10 de noviembre de 2011

LA VIA DELLE MELE


Esistono molte vie che non sono propriamente vie cittadine, ma vie prescelte e create dal commercio dalla malavita per il transito di mercanzie lecite o proibite dalla legge. Queste vie possono chiamarsi: del ferro, della seta, della marijuana, del tabacco, della coca.
Non voglio riferirmi a queste vie ma alle vie friulane che si snodano sfiorando i cortili delle nostre case, vie nostrane buone e sicure, cariche di storia e in tempi ormai passati, percorse a piedi dalle nostre donne, mamme, sorelle, nonne con una gerla in spalla ricolma di frutti, dirette ai mercati di San Daniele o Spilimbergo: era la “via delle mele”. Erano loro, le “rivendicules”, che si addossavano questo faticoso lavoro con abnegazione e buona disposizione, per sopperire alle necessità familiari. Le vie cui mi riferisco vengono da Castelnovo, Oltrerugo, Costabeorchia, Val d’Arzino, e cito queste essendo quelle che mi hanno visto nascere, ma potrebbero essere tutte quelle della riviera pedemontana del Friuli occidentale, le cui genti accorrevano con i loro prodotti, che erano più o meno gli stessi, alle cittadine e grossi centri abitati più vicini e con lo stesso modus operandi. Non era impresa facile coprire la distanza scendendo dalle loro valli per raggiungere sia uno che l’altro mercato con una pesante gerla sulle spalle ricolma di frutta che poi non erano solo mele ma fichi, pere, noci, prugne e quant’altro si producesse su terreni che per la loro natura non permettevano altre colture. Chi disponeva vicino a casa di una piccola parte di terreno piano poteva seminarci gli ortaggi di consumo abituale, e questo era già un privilegio. Il lavoro di una famiglia, di un gruppo familiare, era uguale a quello di tanti altri nello stesso ambiente e si svolgeva, con poche varianti, allo stesso modo. Nei giorni di mercato all’alba, Giacomo sveglia la moglie Maria. Lei si alza ancora intorpidita, per le poche ore di sonno e per la stanchezza del giorno prima trascorso nella raccolta dei frutti e nei preparativi, in modo che il giorno seguente tutto fosse pronto per partire alla volta del mercato. Scendeva le scricchiolanti scale di legno e lo faceva in punta di piedi per non svegliare Tonino, il figliolo, che avrebbe voluto accompagnarla. Giunta in cucina, per prima cosa apriva la porta, come faceva ogni giorno, dava uno sguardo al cielo scrutando le intenzioni del tempo, timorosa che questo si mettesse a male e, quando questo sfortunatamente succedeva erano guai. Infatti si guastavano i frutti più delicati che non tolleravano dilazioni per essere smerciati, e ciò avrebbe compromesso l’esigua economia familiare. Rassicurata dal buon tempo, si preparava il caffè nel quale avrebbe intinto un pezzo di pane e questa era la sua colazione che avrebbe dovuto sostenerla fino a mezzogiorno. Per il pranzo provvedeva a mettere in un tovagliolo del formaggio e qualche fetta di polenta poiché il ricavato dalla vendita della frutta non poteva essere speso per pranzare in un ristorante, doveva usarsi per le necessità familiari e qualche spesuccia personale. Calzava i “scarpets”, calzatura leggera di tela, fatta a mano da lei stessa, con suola di stoffa trapuntata fittamente grossa come un dito, e tomaia di velluto a volte ricamata con fiori. Scarpette tipiche del Friuli e della Carnia. Andava poi dalla vicina di casa, compagna di mercato, a sapere se era pronta per partire. Nelle vicinanze, strada facendo, si incontravano con altre donne della borgata, anch’esse dirette al mercato con le gerle in spalla e lo stesso genere di frutti. Allo spuntar del giorno già si incontravano camminando sulla strada bianca avvolte nella bruma stagnante mattutina e scomparivano in lontananza come macchie informi, indefinite, che si dissolvevano lasciando la strada vuota. Il percorso per giungere al mercato richiedeva qualche ora ma questo tempo non era sprecato. Strada facendo il tempo veniva utilizzato sferruzzando, tessendo una maglia, una calza, dei guanti di lana per difendersi dal freddo nel prossimo inverno. Arrivate sui posti di vendita si ubicavano: a San Daniele sulla piazza ai piedi della scalinata del duomo, a Spilimbergo dalla piazza Garibaldi fin dopo la ex banca del Friuli all’inizio dei portici. Nelle ore del primo pomeriggio si avviavano al ritorno alle proprie borgate, alle proprie case, a cuor contento se la vendita era stata proficua, tristi se nella gerla era rimasta ancora frutta da smerciare. Per tutte il ritorno era più agevole essendo le gerle alleggerite del tutto o in buona parte.
Questo in tempi passati era un modo per guadagnarsi il pane quando fatica e sacrificio erano motivo di orgoglio, se questo era il prezzo da pagare per soddisfare in parte le necessità familiari.
A queste donne da parte mia, a distanza di molte decadi, devo chiedere perdono, sicuramente dovrà giungere all’aldilà, per una burla di mal gusto che a quei tempi, da ragazzino incosciente, perpetravo insieme ad una combriccola di coetanei. Legavamo un portamonete o un vecchio portafoglio con uno spago, lo posavamo sulla strada dove dovevano passare queste “rivendicules”, coprivamo lo spago con la polvere lasciando scoperta solo l’attrattiva esca che, al vederla, si precipitavano per coglierla. Ma in quel momento noi, nascosti sotto il ciglio della strada, tiravamo lo spago e l’oggetto magicamente spariva.
Ancora oggi, già anziano e ricco di molte primavere, pur considerandola una ragazzata, provo un senso di mortificazione per tale gesto che non doveva essere riservato a loro. Inevitabile coprotagonista  e complice fu la “via delle mele”.



9 de noviembre de 2011

MIA MADRE


Mai mi passò per la mente scrivere qualcosa sulla personalità di mia madre. Ma incontrando spesso molti conoscenti che mi parlano di lei con tanta simpatia e cordialità, decisi di farlo, poiché attraverso loro emergono dalle nebbie del tempo aspetti, condizioni e particolari della sua vita che danno merito alla sua memoria e lo faccio per tutti quelli che la conobbero, la stimarono, e le hanno voluto bene.
