17 de noviembre de 2011

IL CAVALLINO DI CARTAPESTA


Mia madre, di tanto in tanto, mi metteva il vestitino della festa per andare al paese vicino, a piedi, a fare visita ad una vecchia zia. Zia che io cordialmente detestavo per il fatto che lei cuciva, e mi faceva pantaloncini con una sola tasca, la destra, poiché sosteneva che i bambini non dovevano tenere le mani in tasca. Ancora lei, diceva, per evitare le brutte abitudini, quindi bastava una tasca sola, quella per metterci il fazzoletto. Io ne avrei volute non una, ma quattro, di tasche. Avevo tante cose da metterci dentro…..palline di vetro, una scatoletta con un povero grillo per dimostrare agli amici che non avevo paura a manipolare quell'insetto, sassolini bianchi e neri, la fionda, e chissà cosa mai avrei trovato ancora d’importante da infilare in quelle tasche. Però non fu caso che me ne facesse un’altra così che mi sentii per molti anni come un mutilato di qualcosa di importante. Da lì il mio risentimento. Un giorno, dopo la visita alla zia, sulla via del ritorno, prima di uscire dal paese, c’era un negozietto che dava sulla strada. In quel punto mia madre incontrò una signora, e mentre stavano conversando, senza un argomento preciso parlando, parlando e parlando, come fanno spesso le donne, io mi avvicinai alla umile vetrina e tra le diverse cose di poca importanza esposte spiccava un cavallino di cartapesta montato su una tavoletta di legno con quattro rotelline e un gancetto per attaccarci una cordicina. Sul cavallino si accentrò tutto il mio interesse e la mia fantasia infantile cavalcavo con lui per valli, campi e pianure infinite raccogliendo prodezze lungo il cammino. Stavo montando il mio Pegaso e cieli, mari e montagne non erano ostacolo alcuno per il mio fantastico volo. Mi sentivo libero e felice. Nel momento che stavo galoppando sul mio cavallino e vivendo le mie avventure, la voce di mia madre, che mi invitava a proseguire, mi distolse dal mio sogno. Con l’espressione supplicante le dissi di comprarmelo il cavallino, le dissi che costava poco, solo una lira, mi disse che non poteva, che non aveva la lira. Non capivo, non conoscevo allora il perché della mancanza di quella modica moneta nel borsellino di mia madre. Solo molto tempo dopo conobbi la realtà del perché non c’era in quel momento tale disponibilità. Riprendendo il cammino verso casa le mie lacrime lasciavano il loro segno, al mio passaggio, sulla strada polverosa. Con l’immagine fissa nella mia mente, e nel mio cuore, di quel cavallino dentro la vetrina, e io con il naso schiacciato sul vetro, con infantile golosità e l’espressione di rinuncia del bambino povero di fronte al giocattolo caro.

