingannarli
approfittando del loro risentimento contro il regime vigente in Russia e con
false promesse li convogliarono verso il Friuli e la Carnia.
Come collaborazionisti, masnadieri, al servizio dei nazisti,
non possono essere compatiti e tollerate le loro azioni perché anche loro, come
i loro padroni, hanno lasciato una scia nefasta al loro passaggio per il Friuli
e specialmente in Carnia. Per ciò che mi riguarda personalmente devo lamentare
l’aggressione a mio padre. Per derubarlo fu atterrato con un colpo alla testa
col calcio del fucile, gli spararono poi un tiro ma fortunatamente la
pallottola gli passò di striscio sul cuoio capelluto. Le conseguenze furono
molto gravi ma sopravvisse.
La guerra è uno stato anomalo che può succedere durante la
nostra esistenza, ne siamo succubi senza volerlo, e siamo coinvolti ed esposti
a situazioni estreme, soffrendo le conseguenze di questo stato di violenza e
chi sopravvive, sia pure con le lesioni nell’anima e nel corpo, dovrà
ringraziare la provvidenza comunque, di essere ancora in vita.
Fra le pieghe di queste violenze, sotto la pressione della
paura, l’uomo può perdere il senso civile della ragione e il raziocinio dei
suoi atti. Ma sempre può sorgere l’eccezione e affiorare nell’animo sentimenti
compassionevoli verso il nemico che un momento prima volevamo andasse fuori dai
piedi. E’ il caso di mia madre che nei giorni di fine guerra ha avuto parole di
commiserazione verso due cosacchi che avevamo in casa e che a conoscere il
proprio destino piangevano con la testa appoggiata sul tavolo. Diceva: “sono
così giovani e sicuramente avranno anche loro una mamma che ansiosa li aspetta”.
E’ meraviglioso, dentro quel marasma di emozioni che causa l’essere coinvolti
nella guerra, lasciare il sopravvento all’amore, al perdono al posto del
risentimento e all’odio.
Un altro fatto che conferma ciò che è appena scritto qui
sopra è che Katiuska, pur conoscendo e sapendo che nella casa di fronte viveva
la mia fidanzata e spesso ci vedeva insieme, e lei era cosacca e nemica, non
dimenticava di essere donna, in varie occasioni si atteggiava seduttrice
facendo risaltare ciò di cui era ben dotata, si avvicinava insinuante un po’
troppo, e se i nostri idiomi non si capivano, un altro linguaggio era ben
comprensibile, conosceva l’arte della seduzione. Infine era donna e tutte le
donne nascono dotate dell’arte per sedurre e conquistare gli uomini che sempre
sono più ingenui. Io facevo il tonto per non trovarmi coinvolto in un’avventura
che per varie ragioni doveva essere evitata. Prima di tutto frenare,
mortificare il mio orgoglio maschilista, la più delicata e importante, potevo
essere accusato di collaborazionismo con il nemico, Ivan…il terribile, avrebbe potuto
squartarmi con la spada.
Il motivo che mi dava l’opportunità di vedere spesso la
cosacca è che viveva di fronte alla casa della mia ragazza che io frequentavo
spesso. Qualsiasi intimità più in là di “Dasvidania” (saluto russo) sarebbe
stato un guaio che non volevo succedesse. Per ultimo Katiuska era bella sì, ma
la poca igiene personale, e l’alito di aglio e cipolla che lei come tutti i
cosacchi mangiava in abbondanza, avrebbe tenuto a distanza il più temuto degli
uomini, forse meno Ivan, che oltre all’aglio e cipolla doveva aggiungere i
miasmi dell’alcol.
Ciò che mi fa ricordare Katiuska non sono le sue attitudini
deduttive ma una sera che, come tante altre, ero in casa della mia ragazza mi
si avvicinò e con cipiglio minaccioso mi prese per il bavero della giacca e mi
disse: “Tu partisan!” e tirando il bavero per la punta aggiunse “Americana!”
riferendosi al giaccone che portavo. Rimasi un momento impacciato e timoroso,
poi dissi a mia volta. “No partisan!” Parlando all’infinito, accompagnai con un
gesto simulando un aereo e facendone il rumore, “San Daniele caduto aereo
americano, io prendere questo”.
Era vero che era caduto un aereo, un bombardiere, a San
Daniele e casualmente lo vidi cadere, trovandomi con la bicicletta molto vicino
al posto, per curiosità assistendo ad un fatto così straordinario, insieme ad
altra gente accorsa, mi avvicinai all’aereo non con l’intenzione di
impossessarmi di qualcosa, arrivai a vedere solo un morto negro. In quel
momento giunsero due fascisti con il moschetto e ci spararono ai talloni per
allontanarci.
Comunque aveva ragione lei, ero partigiano e la giacca era
la parte superiore di una tuta di un pilota inglese. Mi era stata regalata da
un maggiore inglese capo della missione militare della quale facevo parte come
autista nelle formazioni partigiane. Durante il grande rastrellamento nell’autunno
del 1944, sciolte le formazioni fino alla prossima primavera, rimanemmo liberi
di raggiungere le nostre case. Io potei superare lo sbarramento delle truppe
tedesche, cosacche e missini della repubblica di Salò, che ci stavano braccando
nella zona pedemontana della Val Tramontina, e dopo varie peripezie arrivai a
casa mia con la giacca in questione.
Temevo che la cosacca, che in seno alle sue truppe aveva
qualche gerarchia di comando, potesse valersene per arrestarmi o causarmi qualche
noia, però non lo fece e il problema “giacca” non ebbe altro seguito. In quei
tempi non era raro vedere le nostre ragazze vestire camicette e altri indumenti
fatte con la tela dei paracadute inglesi o americani discesi dai nostri cieli a
rifornire le formazioni partigiane di viveri, armi e altre vettovaglie
necessarie alla causa.
Un fatto strano devo aggiungere a questi aneddoti e brevi
storie di cosacchi. Finita la guerra negli anni cinquanta emigrai in Venezuela
dove esercitavo il mio mestiere di fotografo e un giorno mi chiamarono per fare delle fotografie in
occasione di una festa familiare. Giunto sul posto mi resi subito conto che
erano stranieri e chiesi di dove fossero, quale era la loro provenienza e mi
dissero che erano russi.
A loro volta mi domandarono la mia provenienza e dissi che
ero italiano, di Udine. Una delle donne presenti mi disse che conosceva
Spilimbergo. L’uomo che le stava a lato la interruppe bruscamente con una
gomitata al fianco e uno sguardo fulminante facendola a tacere. Era evidente
che erano cosacchi, forse gli stessi che aggredirono mio padre. Questa sì che
fu una strana e rara coincidenza, incontrare a diecimila chilometri di distanza
questi residui di guerra che dieci anni prima causarono tante sofferenze alla
gente dei nostri paesi.
Tutte le vicende narrate sono lo specchio di una realtà
vissuta. Vive la speranza che la crescita della cultura crei uomini savi
illuminati, che sappiano evitare le guerre che lasciano solo degenerazione,
patimenti, sofferenze e dolore, e le generazioni future godano di pace,
giustizia e libertà.
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