Madre, le cinque lettere che formano questo nome mi sono così care che un pudico ritegno mi inibisce per scrivere con scioltezza cose che ricordino la nostra convivenza. Una delle ragioni che mi spinge a farlo è che tu non fosti solo una donna che si consumò fra le quattro pareti domestiche tra i fornelli e i tegami. Fosti anche, nella tua modesta e minuta persona, un personaggio pubblico. Fosti bidella nelle scuole elementari fra bambini che ora sono già anziani e ancora ricordano quando passavi tra i banchi a riempire d’inchiostro i calamai, o quando qualcuno di loro giocando e correndo nel cortile durante la ricreazione, cadeva, e tu gli curavi le ferite con lo stesso amore come fossero tuoi figli. Eri un’eccellente cuoca e per diversi anni alimentasti i bambini che frequentavano la colonia elioterapica giù sulle rive del Tagliamento.
Anche questi ti ricordano e non si sono dimenticati della squisitezza dei tuoi minestroni come solo tu li sapevi preparare, la pastasciutta, le patatine fritte al rosmarino, e il resto degli alimenti che completavano la loro dieta.
Ma non solo dentro del perimetro del tuo paese, ma anche fuori di questo, sei ricordata per la tua integrità morale, la tua gentilezza, la tua disponibilità. Così ti comportavi anche con qualsiasi persona occasionale che incontrassi nel tuo che fare quotidiano. Mi sorprendono gratamente le tante persone che ti ricordano a molti anni dalla tua scomparsa, questo significa che hai lasciato una luminosa scia nella traiettoria della tua vita. Con umiltà scrivo di te che fosti madre mia, ma nello stesso tempo nutro un pensiero riverente per tante altre buone madri che ugualmente meriterebbero essere ricordate. Tu già non sei tra noi e scrivo di te per darti a conoscere meglio a tutti quelli che ti hanno stimata e voluto bene, e lo faccio con un sano impulso privo di qualsiasi stimolo vanitoso.
Io non sono poeta per scriverti un poema che porti alla superficie, alla luce, tutta la brillantezza che emanava dalla tua immagine, come lo hanno fatto Gogol, De Amicis, Pascoli, Beecher e tanti altri insigni scrittori che hanno saputo creare un ritratto della madre esaltando le virtù, le manifestazioni d’amore e l’eroicità nel sacrificio per i figli, valori che ci restano incollati nel nostro essere per portarli con noi fino alla tomba. Prova di questo fu quando assistii agli ultimi spasmi agonici di mio fratello ormai novantenne e in un filo di voce che ancora gli restava, mamma fu l’ultima parola che pronunciarono le sue labbra.
Quante cose sapevi fare madre, e risolvere nel momento opportuno quando le circostanze richiedevano una soluzione, come durante la grande crisi del 1929 che ridusse critica la nostra condizione familiare e nostri piatti passarono dall’aragosta alla sardina. Durante la seconda guerra mondiale che mancavano gli alimenti ed era veramente difficile trovare qualcosa da mettere nel piatto all’ora dei pasti tu trovavi sempre il modo di sfamare i tuoi figli e non poche volte la soluzione la trovavi nei prati circostanti la casa. Raccoglievi delle erbe, che tu conoscevi, e da queste dopo cucinate ne usciva un purè che accompagnato con polenta di mais era una pietanza deliziosa. Il nome di tale composto era: lidum o pistum.
Vorrei appostare a che le nuove generazioni non conoscono queste erbe commestibili e solo come dato curioso voglio segnare i loro nomi nella nostra lingua friulana, poiché non li conosco in altro linguaggio. Pestelac, malve, capeles di predi, pivides di pan e vin, confenon, plantai e sclupit.
Eri capace di fare molte cose con le tue mani, però la tua vocazione era destreggiarti nell’arte culinaria, fare la cuoca, e ci sei riuscita. Sposalizi, battesimi, comunioni e altre ricorrenze mamma Maria era chiamata per arricchire le mense con le tue squisite e prelibate vivande. In casa cucinavi, tra i tuoi piatti forti era il coniglio e mentre si cucinava e ti dovevi assentare io ero l’incaricato di vigilare la cottura. Mi dicevi: “Guarda che deve cuocere “dasi adasi” (adagio adagio) e nel “spolert” (cucina a legna), metti di tanto in tanto un paletto di legno e rimuovi delicatamente aggiungendo, se necessaria, mezza tazzina d’acqua ”. Così non solo venni a conoscenza di qualcuno dei tuoi segreti culinari, ma divenni un esperto nel cosificare la fiamma, che è molto importante per il buon esito di una buona cucina. E quando dal tegame si diffonde quel delizioso aroma che invade l’intorno, non si può resistere la tentazione di prendere uno zampino e gustare il sapore delle erbe aromatiche, le spezie e altri componenti del condimento che portavano il tuo marchio segreto risultando semplicemente una squisitezza. Risultava poi che quel coniglio si riduceva ad un esemplare di sole tre gambe e tu dandotene conto conoscevi già il mistero di quell'anomalia.
Altra qualità era dotata la tua personalità, la bontà. Quando uno qualsiasi dei tuoi quattro figli ti diceva di aver visto un mendicante per le vie del paese lo mandavi a cercare e mai andava via dalla nostra casa con lo stomaco vuoto.
Ora restiamo fra noi tra le cose di casa nostra, giunse l’epoca che ero diventato un giovanotto con certe esigenze e certe necessità, mi piaceva andare a ballare, quando si presentava l’occasione e dovevo salvare le apparenze con le ragazze che invitavo. Al papà chiedevo denaro e mi dava sempre poco e gli dicevo, ricevendo le poche lire che mi dava, che un giorno avrei foderato il suo tavolo da lavoro con carte da “100”. Tu mamma aggiungevi altro, poco, però, risultava sempre poco. A te mamma dicevo che avrei comprato una nuova bicicletta o un vestito di gala, cosa che muoveva un velato e chissà ad un incredulo sorrisino. Un giorno nella tua camera, madre, scopersi qualcosa di voluminoso appeso sotto un cappotto appeso all’attaccapanni. Era una borsetta nera di cuoio e nell’interno conteneva un buon pacchetto di monete di diversi piccoli tagli, quello di più valore era di dieci lire, questi erano pochi, gli altri erano da cinque, da due e da una lira. Questa scoperta mi permise di arrotondare qualcosa in più per le mie piccole spese. Questo gruzzoletto erano le rimanenze della spesa giornaliera e ti servivano per comprarti qualcosa di tanto in tanto di tua necessità.