16 de noviembre de 2011

IL FANTASMA TIRASASSI


“Giacomino vuoi dirmi finalmente ciò che ti succede da un po’ di tempo a questa parte, cosa che ti si vede in faccia e non puoi più nascondere?” Con queste parole si rivolse a lui la madre, essendosi resa conto del cambio di suo figlio nel comportamento e nell’umore che non erano gli stessi del suo essere abituale. Era scontroso, di malumore e non si alimentava come di solito soleva fare, sereno e con buon appetito. La madre indagava il motivo di tale cambio in suo figlio con il modo amoroso che solo le mamme sanno fare in certi momenti con i figli. “Hai problemi sul lavoro, hai litigato con la Nina, la fidanzata, che cos’hai?” insisteva la madre. “Niente mamma, non succede niente né sul lavoro né con la Nina”. “Allora cosa passa in questi ultimi tempi nella tua vita che non ti si riconosce più nel tuo modo di fare, nel tuo comportamento. Ti senti male? Vuoi farti vedere da un medico?” “No! No! Non succede nulla, passerà” e con ciò usciva di casa lasciando senza chiarire quel suo comportamento anomalo. Aveva perso la sua baldanza, era pallido e dimagrito e ciò era motivo di preoccupazione per i suoi familiari. Giacomino, giovane venticinquenne, con la Nina faceva piani per sposarsi in breve tempo. Anche lei si era resa conto del deterioro fisico del fidanzato, del resto non aveva nulla da lamentare, il buon comportamento verso di lei era costante. La sera rientrato a casa dal lavoro si lavava, si metteva indumenti puliti, cenava e poi andava dalla fidanzata. Essendo corto il tragitto per raggiungere la casa di Nina quasi sempre calzava delle pantofole piane, così si sentiva più comodo che non con le scarpe. Percorreva la distanza su una strada inghiaiata e ritornava a casa già tardi, a notte fonda, nel silenzio totale predominante nelle notti dei paesi di campagna.
In questo tratto di strada erano sorti tutti i mali che Giacomino stava soffrendo. Sentiva, in quel tragitto, che qualcuno gli tirava sassi sulla schiena ma non vedeva ne sentiva la presenza di nessuno vicino a lui per spiegarsi il fenomeno. Invaso dalla paura si lasciò andare pensando a qualcosa di soprannaturale; a un  fantasma. Non trovava altra spiegazione e, più ci pensava, più scivolava in uno stato emozionale dal quale non riusciva a trovare una spiegazione, un’uscita razionale; inoltre il suo orgoglio non gli  permetteva di confessare ciò che gli stava succedendo che a poco a poco lo portava verso il panico. Gli effetti di questo stato d’animo non poteva nasconderli, dissimularlo, e dava luogo che i familiari pensassero che il suo equilibrio mentale potesse soccombere, e decisero per conto loro di scoprire la causa che affliggeva Giacomino e causava malessere e preoccupazione a tutti loro. Decisero di pedinare, con discrezione, i suoi passi e investigare i suoi contatti personali con amici, parenti e conoscenti. Sul posto di lavoro, nel calzaturificio, tutto si svolgeva con normalità, con le sue conoscenze e amicizie non c’erano screzi, cosicché il compito che si erano proposti non ebbe esito e si concluse negativamente. La soluzione si presentò nel modo più strano e impensabile. Ogni sera Giacomino andava dalla fidanzata e il fratello maggiore Gigi volle, di nascosto, senza far notare la sua presenza, seguirlo e avvicinarsi, per capire se tra i due esistesse veramente buona armonia. Gli bastò per capire che le cose andavano bene e, stando a discreta distanza, vedere che Nina, aprendogli la porta, gli si avvicinò affettuosamente dandogli il bacio di benarrivato.
Ritornò allo stesso posto all’ora che Giacomino faceva ritorno a casa e, favorito da un chiaro di luna molto opportuno, vide il fratello accompagnato dalla ragazza e, al momento del commiato, si baciarono come ci si può aspettare in questa circostanza. Quindi tutto normale. Seguì il fratello nel tratto di strada che lo separava dalla casa, lo seguì sul prato che costeggiava la strada a prudente distanza, affinché non si accorgesse della sua presenza. Giacomino uscì dal cortile dell’amata e si incamminò lungo la strada di ghiaia circospetto e a passi lenti, poi prese a camminare con andatura normale. Il fratello seguendolo lo guardava, se nonché ad un tratto Giacomino si fermò, si girò, si guardò i talloni e scoppiò in uno scroscio di risa fragoroso e sostenuto. Gigi fu preso di soprassalto da quelle risa e pensò che davvero fosse diventato matto e che la pazzia si fosse dichiarata in quel momento. Mentre Giacomino si sganasciava dalle risa sfogandosi così dello stato ansioso, dall’oppressione che sopportava da un tempo a questa parte, si sorprese della presenza del fratello ma, nello stesso tempo, fu contento di potergli svelare il mistero dei sassi che tutte le sere gli battevano sulla schiena tornando a casa dopo la consueta visita a Nina e che fino ad ora non era riuscito a chiarire tale mistero, tanto d’averlo indotto a pensare che fosse opera di un’anima vagante, di un fantasma, e per quanto si tormentasse la mente non trovava spiegazione al fenomeno che aveva minato la sua salute e i buoni rapporti con  i suoi cari. Il suo silenzio e il non voler parlare con la sua gente si doveva a cosa avrebbero pensato se avesse detto loro che un fantasma gli tirava sassi nella schiena….Avrebbero riso e pensato che qualcosa succedeva nella sua mente, anche se a quei tempi la gente credeva in fantasmi e apparizioni più che nei tempi attuali. Ah! Però quella sera aveva scoperto e si era svelato il mistero dei sassi. Era veramente ridicolo e lui rideva al fine avendo scoperto che i sassi erano lanciati dalle sue stesse pantofole!!! Ad ogni passo qualche sassolino si adagiava sullo spazio che restava tra il tallone e la fine della pantofola, e al dare il passo, questi venivano catapultati sulla sua schiena.
Giacomino rientrò nella normalità dopo l’avventura finalmente conclusasi.
Questa storia è vera, successe a principio del secolo scorso, quando le notti, ripeto, erano popolate di fantasmi, streghe e apparizioni frutto di una fantasia malata.
L’esperienza di Giacomino, che dovuto alla sua attitudine, si fece dramma per lui e i suoi cari, fu causa sia dei tempi che della debolezza dello spirito.
Da questo caso si può trarre un insegnamento dal quale deriva un ragionamento. Quando ci si trova assillati da un frangente, un’ossessione che la nostra mente non riesce a risolvere, al contrario più ci pensi e più sprofondi nel problema. Dovremmo sforzarci ed affrontare la paura, le inibizioni, i complessi che ci impediscono di comunicare, di rivolgerci a persone che stimiamo e potrebbero darci un aiuto, un consiglio per risolvere il nostro conflitto. Il concorso di più menti, più idee, portano alla soluzione del problema.