Nel dopoguerra, riaprendosi il mercato del lavoro nei paesi europei, ebbi la fortuna di avere un contratto di lavoro in Svizzera, così migliorarono le mie condizioni economiche. Al ritorno in Italia a fine contratto, compii la promessa che avevo fatto a papà. A te mamma confessai dei miei piccoli furti nella tua borsetta, cosa che tu ti eri già data conto della mancanza del denaro, sebbene io avessi usato l’accortezza di non far diminuire il volume cambiando i biglietti da cinque e dieci lire, reintegrandoli con monete da una o due, in modo che il volume fosse lo stesso, ma la quantità in valore era notevolmente diminuita. Con questa confessione ebbe fine la perplessità dell’ammanco e anche a te diedi per decuplicato il maltolto in forma malandrina.
Fin da molto giovane mi preoccupai delle ristrettezze economiche della mia famiglia e mi tormentava il pensiero di come avrei potuto migliorare la situazione. Anch’io, come mio padre, varcai l’Oceano in cerca di fortuna. Lui lo fece dopo il crollo del 1929 che lasciò la nostra famiglia sul lastrico. La dea bendata per lui rimase cosi, bendata e sorda, senza apportargli nessun miglioramento economico. Io emigrai dopo la seconda guerra mondiale, quando lui aveva già lasciato questo mondo. Rimase la mamma e a lei riuscii a dare una certa tranquillità economica e mi compiacevo ogni volta che le mandavo un assegno che lei cambiava in una banca di Spilimbergo. Mi raccontano che quando andava a prendere la corriera per recarsi a cambiare il suo assegno indossava la sua roba migliore: vestito nero con colletto di pizzo bianco, lo spolverino e i guanti neri. Così tutta in ghingheri, magari con i suoi vestiti un po’ fuori moda, residui di tempi migliori, andava in banca a cambiare il cheque che le mandavo ogni mese. A mia volta in un rientro in Italia fui alla stessa banca e, visto il mio cognome, mi chiesero se fossi il figlio di quella donnetta così e così, dandomi i dettagli di mia madre. Compresi che anche gli impiegati che avevano avuto da fare con lei erano stati conquistati dalla sua grazia e simpatia.
Mamma la tu avita non si differenzia da quella di tanti tuoi simili, fatta di lati e bassi, di gioie e dolori. Sicuramente un giorno sereno e gioioso fu, quando, per una vacanza, venni in Italia e un mattino molto presto mi svegliò un dolce canto di una voce quasi fosse quella di un bambino. Incuriosito per sapere di chi era quella voce e quel cantare cosi di buon ora, aprii la finestra che dava sull’orto e lì eri tu alle prese con i tuoi pomodori ed eri proprio tu che cantavi. Il tuo canto mi rallegrò e mi commosse nello stesso tempo perché non è di tutti i giorni sentire cantare una mamma novantenne. Quante cose ancora potrei dire di te, ma penso che le linee con le quali ho disegnato il tuo ritratto siano sufficienti. Altri dettagli resteranno con me nell’intimità del mio cuore per sempre.
Il tuo canto quel mattino fu come il canto del cigno, poco tempo dopo ci lasciasti per il tuo viaggio senza ritorno.
Nella tua agonia nell’ultimo alito di vita che ti restava ti dissi “Sono qui vicino a te” e le tue labbra vollero accennare un sorriso appena percettibile, poi la tua espressione sprofondò nel nulla dell’oscurità e in quel momento compresi che avevo perso per sempre chi più avevo amato nella mia vita-la mamma-.

8 de noviembre de 2011

MIO PADRE


Tornare indietro nel tempo per ricostruire la figura della tua personalità, e soprattutto la parte di padre che ti è toccato adempiere nella vita, non mi sarà cosa facile per il molto tempo interposto perciò voglio farlo prima che la nebbia degli anni possa offuscare la mia mente, essendo già in età anziana, e cancellare i ricordi avvolti nell’intrico del passato dal quale mi propongo di trarre elementi per comporre il tuo ritratto. Lo faccio per soddisfare un intimo desiderio che vuole riviverti, ma anche con l’orgoglio che i miei figli, tuoi nipoti e pronipoti gli sia dato conoscere un po’ il loro nonno e bisnonno, personaggio che in questa ricerca affiora con un’immagine di integrità solvente, di padre, marito e cittadino. Spero che i tuoi nipoti sappiano valutare i tuoi meriti anche se il loro metro di valutazione dei valori nell’epoca attuale sia sostanzialmente cambiato. Non pretendo fare una cronistoria di tutto il tempo che sei stato fra noi e di tutti gli alti e bassi della nostra esistenza e delle nostre vicissitudini succedutesi durante tutto quel lungo tempo. Mi limiterò ai momenti e fatti più risaltanti nell’insieme, e del nostro vivere quotidiano. Mi riferirò prima di tutto a noi due. Io ultimo arrivato nella famiglia, dopo altri tre fratelli maggiori. Venni al mondo dopo diversi anni dal fratello che mi precedeva perciò nella mia qualità di “cucciolo” non mi mancarono affetto e coccole in seno alla famiglia e devo dire che sempre sono esistite ottime relazioni affettive tra noi in ogni tempo. Da te papà nella mia infanzia ho avuto i più originali giocattoli, il tuo ingegno ti permetteva di fare molte cose meravigliose. Alcuni giocattoli da te costruiti costruirono l’invidia e l’ammirazione degli amichetti come l’aquilone che batteva le ali e volando sembrava un uccello enorme, la scimitarra fatta di legno d’acacia risultava tanto reale che incuteva timore tanto da poter tagliare teneri germogli e, nella mia fantasia, potevo combattere e vincere qualsiasi nemico immaginario con quello spada. Mi costruisti una chiesetta con il suo campanile con campanelle vere dal suono piccolo ma delizioso e le vetrate della chiesa ispiravano mistici sentimenti. Trenini fatti con i rullini delle pellicole e casette delle carte fotografiche. Dato che tu eri fotografo questi erano residui che tu sapevi mettere insieme facendomi felice nei miei giochi e destando la mia ammirazione per questa tua abilità. Di giocattoli comprati ne ho avuti ben pochi e la ragione fu che la grande depressione, la crisi economica del 1929, si ripercuoteva in tutto e si protrasse per molti anni causando fallimenti di industrie, imprese, commerci grandi e piccoli subirono il crac finanziario e anche tu, che oltre all’esercizio fotografico avevi un piccolo negozio, sei rimasto sul lastrico e da questa penuria venne la necessità di rinunciare a molte cose, e anche a quella di costruire i giocattoli caserecci per il tuo bambino. Con tale crisi ebbero inizio gli anni neri per la nostra famiglia, fino ad allora benestante, e per l’intera nazione e, come se non bastasse questa precaria situazione generale, nella nostra famiglia si aggiunsero varie disgrazie. All’inizio degli anni trenta in otto mesi uno dall’altro perdesti i due figli maggiori, uno per incidente stradale, l’altro per malattia. In tale breve periodo se ne sono andati, uno di 19, l’altro di 22 anni, età che avrebbero potuto iniziarsi in qualche occupazione e così contribuire ad alleviare le necessità familiari com’era la speranza che avevi riposto in loro. Di questo non è necessario dire più nulla. Per rimediare la situazione in cui versavamo decidesti di emigrare in Argentina allettato da promesse vendute da un “amico”. Promesse di facile guadagno e di bonanza. Arrivato in quel Paese la realtà risultò ben differente. Anche in Argentina la crisi era vigente e non era vero che si mangiassero salami come rape e si nuotasse nel grano e nel vino, e anche se ciò fosse stato vero non potevi mandare alla tua famiglia vino, grano e latri cereali perché questi generi erano disposti a pagare il tuo lavoro. Avevi lasciato in Italia la moglie e quattro figli che avevano bisogno di tutto e solo un po’ di denaro poteva essere di sollievo alla nostra precaria condizione. Ciò non fu possibile perché ti ammalasti di una strana febbre che ti costrinse a cambiare regione e residenza ed infine a rimpatriare. Malasorte. E se non bastassero i malanni creatisi intorno ed in seno alla nostra famiglia, nella nostra esistenza, in tua assenza, il debito, benché esiguo, residuo del tuo negozio, che non potesti estinguere come pensavi di farlo col miraggio argentino, si portò via la casa e tutti i nostri beni. La mamma trovò una residenza in un paese vicino, una casa che non avrebbe dovuto ospitare esseri umani tanto era dissestata, malandata. I muri colavano e traspiravano a rigoli l’umidità dalle quattro pareti. La camera dove ci sistemammo noi quattro fratelli, né il soffitto né il tavolato del pavimento aveva, uno sopra l’altro sotto, senza intonaco alcuno, cosicché tra le fessure mal combaciate vedevamo la luce che entrava dalle finestre del solaio e con la luce il freddo. La mamma si dette da fare cercando qualcosa di meglio, ma fra le poche disponibili solo questa era quella cui potevamo pagare l’affitto corrispondente alle nostre possibilità al momento. Così rimase la casa fin quando cambiò il nostro status, e poco a poco potemmo metter mano e cambiare quello stato cavernoso convertendola in spazi abitabili confortevoli tanto da meritarsi l’appellativo di “casa”.
Ritornasti dall’Argentina e incominciasti a lavorare facendo fotografie dando mano al tuo ingegno. Riparavi orologi e tra una cosa e l’altra riuscivi a soddisfare le necessità vitali e a malapena tutte le altre, dandoci un vivere decente e onorabile. Fino in quel momento eravamo in troppi a dipendere dal tuo lavoro ed è sottointeso che dovevamo rinunciare a molte cose. Ciò che non ci è mancato furono i tuoi insegnamenti, il tuo buon esempio quindi l’onestà, l’educazione e l’ineccepibile integrità morale.
Una cosa mi incuriosiva; sapevo che avevi imparato l’arte fotografica in uno studio a San Daniele e una rivista dell’epoca, riferendosi al tuo principale, faceva menzione molto elogiosa anche di te. La sorpresa fu che nessuno ti aveva insegnato a mettere mano agli orologi, vedendoti lavorare in tali macchine dal congegno tanto complicato, smontandole e riducendole in rotelline e microscopiche vitine, pensai che non era solo ingegno il tuo, ma acume intellettuale, volontà e dedizione di trovare il guasto e riparalo. Questo andava più in là dell’ingegno e in me causavi tanta stima e ammirazione.
Siamo negli anni trenta e riferirsi ad essi è sinonimo di disoccupazione, povertà, miseria e indigenza dovute alla situazione prodotta dalla crisi socio-economica generalizzata in tutta Italia e si può dire in tutto il Mondo civilizzato ed evoluto. La crisi con il sovrastrascico di penurie involucrò   maggiormente la classe media e medio bassa dov’era inglobata la grande massa operaia e contadina, risultando queste le più sofferte. La ragione immediata fu che furono vittime della grande crisi del “29” l’industria e il commercio, maggiori fonti di lavoro. Paralizzandosi, per riflesso, tutto e tutti, chi più chi meno, patimmo le conseguenze. Nella nostra famiglia, nei primi anni della decade degli anni trenta, come già accennato al principio, venne ad aggiungersi una grande disgrazia: la morte dei miei due fratelli maggiori. Le sventure non erano ancora finite per noi. Mio fratello, quello che mi precedeva in età, qualche anno prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, s’imbarcò per l’Africa orientale per andare a lavorare. Su di lui si appoggiava la speranza di avere un aiuto per la nostra famiglia, ma la nave ad un certo punto del viaggio incagliò sbattendo contro gli scogli e affondò. Si salvò miracolosamente perdendo tutto il corredo che aveva esaurito tutte le nostre risorse per metterlo insieme. Dalla nave che venne a soccorrere i naufraghi sbarcò in Africa in mutandine però salvo grazie a Dio.
Qualche anno dopo scoppiò la guerra, fu richiamato sotto le armi, partecipò alla guerra in Abissinia e fu uno degli eroici resistenti all’assedio di Gondar al comando del duca d’Aosta. Fu fatto prigioniero dagli inglesi e ritornò in seno alla famiglia dopo lunghi e sofferti dieci anni. Tu, la mamma e tutti insieme soffrimmo molto le avversità e le batoste che ci colpirono in vari modi e ancora non terminavano.