15 de noviembre de 2011

IL MARCO POLO DI PINCAN


La conseguence de crisi finanziarie dal 1929 ha obleat la me famêe a cambiâ ciase e pais. Di San Pieri di Ruvigne i sin mudas a Pincan al Tiliment. La neste gnove residence a ere une da les tre ciases poiades su le cueste de culine dal cisciel. Le neste famêe a ere formade di tre persones, pal moment, il rest al ere vie pal mont. Che pui visine a no a ere une famêe numerose e che ate a ere composte di cinc persones tra les quales a l’ere un veciu cal veve nom Filip, Filip Cruciat, e a mi, frut di siet ains, chest’om a mi causave une vore di sogezion. Al ere un om alt vistit simpri di scur e quant’che ogni tant al iscive di ciase al usave une mantelline nere boutade miege par davour de schene e un ciapiel neri, cusi che a i restavin scuviers dome i voi tra il bavar e l’ale dal ciapiel. Voi gris celesc di un sguardo viv e sever cal bastave par definì la so personalitat. A nol leve mai lontan de so ciase, al rivave fin sunti une place visine, a si fermave cialant les montagnes davour di Glemone, ma i soi sicur che il so penseir al leve une vore pui lontan, forsi in Americhe, Germanie, France, Romanie, Angherie, Rusie dulà che al lavorat di scarpelin, e pe so bravure al faseve il capomastro su la Transiberiane costruint puins in piere e ates operes di gran impegno, e par sei stat simpri un “trottamondo” lu clamavin il “Marco Polo di Pincan”.
Quant che io i lu hai conosut al ere veciu e soffrent di un brut mal che lu ha ciolt di chest mont poc timp dopo. Une anedote ca lu riguarde a è, che une sere, me mari a mi ha dite va a ciase di Filip e disi a Argie, la malarie, che ti dei un in di ai, ca mi mancie par cuncia el lidric. Voi e i dis a le femine se mi podeve da un in di ai. Il veciu cal scoltave sentat sul so ciadreon int’un cianton visin dal fogolar al’ha capit chi ves domandat un in di alc…Al clame visin la malarie e i fedele; cheste va ju in cantine e a torne su cun doi gran vues di purcit e mi dis: “Ciape” e io i ripet che i volevi un poc di ai. Alore il veciu a i dis: “Dai ancie chel”. Poc considerant che in chel timp les condizions de me famêe no erin florides, no l’è stat tant for di puest il so malintendut e “alc” cun “ai” podin prestasi par sei confondus.
A proposit de Rusie, ultim Pais dulà che Filip a la lavorat, cun lui a erin diviers pincanes  emigras e un di lor ha la sposat une biele femine ruse e dute le so vite di sposade a l’ha vivide a Pincan vint formade achi une grande e rispetabil famêe. A fevelave le neste lenghe furlane a le so maniere, e a causave tante simpatie a sintile fevelà e il mut ca meteve a dum i sie discors par fasi intindi. In timp dale invasion dai Cosacs quant che i capos a levin in municipi par fevelà cul podestà o cul segretari dai lor problemas, a le clamavin lie par ca ur fases da interprete. Int’une ocasion ca vignive fur dal municipi dopo une riunion, in te strade, un gruput di giovins a si son vicinas disingli: “Marie cè anin dit i Cosacs?” e li econtinuant a ciaminà circumspiete e disimuladamenti par no dismovi sospiets, a ur à rispuindut cul so furlan: “Liste lor han cuarde taiait”.
Di Filip a mi è restat il ricuard di chei doi voi che cialavin a traviers di che sflese tra il bavar de mantelline e l’ale dal ciapiel, e la convinzion che sot il rest di che mantelline a si squindeve un grant furlan, un om sensibil e di une grande qualitat umane.