Sopragiunse la guerra. La guerra con il cumulo di penurie, fame, paure e l’oppressione dell’invasore che si manifestava in ogni dove, in ogni forma con arroganza, violenza e morte. Questa repressione ci lasciava una sopravvivenza da sentirci braccati come animali, senza rispetto né diritti umani, tanto da poter ben dire che la vita in quelle condizioni non valeva nulla. La nostra casa, perciò la nostra sicurezza, era minacciata dai tiri di mortaio che venivano da una colonnina di fronte dove i tedeschi si erano piazzati cosicché abbiamo dovuto abbandonarla e ricorrere all’ospitalità di amici in una frazione lontana da quelle cannonate. Io dopo anni di servizio militare da quel momento mi incorporai nelle formazioni partigiane fino al termine della guerra e fu in questi ultimi giorni di guerra quando cercavi scampo per metterti a salvo dalle orde che cercavano disperatamente di lasciare l’Italia per raggiungere il loro paese, ti sorpresero nel cammino, ti derubarono del denaro e delle cose di valore che cercavi di portare al sicuro, ti atterrarono con un colpo alla testa con il calco del fucile e già in terra ti spararono, passando la pallottola di striscio sul cuoio capelluto lasciandoti per morto in mezzo alla strada. Sono passate ore prima che riprendessi i sensi tanto che a me comunicarono che eri morto, però sei sopravvissuto allora, ma le lesioni ricevute furono la causa della tua morte prematura pochi anni dopo.
A onor del vero si può dire che, al termine della guerra, tu, io e il fratello eravamo vivi o per meglio dire sopravvissuti!, poiché la morte ci fu vicina, molto vicina, in molte circostanze. Dopo la tua scomparsa avvenuta nell’immediato post guerra, la vita lentamente rientrava nella normalità. Normalità dentro le conseguenze lasciate dalla guerra, ancora un’Italia paralizzata e in rovina, e ci vollero molti anni ancora per godere dell’agognata e vera normalità. Molti di noi giovani abbiamo dovuto cercare la nostra realizzazione nell’emigrazione all’estero poiché non potevamo attendere la ricostruzione e il conseguente boom economico. Le nostre esigenze erano immediate così anch’io dovetti lasciare i miei cari rimasti e d’un tratto trovarmi molto lontano con il magone della nostalgie e nello stesso tempo con la serenità che da la speranza di un avvenire migliore. In Italia le cose si accomodarono, la situazione economica migliorò portando un periodo di bonanaza, come non mai, e così la vita scorreva tranquilla e serena proiettata verso il progresso e il benessere. Felicità dunque. Dimentichi già della guerra, meno quelli che avevano ancora le spine nel corpo e nell’anima e le madri che persero i loro figli nel conflitto e non gli mancavano ancora lacrime calde da versare. La vita comunque è così calici dolci e calici amari. In questo clima di pace e serenità passarono molti anni quando, inaspettatamente, nel maggio del 1976 dovemmo inghiottire un altro calice veramente amaro. Una disgrazia collettiva, un violento e distruttivo terremoto devastò il Friuli causando distruzione e morte. Paesi interi con le case crollate e un migliaio di morti. Anche la nostra casa soffrì molti danni e dovemmo abbandonarla e sistemarci nel modo e dove le autorità pubbliche ci destinarono: in un primo tempo in tende dell’esercito poi in casette di legno prefabbricate, tutti passammo incomodità e sofferenze, specialmente la gente anziana tra cui la mamma. Questa evacuazione durò dai 5 ai 6 anni fin quando ripararono o costruirono case nuove, e anche la nostra fu ricostruita, e quando invitai la mamma e vederla rimessa a nuovo non volle accompagnarmi a vedere la casa che tanto amava. Il dramma del terremoto l’aveva scioccata, traumatizzata e poco dopo anche lei ci lasciò per sempre. Aveva 94 anni e fu autosufficiente fin poco tempo prima. Lei la mamma, con profondo amore va ricordata per aver affrontato, con valore e sacrificio, tutte le avverse vicissitudini presentatesi. Fu presente in ogni situazione e condizione silenziosamente, senza lamentarsi mai. Per questa sua partecipazione, che molte volte le richiedeva di andare più in là del dovere di moglie e di madre, la sua immagine risalta con vivida luce. Luce fatta di amore, coraggio e dedizione completa per il bene di tutti noi. Il terremoto ci ha traumatizzati tutti. Nelle nostra famiglia non ha causato vittime ma abbiamo patito le conseguenze di tale disastro e dovuto sommarle alle già tante calamità sofferte.
Tornando a noi due papà, e rivivendo nel ricordo i fatti più significativi vissuti durante un avita, nonostante il tanto tempo passato, da quando ci hai lasciato per sempre, mi sembra come se tutto fosse successo ieri, ma molto tempo è trascorso, tanto che anch’io ho raggiunto l’anzianità accumulando tante esperienze perciò queste memorie si stanno prendendo sempre più spazio e tempo del previsto e non posso tralasciarle, ometterle, poiché sono parte intrinseca della nostra convivenza. In primo piano il mestiere che ho imparato da te, il lunghi anni che furono necessari per assimilare i tuoi insegnamenti che determinarono la base della professione cha a mia volta esercitai dopo aver allegato aggiornamenti, metodi e tecnologie più moderne che resero più agevole la pratica dell’arte fotografica. Tu venivi dalla vecchia scuola, e anche questa professione, come tante cose, si è evoluta. Nonostante molti tuoi principi e metodi sono ancora validi. Eri molto bravo e abile nel tuo lavoro, tanto che ancor oggi, vecchi clienti, mi mostrano con orgoglio fotografie fatte da te. E da me avrai sempre l’ammirazione per i tuoi ingrandimenti in bianco e nero ricavati da vecchi ritratti già ingialliti e corrosi dal tempo dove a malapena si riusciva ad indovinare l’immagine. Qui è dove si manifestava la tua abilità, il tuo ingegno e sorgeva dalle tue mani un’opera incredibile di ricostruzione mantenendo l’identità fisionomica del soggetto e non solo, li vestivi a nuovo con abito, cravatta e camicia. Tentai di emularti in questo tipo di lavoro ma penso di essere riuscito solo a metà nell’intento. Dove raggiunsi un ottimo livello, al fine con la tua approvazione, fu nel ritocco dei negativi. Un giorno mi desti una lastra con l’immagine di una donna dal viso lentigginoso e rugoso, mi spiegasti la tecnica del ritocco, mi consegnasti i non molti attrezzi attinenti a questo lavoro, tra l’altro le matite di varia tonalità che solo ad appuntirle era già un’arte per la punta lunga e finissima da ottenere. Da quel momento passarono tre mesi, lavorando tutti i giorni, quando la fine mi dicesti che avevo fatto un buon lavoro. In quei tre mesi ritoccavo, cancellavi, ritoccavo, cancellavi e così molte volte, al fine, unito alla tua approvazione, mi regalasti due lire, somma considerevole in quel tempo. Con due lire in tasca mi sentii ricco e felice in attesa della sagra dell’Assunta. In altre occasioni dovevo cavarmela con 25 o 30 centesimi che si e no bastavano per comprarmi un pugno di rachidi e una fetta di anguria. Stavolta avrei potuto offrire qualcosa di buono anche alla mia forosetta che mi avrebbe accompagnato in quel giorno alla sagra. Mi sentivo un magnate, quasi quasi da poter chiedere quanto costasse tutta la cesta di ciambelle che vendeva la donna dei dolciumi.
Oltre il ritocco imparai da te tutto il resto per avviarmi nel professionismo e da parte mia con studio e dedizione giunsi ad un buon livello che mi procurò molte soddisfazioni e lodevoli riconoscimenti.
Un riconoscimento speciale al tuo ingegno, al tuo spirito creativo, lo merita l’invenzione di una valvola per pneumatici per cui ti fu concesso il “brevetto” dalla “federazione italiana inventori” ritenendola e attribuendole praticità e originalità come nessun altra prodotta dall’industria in quel momento in uso sul mercato. Per il brevetto ti è stata fatta un’offerta sostanziosa di denaro. No hai accettato, e fu un grande errore, quel denaro in quel momento poteva risolvere buona parte dei nostri problemi. Pensiamo che tutti commettiamo errori più o meno importanti nella nostra vita, e quello fu il tuo. La tua intenzione era di poterla fabbricare tu stesso in società con un amico meccanico che possedeva una piccola officina. Avevate tanto impegno e voglia di fare ma vi mancavano la conoscenza del mercato, attrezzatura e finanziamento per installare un’industria del genere. Avevi una mente sempre attiva, meditativa, con sprazzi di genialità e oltre alla valvola altre invenzioni nacquero, che non ottennero l’approvazione della “federazione” anche se furono elogiate stimolandoti a perfezionare, modificare per poi riesaminarle. Anche in questo la guerra paralizzò tutti i piani. Ciò che fu quasi un’ossessione nella tua mente fu il “moto perpetuo” per i tuoi marchingegni, dai tuoi schizzi disegnavo i prototipi. Di tutto ciò rimane di te un’aureola che arricchisce la tua personalità e da brillo alla tua intelligenza.
Con queste memorie ho voluto ricordarti e con te emerse, ovviamente, anche la nostra famiglia con i momenti e i fatti più trascendentali. Nonostante il mio desiderio di sintetizzare più possibile il racconto, altri fatti, altre vicende resteranno nei miei ricordi in quelle pieghe dell’animo che non si può compatire appartenendo solo alla mia intimità. Ma uno di essi lo voglio confessare. Quando la dama vestita di nero venne a prenderti perché era giunta la tua ora, prima che ti portassero all’ultima dimora salii dove stava il tuo corpo esanime e accarezzai le tue mani, quelle mani che oltre ad essere state tanto ingegnose avevano saputo dare anche una carezza. Ti detti un bacio sulla fronte fredda e fu una gelata sensazione che rivivo ancora oggi. Quello fu il mio ultimo saluto che volli ti accompagnasse nel tuo viaggio senza ritorno.

7 de noviembre de 2011

NATALE E IL TAMERICCIO


Era un dicembre della mia ormai lontana adolescenza e il freddo già si lasciava sentire come per lasciar presagire un inverno rigido e inclemente. Sono i giorni che precedono il Natale e la gente si sente pervasa dallo spirito natalizio preludio e auspicio di pace e cose buone, stato d’animo che si risveglia tutti gli anni in quest’epoca in ogni famiglia cristiana.
Corrono gli anni trenta del secolo scorso. Anni di penurie e povertà nelle classi sociali basse, critici per la spicciola economia familiare conseguente di una vita sacrificata ma portata avanti con decoro e dignità. Nonostante tutto in questi giorni festivi di fine anno si compiva sempre un piccolo miracolo che permetteva di porre in tavola una pietanza speciale sulla tovaglia di lino portata in dote dalla mamma, che si usava solo in occasioni speciali, e questa è una di quelle.
In questi giorni non mancherà il privilegiato pane in tavola detronizzando per qualche giorno la regina della mensa: la polenta.
A questo miracolo contribuiva decisamente l’apporto di qualche soldo portato dagli uomini che rientravano sia dall’emigrazione all’estero sia in patria. Questo aiuto finanziario permetteva di comprare oltre agli alimenti, un modesto capo di vestiario, un grembiule, forse un paio di scarpe nuove e qualche altra cosetta necessaria al nucleo familiare. Con questo uno spiraglio di gioia e d’allegria il Natale lo portava nelle famiglie, per poi rientrare ben presto nel consueto vivere quotidiano di tutto l’anno. Fra tutto questo c’è un elemento delle festività natalizie su cui s’impernia l’oggetto, l’argomento, sul quale si svolgerà questo racconto ed è l’albero di Natale. Certo è che quest’emblematico alberello non entrava nel preventivo delle spese familiari. Un vero pino ben adornato neanche pensarci. Queste, dovuto alla ristrettezza dei mezzi, erano cose suntuarie che solo i ricchi potevano permettersele. Un giovane pino non si trovava facilmente nei boschi dei nostri dintorni poiché che questi crescono spontaneamente in alta montagna e, se nelle zone urbane se ne vede qualcuno, è in recinti privati piantati e gelosamente cresciuti dai proprietari.