14 de noviembre de 2011

IL NONNO E I BOTTEGAI


Siamo ai tempi dell’abbondanza, della bonanza, dei super e ipermercati dove si compra e si vende alla grande e può sembrare una meschinità riandare ai tempi delle bottegucce di paese in cui si vendevano generi alimentari e altre cose di basica necessità. E forse questo contrasto di cambi integrali nelle comunità e nel nostro complesso sociale di oggi che induce al ricordo di quei tempi, del resto non proprio molto lontani, e trarne qualche comparazione con il modo di sussistere ai tempi di allora specie nel campo alimentare dato che è il tema che si presta a questo confronto. E’ inevitabile che a volte, rivangando con il pensiero nel passato, sorgano ricordi accumulati durante il transito per la vita. Ricordi belli, buoni, tristi, penosi, ecc..., a volte dal sapore amaro, nati da passaggi per tratti di oscurità esistenziale. Riaffiorano, nonostante i molti anni trascorsi, senza perdere la chiarezza delle situazioni vissute specialmente quando con loro portano momenti di tristezza e avversità. Di quei tempi e di quelle vicissitudini mio nonno spesso mi parlava, risentito, e imprecando contro chi poteva aiutare in caso di necessità e non lo faceva, e se acconsentiva, l’usura, la speculazione e lo strozzinaggio erano sempre presenti negli accordi o contratti che si stipulavano. Stavolta il nonno l’aveva contro i bottegai che erano i più vicini e con loro il tratto era quasi giornaliero. Da notare che l’epoca cui si riferiva erano gli anni venti-trenta del secolo scorso e intorno alla gente bisognosa, di scarse possibilità economiche, si erano formate delle circostanze, che spesso doveva sopportare abusi e soprusi con l’amor proprio maltrattato e senza poter reazionare in loro difesa, non per codardia, ma per una linea di condotta, di sopportazione, di umiltà, a volte per non urtare suscettibilità che avrebbero potuto compromettere la loro sussistenza e per nulla esagerato, la loro sopravvivenza. Tacere era una forma di tolleranza del più debole verso il più forte e questo atteggiamento veniva da molto tempo addietro, da secoli, e durò fino alla soglia della Seconda Guerra Mondiale il cui stato creò condizioni negative diverse che non richiedono nessuna spiegazione in quanto furono situazioni estreme entro le quali tutto poteva succedere. Nel post guerra si verificarono molti cambiamenti nelle nostre condizioni di vita. Avvennero miglioramenti decisivi nel campo sociale, economico, possibilità per tutti i giovani di accesso ad istituti di educazione superiore. Oggi a queste migliorie dobbiamo un tenore di vita ottimo, di cui mai prima avevamo goduto. Tornando al nonno, seguiva brontolando: “Questi disonesti che si beffano e speculano sulle necessità dei loro clienti e paesani”. Le imprecazioni contro i bottegai erano più per sfogarsi di ciò che gli bolliva dentro che per dirigersi a me che ero un bambino sulla soglia dell’adolescenza e certe cose non le potevo capire nella loro completa realtà. Nel paese dove mio nonno visse la maggior parte della sua vita c’erano diversi esercenti di botteghe che vendevano generi alimentari e altri articoli di prima necessità per la sussistenza della comunità. Il nonno, a mano a mano che crescevo, e potevo assimilare il suo discorrere, mi parlava di alcune forme di staffa e imbrogli che di consuetudine commettevano due dei bottegai i quali erano più dotati per frodare il prossimo: tirare con forza, certi alimenti, sul piatto della bilancia, in modo che la lancetta o il fido segnassero il peso giusto, togliendoli poi rapidamente poiché lasciandoli fermi si poteva notare i vari grammi mancanti che variavano secondo la quantità comprata. Altro stratagemma era, pressionare con disinvoltura con il dito mignolo, sul piatto della bilancia, infilato sotto la carta usata per avvolgere la compra. Altra manipolazione disonesta era il travaso dell’olio dal loro recipiente a quello del cliente. Essendo l’olio un liquido denso e ritirando il misurino con prontezza restava in questo una quantità che la misura comprata risultava sempre scarsa. Da tener presente che l’olio si comprava sfuso, in piccole quantità che spesso non superavano un ottavo o un decimo di litro. Può sembrare anche meschino dare a conoscere questi piccoli imbrogli, ma considerando che l’economia domestica era molto stirata e non poteva permettere manipolazioni che sottrassero assolutamente nulla. In buona parte la clientela era dotata di un libretto dove il bottegaio marcava l’importo di ogni compra e non poche volte le cifre marcate erano superiori a quelle reali corrispondenti ai generi comperati. Questo succedeva approfittando della poca dimestichezza che le donne avevano con le lettere e con i numeri. Altri raggiri si sommavano alla condotta di questi bottegai e altri maneggi subdoli praticavano nei loro negozi tanto da meritarsi tutti gli epiteti che il nonno usava per distinguerli. Fino a qui le birbonate di questi commercianti potevano essere comuni con molti altri disseminati nel nostro territorio, ed essendo privi di scrupoli etici e morali il loro sonno non fu mai turbato dall’intranquillità. Ma le cose prendono un altro aspetto molto più serio quando anche per una modica quantità di denaro dovuto e non soddisfatto il pagamento del debito alla data fissata, senza indugi e meno scrupoli di coscienza, casa e terreni del cliente moroso passavano in possesso del bottegaio con la compiacenza di legulei collaboratori che condividevano il bottino praticando manovre che, evadevano in certi casi, abilmente la giustizia e la legalità. Leggi che ai diseredati dalla sorte sembravano disumane e al finale della contesa favorivano sempre il bottegaio e il cliente veniva privato di beni che per gli altri erano di necessità vitale e avrebbero dovuto essere inalienabili. Le leggi sono leggi e danno diritti e obbligano a doveri i cittadini, ma in questo caso erano troppo severe, troppo drastiche applicate da uomini troppo ligi al dovere che in certi casi potevano essersi comportati con più elasticità nella loro applicazione verso famiglie che i pochi beni che possedevano costituivano la loro sopravvivenza.
Il non pagamento del debito al commerciante non era dovuto a comportamento capriccioso del cliente, ma spesso era condizionato dalla rimessa di denaro che avrebbe dovuto arrivare da qualche familiare emigrato all’estero o al vaglia spedito da una città italiana, ugualmente da familiare emigrato in patria, comunque lontani dai nostri paesi la cui gente in alta percentuale viveva dall’emigrazione. Se il denaro non arrivava, e ciò poteva succedere per vari motivi: infortunio sul lavoro, malattia, disoccupazione, ecc. Il bottegaio che non era mai disposto a concedere dilazioni né considerazioni sul mancato pagamento, procedeva al pignoramento e susseguente appropriazione dei beni immobili dei malcapitati clienti. Furono casi esecrabili sotto ogni aspetto. Per non procedere legalmente, quanto una donna con attributi e condizioni appropriate, accettasse le proposte indecorose ed infamanti del bottegaio, chiara induzione alla prostituzione. Con queste modalità molti beni di povera gente, gli unici che possedevano, passarono ad ingrossare i capitali di questi trafficanti, riducendo oneste famiglie in uno stato pietoso affogandosi nella miseria, e nell’indigenza. Solo nell’età adulta compresi in tutta la sua drammaticità e con chiarezza le situazioni che nell’ambito sociale in cui vivevamo, venivano succedendo e la rabbia malcontenta del nonno che non poteva sfogarsi per ottenere giustizia e un tratto umanitario di cui avevamo pieno diritto.

13 de noviembre de 2011

IL “PALLINO” PER LE PALLINE DI MATTIA


Mattia è solo un Mattia fra tanti, un umile cittadino che non ha nulla a che vedere con il famoso “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello. E’ un radiotecnico, un amico che sempre si è comportato in modo normale, corretto, equilibrato, ma….da un tempo a questa parte, spesso, nelle sue conversazioni, gli argomenti sono diversi dal frasario dal frasario convenzionale e dal discorrere comune. Mi fa pensare, stando a certe espressioni, che l’uomo sia un po’ fissato quando si riferisce al tempo e al modo di impiegarlo. L’uso del tempo, ultimamente per lui, mi stavo dando conto che era diventato ossessivo, specialmente quando si trattava di disporre le priorità d’impiego, scordandosi che questo fenomeno astratto ha mille forme e colori nelle sue manifestazioni. E’ fuggente, piacevole, doloroso, corto, lungo, a seconda dell’impiego che se ne faccia; allegro, triste secondo le circostanze in cui ci si trova involucrati e ha infinite altre forme ancora. Ora Mattia, riferendosi al tempo, ricorreva ripetutamente a molte frasi fatte, quali: “Haa, come passa veloce il tempo, già siamo a fine anno, mi sembra ieri che i miei figli erano bambini e già mi hanno fatto nonno.”
“Si il tempo passa e dovrei fare tante cose ma non ci riesco, non riesco a coordinare le priorità che più mi interesserebbe fossero esaudite.” Altra espressione sul tema era lamentarsi che un altro giorno se n’era andato ed altre ancora avevano sempre il tempo negativo come protagonista. Il ripetersi troppo spesso di queste lamentele è l’evidenza che Mattia è vittima di una forma maniacale contro il tempo. Non accetta più di essere ricordato al suo compleanno e mal sopporta le feste di fine anno. Mi sorprese un giorno dimostrandosi sereno e tranquillo nella conversazione dicendomi: “Da tanti anni penso a qualcosa per misurare il tempo a modo mio”. Ciò aumentò la mia attenzione e curiosità su ciò che volesse dire. Pensai che avesse inventato un nuovo tipo di orologio, come se non ne avessimo già un’infinità per ogni necessità, e prestazione, per misurare il tempo. Continuò “Vedi oggi mi sono seduto e ho fatto un po’ di conti: una persona in medi dovrebbe vivere settantacinque anni, alcuni vivono di più, altri vivono di meno, però la media è quella.” Allora moltiplicò 75 per le 52 settimane all’anno e mi diede 3900 che è il numero di sabati che una persona dovrebbe trascorrere in tutta la sua vita. Trascorsi molto tempo a pensando a tutto questo e, giunto a 55 anni, mi diedi conto che avevo vissuto più di duemilaottocento sabati! Pensai allora che se arrivassi ai 75 anni mi resterebbero solo mille sabati per vivere e godere il resto della mia vita. A questo punto visitai tre o quattro negozi di giocattoli e comprai mille palline di vetro, come quelle con cui giocavamo a boccette e a spanna da bambini.  
In casa le depositai in un vaso di cristallo trasparente. Ogni sabato, partendo da allora, prendevo una pallina e la buttavo nel cesto dei rifiuti. Vedendo diminuire le palline mi sentivo pressionato verso il compimento delle cose veramente importanti della mia vita.
Ora ti dirò, prima di lasciarci, stamattina ho tolto l’ultima pallina dal vaso di cristallo……Allora mi diedi conto che, se vivo fino al prossimo sabato, mi sarà concesso un po’ più di tempo, un po’ più di vita…..e se c’è qualcosa che tutti apprezziamo è poter disporre di tempo supplementare.
Strano modo usava Mattia per controllare il tempo che poteva rimanergli come risiedente di questo mondo, quando ogni giorno, purtroppo, fatti e cose ci ricordano di tenere la valigia pronta per il fatale viaggio che tutti dovremo compiere un giorno quando la tenebrosa signora della falce reclamerà la sua vittoria dopo averci dato tutta la vita di vantaggio.
Mattia, dal momento che buttò l’ultima pallina, ogni giorno faceva qualcosa di inconsueto nelle sue abitudini. Portava la famiglia a mangiare fuori al ristorante, comprava fiori alla moglie, la svegliava al mattino con un bacio, invitava i figli a giocare a carte, cosa che sempre gli piacque però non aveva potuto praticare questo gioco a suo gusto; insomma da quel giorno Mattia era come se avesse acquistato una nuova personalità. I familiari erano perplessi per questo cambio, ma non riuscivano ad attribuire una chiara causa a tale comportamento che non avendo effetti negativi non li preoccupava maggiormente. Io che ero venuto a conoscenza del suo “pallino” per le palline, vedevo e giudicavo, e non potevo ignorare la fissazione che Mattia aveva dedicato al tempo. Se l’avesse presa con il tempo come fenomeno meteorologico che ha qualcosa di tangibile, sarebbe rimasto con i piedi a terra, ma filare su quello spazio intoccabile, impalpabile, indefinito fenomeno che fluisce inarrestabile in una successione di istanti, è follia. Più strano è perdere la sua nozione a beneficio della nostra pace e serenità. Auguriamoci che Mattia possa attendere alle sue priorità e che la tenebrosa signora della falce tardi il più possibile a presentarsi al suo cospetto reclamandogli il suo tempo ormai scaduto.