Anche nella natura nel regno vegetale esiste il parente povero dell’aristocratico pino.
Come il pino, sempreverde, con aghi e rami filiformi però dall’aspetto informe e asimmetrico. E’ un arbusto conosciuto come tamericcio e un tamericcio sarà il mio albero di Natale già localizzato nell’estate scorsa andando a fare il bagno nel Tagliamento. Era situato su una rupe scoscesa di una riva del fiume e pensai fin da quel momento che quell’alberello avrebbe adornato la mia casa il prossimo Natale.
Passarono l’estate e l’autunno e arrivò l’inverno freddo e rigido com’erano gli inverni di quel tempo. Arrivò anche il Natale e il mio pensiero andava spesso al tamericcio destinato a trasformarsi nel mio albero di Natale. Nei giorni che precedettero la festa il cielo si tornò grigio scuro preannunciando pioggia o neve. Tre giorni prima di Natale mi svegliai al mattino trovando due spanne di neve caduta durante la notte. Era il giorno fissato per andare a tagliare il temericcio. Nel mio intimo sentii un’angoscia profonda, dovuta al disagio e impedimento che si era interposto ai miei piani dalla nevicata imprevista, temendo di dover rinunciare al mio alberello. L’albero distava mezz’ora da casa per arrivare sul posto, in tempo normale, però con la neve non avevo idea di quanto avrei impiegato per arrivarci. A mio favore avevo solo la conoscenza del terreno su cui serpeggiava il sentiero che portava sul posto, questo, però non toglieva la doppia difficoltà che costituiva la neve.
Con la poca ponderabilità che può contare un bambino, fremevo ed ero impaziente, intimorito dall’incertezza di potercela fare. Decisi di affrontare l’impresa che si era presentata difficile e rischiosa. Prima di lasciare la casa presi una tazza di caffelatte, mi vestii adeguatamente, mi armai di un coltellaccio e una corda adatti al caso e partii. Faceva freddo e camminare nella neve era difficoltoso. Il primo tratto allontanandomi dal paese non costituì alcun problema.
Le difficoltà incominciarono all’affrontare la discesa verso il Tagliamento incontrando più neve del previsto che nascondeva del tutto le tracce del sentiero. Scendevo cercando di indovinare come dirigere i miei passi. A volte scivolavo per alcuni metri e il contatto con la neve mi infreddoliva ancora di più e vi fu un momento in cui mi sentii mancare le forze, mi si oscurò la visione e traballai temendo di cadere, sentii dei crampi allo stomaco, mi fermai accovacciato sudando freddo con sintomi di perdita dei sensi e questo sarebbe stato molto pericoloso, sarei stato preso dall’ipotermia e di lì non sarebbe passato nessuno per sperare in un casuale soccorso e, ad aggravare la situazione, i miei di casa non sapevano dove ero andato quella mattina. Fortunatamente mi ripresi, riacquistai la mia temperatura corporea, potendo dopo un po’ riprendere il cammino. Ho avuto tanta paura pensando al peggio, ma è proprio vero che la volontà e la passione proiettate alla conquista di uno scopo fanno miracoli e appianano i pericoli. Ci fu un momento in cui mi pentii di aver intrapreso un’avventura simile. Comunque seguii fino in fondo alla discesa che terminava in una gola dove un ruscello, ora ghiacciato, sfociava verso il fiume. Di li vedevo, a qualche decina di metri, il tamericcio che si profilava, con il suo verde bottiglia, sul biancore che lo circondava. Ora dovevo affrontare una rapida salita per raggiungerlo. La sua vista mi dava animo e m’incoraggiava a seguire.
Infilai il sentiero in salita e con il coltellaccio toglievo la neve per facilitare l’appoggio dei piedi e rendermi più agevole la faticosa arrampicata. Arrivai infine con difficoltà ai piedi dell’alberello. Con il coltellaccio scavai un piano per appoggiare i piedi e incominciai a tagliare il fusto alla base risultando più duro di quanto immaginavo, in ogni caso continuai menando colpi fin quando cedette cadendo di lato e dovetti dar mano alla corda per evitare che rotolasse per il ripido terreno. Lo legai e lo trascinai sul sentiero. Decisi che il ritorno fosse dal lato opposto da dove ero disceso. Sarebbe stata più ripida per un tratto la salita, però sarei giunto sulla strada provinciale e da lì sarebbe stato facile trascinarlo fino a casa. Iniziai a salire con l’oggetto di tanta fatica e tanto rischio procedendo a passi corti e ad ogni passo uno strattone al tamericcio per avvicinarmelo. Così fino sulla strada dove il procedere fu facile anche perché provvidenzialmente passò un camion lasciando una carreggiata sulla neve che approfittai per farne la mia corsia di marcia facilitandomi il traino dell’alberello così fino ad arrivare finalmente a casa. Dovevo avere un aspetto ben trasandato tanto da impressionare mia madre dicendomi: “Dove sei stato? Sei tutto bagnato, pallido e sbrindellato”. Per non allarmarla non le dissi tutto ciò che mi era capitato durante l’avventura appena conclusa. Al varcare la soglia di casa ho avuto l’impressione di aver scampato un pericolo e mai mi sono sentito così sicuro e riconfortato come quando chiusi la porta e mi avvolse il calore della fiamma del ceppo che bruciava sul focolare. Mi sedetti vicino al fuoco, mangiai qualcosa e, a poco a poco, passarono la stanchezza e il trauma subito per seguire un impulso irrazionale nel momento sbagliato.
Fino a quel momento non avevo goduto l’incanto del paesaggio innevato e, dimenticando i disagi che mi aveva causato nella mia avventura, mi lasciai trasportare da quella visione fantastica, gioia di ogni ragazzo, il contemplare quel manto bianco che crea un mondo irreale scolpito da un magico scultore idealizzando quel paesaggio di sogno presente nel cuore di ogni bambino. Il Natale innevato è la massima espressione, il più bel regalo quando coincide con tale festività.