12 de noviembre de 2011

IMPERATRICE DELL’UNIVERSO


Il primo giorno dell’anno iniziò con una festa singolare, “Santa Maria madre di Dio”. Appoggiarsi a lei è sinonimo di sicurezza e protezione. E’ logico festeggiarla e porre ai suoi piedi il nostro futuro. San Josè Maria soleva chiamarla con il titolo che precede queste righe. Vogliamo anche festeggiare le donne italiane, soprattutto quelle che discretamente accudiscono con sacrificio la propria famiglia, senza sperare in ricompensa alcuna. Qui viene al caso una rassegna che accusa un difetto nella donna, quando Dio creò la donna un angelo gli domandò perché investiva tanto tempo in lei. Dio gli disse: “Hai visto la lista delle sue specificazioni? Non può essere di materiale plastico. Dovrà avere più di duecento pezzi intercambiabili e alimentarsi solo del necessario. Deve avere un grembo in cui possano accomodarsi quattro bambini allo stesso tempo, dare un bacio per curare da un ginocchio ad un cuore infranto, e tutto lo farà solo con due mani”. L’angelo meravigliato disse: “E’ impossibile!”. “E questo è solo il modello standard” disse Dio. “E’ troppo lavoro” disse l’angelo “terminerà domani”. A ciò Dio rispose: “No, sono vicino a concludere la mia opera maestra. Lei si cura solo quando si ammala e può lavorare diciotto ore al giorno”. L’angelo si avvicinò alla donna e la toccò. “Però è cosi fragile e soave Signore….E’ soave, però è tanto ciò che si può agguantare!”. L’angelo notò qualcosa e toccò la guancia della donna con la mano. “Signore sembra che questo modello abbia una fuga….”. “Ti ho detto che la stavo creando con molte, forse troppe, cose. Quella non è una fuga, è una lacrima” corresse Dio “e che cos’è una lacrima? Le lacrime sono la sua maniera di esprimere gioia, amarezza, amore o sofferenza”. “Sei un genio Signore, la donna è meravigliosa” disse l’angelo alla fine. Lo è. Sorridono, quando vogliono gridare. Cantano, quando vorrebbero piangere. Piangono, quando sono felici, e ridono, quando sono nervose. Lottano per ciò che credono, non accettano un “no” come risposta definitiva. Sono grandi negoziatrici. Si privano di tutto per favorire la famiglia nelle necessità. Piangono, quando i figli trionfano. Il loro cuore si rompe, quando muore una persona cara. Concluse Dio: “Nonostante tutto questo ha un difetto: si dimentica di quanto vale!. Non estrassi la donna dalla testa dell’uomo per ricevere i suoi ordini. Né dai suoi piedi perché fosse la sua schiava ma dalle sue costole perché stia sempre vicino al suo cuore.”. E come Dio ha molto buon umore dicono che dopo aver creato l’uomo il settimo giorno riposò. Poi creò la donna e da allora non ha avuto neanche un momento di riposo!

11 de noviembre de 2011

LA COSACCA E LA CASACCA


Hop, hop, hop, scandito e ripetuto a tempo ritmato era ciò che si udiva proveniente dall’interno di un cortile che dava sulla strada dove in quel momento stavo transitando. Incuriosito al sentire quella voce, essendo il portone socchiuso, introdussi la testa e vidi Ivan a braccia conserte che stava tentando qualche passo di una frenetica danza russa, ma, come di consueto, era ubriaco e il suo ballo risultava una caricatura di quelle famose danze in cui, di tanto in tanto, i suoi compagni solevano esibirsi facendolo molto bene, con buon ritmo, e figure quasi acrobatiche.

Katiuska, la moglie di Ivan, dalla porta della casa dove erano alloggiati, lo guardava con commiserazione e visibilmente contrariata.  Katiuska era una donna bella, alta e ben formata, bionda con grandi occhi azzurri. Montava a cavallo come un’esperta e provetta amazzone, non smentendo in questo la fama della sua razza. Erano cosacchi di stirpe tartara stanziati nelle steppe della Russia meridionale e sulle rive del Don, arrivati nei nostri paesi ingannati dai nazisti che invasero la Russia durante la seconda guerra mondiale dicendo loro che le nostre regioni, Friuli e Carnia principalmente, erano territori abbandonati dalle rispettive popolazioni per fuggire alla guerra. Quindi terra, case e ogni bene era a loro disposizione per fondare la loro nuova patria.

A Pinzano arrivarono nel settembre del 1944. In quel giorno si parse la voce tra la gente del paese: “I cosacchi, i cosacchi, arrivano i cosacchi”. Il disagio, ma anche la curiosità erano evidenti tra le persone visibilmente concitate nell’attesa di vedere le facce di questa gente esotica di cui avevano solo un’idea attraverso i racconti dei romanzieri che riportavano le loro vicende. Dall’alto del colle che sovrasta il paese si poteva scorgere lontani tornanti della strada che si snoda tortuosa e da questa alzarsi delle nuvole di fumo bianco. Era la polvere mossa dalle carrette, dagli zoccoli dei cavalli e altri carriaggi dei quali si servivano per la loro locomozione.

Giunsero con le loro famiglie, donne, vecchi, bambini e le loro masserizie, un popolo completo che veniva a stabilirsi nei nostri paesi, nelle nostre case. Vedendoli da vicino, più che le loro fattezze mongoloidi, ci sorprese lo stato trasandato del loro abbigliamento, la visibile mancanza d’igiene personale e, più avanti, scoprimmo anche altre tare proprie della loro razza.

Arrivati tra noi si resero conto subito di essere stati ingannati e burlati dai nazisti. Incontrarono le case occupate dalla nostra gente, legittimi proprietari. Nessuno era fuggito, qui la guerra si faceva notare in molte forme negative però non c’era un fronte, una linea di combattimento. In certe località d’interesse strategico anche la nostra regione fu oggetto di bombardamenti a ponti e linee ferroviarie però ciò non produsse l’esodo come nella guerra 15-18 quando molta gente dovette allontanarsi e cercar rifugio altrove come profughi, essendo allora queste zone teatro di guerra.

In questo conflitto la gente rimase nelle proprie case vivendo come sempre, ovviamente, condizionata da molte penurie e sofferenze e a questi patimenti si aggiunse quello che i cosacchi non vollero accettare di alloggiare in locali pubblici come avevano disposto le autorità civili, scuole, capannoni, o altro stabile adeguato per accogliere gruppi numerosi di persone, ma vollero farlo in seno alle nostre famiglie, interponendosi ai civili. Ciò per evitare eventuali attacchi da parte dei partigiani le cui formazioni erano attive nella nostra regione e questa fu la ragione per cui i tedeschi portarono qui i cosacchi, per contenere e arginare il più possibile le operazioni partigiane.

Ci trovammo così con due o tre di loro alloggiati nelle nostre case. Tra l’altro si preparavano i loro pasti con alimenti rubacchiati qua e là poiché i tedeschi non gli davano né viveri né armamenti adeguati e sufficienti alle loro necessità, per alimentarsi e per difendersi. Perciò come è nelle loro tradizioni e abitudini vivevano di razzia.

Organizzavano delle scorrerie nelle borgate o in qualsiasi luogo per provvedersi di fieno per i cavalli e di ogni altra cosa sulla quale posassero gli occhi e che poteva essergli utile. Di notte erano costanti le incursioni nei pollai. Erano noti per la loro dedizione all’alcol e tracannavano  qualsiasi bevanda alcolica, a volte anche tossica, come può essere l’alcol denaturato. I cosacchi erano fedeli servitori dello zar e costituivano reparti delle truppe regolari del suo esercito. Si servivano di loro particolarmente per sedare tumulti, sommosse o qualsiasi manifestazione contraria al regime zarista, o che potesse offuscare la propria immagine. Erano degli abilissimi cavallerizzi e temibili nei loro interventi. In compenso delle loro prestazioni gli era permessa la razzia delle località coinvolte e in questi casi le loro azioni si trasformavano in scorrerie banditesche. Saccheggiavano, rubavano, estorcevano, violentavano le donne e si impadronivano di tutto ciò che potessero trasportare lasciando morte e desolazione al loro passaggio.

Con l’avvento della rivoluzione russa nel 1917 e l’instaurazione al potere del regime comunista furono assassinati lo zar e tutta la famiglia Romanov. I cosacchi furono perseguitati e molti di loro rinchiusi in campi di concentramento o di sterminio. Per i tedeschi non fu difficile ingannarli approfittando del loro risentimento contro il regime vigente in Russia e con false promesse li convogliarono verso il Friuli e la Carnia.

Come collaborazionisti, masnadieri, al servizio dei nazisti, non possono essere compatiti e tollerate le loro azioni perché anche loro, come i loro padroni, hanno lasciato una scia nefasta al loro passaggio per il Friuli e specialmente in Carnia. Per ciò che mi riguarda personalmente devo lamentare l’aggressione a mio padre. Per derubarlo fu atterrato con un colpo alla testa col calcio del fucile, gli spararono poi un tiro ma fortunatamente la pallottola gli passò di striscio sul cuoio capelluto. Le conseguenze furono molto gravi ma sopravvisse.

La guerra è uno stato anomalo che può succedere durante la nostra esistenza, ne siamo succubi senza volerlo, e siamo coinvolti ed esposti a situazioni estreme, soffrendo le conseguenze di questo stato di violenza e chi sopravvive, sia pure con le lesioni nell’anima e nel corpo, dovrà ringraziare la provvidenza comunque, di essere ancora in vita.

Fra le pieghe di queste violenze, sotto la pressione della paura, l’uomo può perdere il senso civile della ragione e il raziocinio dei suoi atti. Ma sempre può sorgere l’eccezione e affiorare nell’animo sentimenti compassionevoli verso il nemico che un momento prima volevamo andasse fuori dai piedi. E’ il caso di mia madre che nei giorni di fine guerra ha avuto parole di commiserazione verso due cosacchi che avevamo in casa e che a conoscere il proprio destino piangevano con la testa appoggiata sul tavolo. Diceva: “sono così giovani e sicuramente avranno anche loro una mamma che ansiosa li aspetta”. E’ meraviglioso, dentro quel marasma di emozioni che causa l’essere coinvolti nella guerra, lasciare il sopravvento all’amore, al perdono al posto del risentimento e all’odio.

Un altro fatto che conferma ciò che è appena scritto qui sopra è che Katiuska, pur conoscendo e sapendo che nella casa di fronte viveva la mia fidanzata e spesso ci vedeva insieme, e lei era cosacca e nemica, non dimenticava di essere donna, in varie occasioni si atteggiava seduttrice facendo risaltare ciò di cui era ben dotata, si avvicinava insinuante un po’ troppo, e se i nostri idiomi non si capivano, un altro linguaggio era ben comprensibile, conosceva l’arte della seduzione. Infine era donna e tutte le donne nascono dotate dell’arte per sedurre e conquistare gli uomini che sempre sono più ingenui. Io facevo il tonto per non trovarmi coinvolto in un’avventura che per varie ragioni doveva essere evitata. Prima di tutto frenare, mortificare il mio orgoglio maschilista, la più delicata e importante, potevo essere accusato di collaborazionismo con il nemico, Ivan…il terribile, avrebbe potuto squartarmi con la spada.

Il motivo che mi dava l’opportunità di vedere spesso la cosacca è che viveva di fronte alla casa della mia ragazza che io frequentavo spesso. Qualsiasi intimità più in là di “Dasvidania” (saluto russo) sarebbe stato un guaio che non volevo succedesse. Per ultimo Katiuska era bella sì, ma la poca igiene personale, e l’alito di aglio e cipolla che lei come tutti i cosacchi mangiava in abbondanza, avrebbe tenuto a distanza il più temuto degli uomini, forse meno Ivan, che oltre all’aglio e cipolla doveva aggiungere i miasmi dell’alcol.

Ciò che mi fa ricordare Katiuska non sono le sue attitudini deduttive ma una sera che, come tante altre, ero in casa della mia ragazza mi si avvicinò e con cipiglio minaccioso mi prese per il bavero della giacca e mi disse: “Tu partisan!” e tirando il bavero per la punta aggiunse “Americana!” riferendosi al giaccone che portavo. Rimasi un momento impacciato e timoroso, poi dissi a mia volta. “No partisan!” Parlando all’infinito, accompagnai con un gesto simulando un aereo e facendone il rumore, “San Daniele caduto aereo americano, io prendere questo”.

Era vero che era caduto un aereo, un bombardiere, a San Daniele e casualmente lo vidi cadere, trovandomi con la bicicletta molto vicino al posto, per curiosità assistendo ad un fatto così straordinario, insieme ad altra gente accorsa, mi avvicinai all’aereo non con l’intenzione di impossessarmi di qualcosa, arrivai a vedere solo un morto negro. In quel momento giunsero due fascisti con il moschetto e ci spararono ai talloni per allontanarci.

Comunque aveva ragione lei, ero partigiano e la giacca era la parte superiore di una tuta di un pilota inglese. Mi era stata regalata da un maggiore inglese capo della missione militare della quale facevo parte come autista nelle formazioni partigiane. Durante il grande rastrellamento nell’autunno del 1944, sciolte le formazioni fino alla prossima primavera, rimanemmo liberi di raggiungere le nostre case. Io potei superare lo sbarramento delle truppe tedesche, cosacche e missini della repubblica di Salò, che ci stavano braccando nella zona pedemontana della Val Tramontina, e dopo varie peripezie arrivai a casa mia con la giacca in questione.

Temevo che la cosacca, che in seno alle sue truppe aveva qualche gerarchia di comando, potesse valersene per arrestarmi o causarmi qualche noia, però non lo fece e il problema “giacca” non ebbe altro seguito. In quei tempi non era raro vedere le nostre ragazze vestire camicette e altri indumenti fatte con la tela dei paracadute inglesi o americani discesi dai nostri cieli a rifornire le formazioni partigiane di viveri, armi e altre vettovaglie necessarie alla causa.

Un fatto strano devo aggiungere a questi aneddoti e brevi storie di cosacchi. Finita la guerra negli anni cinquanta emigrai in Venezuela dove esercitavo il mio mestiere di fotografo  e un giorno mi chiamarono per fare delle fotografie in occasione di una festa familiare. Giunto sul posto mi resi subito conto che erano stranieri e chiesi di dove fossero, quale era la loro provenienza e mi dissero che erano russi.

A loro volta mi domandarono la mia provenienza e dissi che ero italiano, di Udine. Una delle donne presenti mi disse che conosceva Spilimbergo. L’uomo che le stava a lato la interruppe bruscamente con una gomitata al fianco e uno sguardo fulminante facendola a tacere. Era evidente che erano cosacchi, forse gli stessi che aggredirono mio padre. Questa sì che fu una strana e rara coincidenza, incontrare a diecimila chilometri di distanza questi residui di guerra che dieci anni prima causarono tante sofferenze alla gente dei nostri paesi.

Tutte le vicende narrate sono lo specchio di una realtà vissuta. Vive la speranza che la crescita della cultura crei uomini savi illuminati, che sappiano evitare le guerre che lasciano solo degenerazione, patimenti, sofferenze e dolore, e le generazioni future godano di pace, giustizia e libertà.