Intanto tra una gioia e un dolore era giunta la vigilia e bisognava darsi da fare per allestire l’albero che avrei vestito con cose povere ma con tanto amore. Incominciai tirando fuori da un cassetto le sei candeline, quelle che per base avevano un morsetto per attaccarle ai rami. Dovevo provvedere il resto e per conseguirlo andai dal fruttivendolo e comprai, con i soldini risparmiati e con qualche monetina regalatami per servizi resi comprando le sigarette ad uno, qualcos’altro al vicino di casa nella bottega, dei mandarini, qualche mela, delle caramelle, carrube e tre cioccolatini. Questo fu tutto ciò che comprai per adornare il mio albero di Natale. Devo far notare che l’apatia dei miei genitori era dovuta, in questo caso, ad una certa ignoranza che veniva dalla loro generazione, di tradizioni e di simboli natalizi nonché l’osservanza dell’austerità economica vigente.
Consideravano sempre che l’albero di Natale fosse un gioco da bambini e io questo gioco me lo sono preso completamente per me stesso senza risentimenti per la loro indifferenza.
Con ciò che avevo comprato adornai il mio alberello e per ultimo collocai le candeline e quando le accesi mi sembrò semplicemente bello dandole una nota di allegria alla cucina non disponendo di altro luogo per esibirlo. Così si riconciliò con me stesso quella pressante smania che da giorni mi tormentava per vedere nella mia casa un albero di Natale. Era povero il mio albero, però sentivo la stessa gioia, la stessa emozione con il mio tamericcio come chi esibisce un vero pino in un grande e lussuoso salone riccamente adornato con ghirlande dorate, ori e regali.

6 de noviembre de 2011

PINZANO LOCALITA’ TURISTICA E DI CURA?


Custodire dei sogni nel cassetto è cosa di tutti gli esseri umani e, come tale, anch’io tengo i miei, cullandomi nella speranza che qualcuno di essi, nel momento propizio, possa realizzarsi. Molti resteranno nel cassetto per sempre, nell’impossibilità di essere soddisfatti, ma chissà, magari, anche sia uno solo di questi, potrebbe un giorno materializzarsi e divenire realtà. Questa unica realtà dovrebbe vedersi in una Pinzano e dintorni trasformata in una località elioidroterapica, contando principalmente sulla risorsa, unica disponibile, del fiume Tagliamento, sulla cui riva dovrebbe sorgere una colonia per la cura di patologie compatibili con trattamenti idroterapici ed elioterapici. Questa azienda di cura sarà il motivo per creare una corrente di persone che cerca rimedio per i propri mali, ma nello stesso tempo servirebbe da traino per vacanzieri e villeggianti, attratti dalla privilegiata ubicazione geografica di Pinzano, ricco di paesaggi e panoramiche pittoresche come nessun’altra località pedemontana può vantare. Le bellezze naturali che la circondano sono attrattive, ma non bastano per se stesse a creare un flusso vacanziero. Sono necessarie delle strutture e infrastrutture. Come prima necessità, ovviamente, un albergo dotato di tutti i servizi necessari per ospitare il numero di persone previsto dai piani logistici. A tal fine dovranno essere  interessati a partecipare i cittadini pinzanesi, mettendo a disposizione di un comitato turistico, case, appartamenti, stanze che riuniscano le condizioni per affittare agli eventuali utenti.
Prime di chiarire altri punti inerenti a questa idea, devo riconoscere le difficoltà che potrebbero sorgere dando diffusione al progetto con l’intenzione di realizzarlo. Difficoltà di accettazione per parte della comunità, problemi tecnici e finalmente il finanziamento. Questo dovrebbe pervenire da un ente ufficiale con partecipazione privata o da qualche società imprenditoriale che consideri redditizia l’inversione. Teoricamente non si può dubitare che non sia proficua, e contando in partenza sul contributo delle risorse e attributi naturali a disposizione. L’idea che Pinzano possa diventare una località turistica e luogo di cura può prestarsi ad essere considerata un frutto della fantasia, ma pensando a molte idee nate ed esposte da visionari, idealisti, lungimiranti, che al primo giudizio sono apparse irrealizzabili, poi si sono trasformate in realtà in un fatto compiuto. Ciò che mi convinse che questo progetto, chiuso solo nella mia mente per tanto tempo, poteva materializzarsi, fu una conversazione avvenuta alla fine degli anni sessanta, del secolo scorso, con un  noto imprenditore pinzanese. Altra ragione che mi spinse a palesare e conversare sull’argomento fu l’incontrarmi emigrato nel Venezuela, pensando a quanto meno amaro potrebbe essere il pane guadagnato in patria, e più dolce ancora frutto del lavoro svolto sul suolo natio. Un giorno trovandomi al “Fogolâr Furlan” di Caracas, luogo d’incontro dei friulani, mi si avvicinò al tavolo dove stavo seduto in attesa che mi servissero il pranzo, il compaesano uomo d’affari e magnate dell’edilizia, avendo al suo attivo grandi opere come l’aver edificato e urbanizzato rioni interi di Caracas. Mi salutò come sempre quando ci incontravamo, con un “hola concugnado”, frase in spagnolo che richiamava i tempi giovanili quando ci incontrammo corteggiando due sorelle. Dopo i convenevoli consueti la conversazione proseguì su cose più o meno banali riferenti al nostro paese. Il “Fogolâr” era il luogo dove si respirava un’arietta nostalgica e spesso le conversazioni dei presenti seguivano il filo che portava ai luoghi natii. Io non ero da meno e, considerando il personaggio che avevo di fronte, le sue capacità, ed avendo inoltre questo legami col paese, di cui potevo parlare, decisi di palesare il mio ipotetico piano sulla possibile “Pinzano turistica”. Esposi i diversi punti rendendo più chiara possibile l’idea. Seduto di fronte a me ascoltava con interesse la mia esposizione anche quando volli aggiungere l’importanza delle bellezze paesaggistiche delle nostra località. Su questo esitai un poco temendo di cadere in sentimentalismi non consoni al dinamismo e alla concretezza del pensiero degli uomini d’affari come il mio interlocutore. Comunque non mi trattenni a lungo su questo punto anche se queste dovrebbero essere parte intrinseca del piano. Parlammo ancora un po’ della parte redditizia e lucrativa dell’assunto, poi da parte mia considerai esaurito lo sbozzo del progetto e così si concluse la conversazione e, per mia soddisfazione, durante tutto il tempo mi dimostrò attenzione e molto interesse. Ciò che mi spinse a parlare con il mio paesano imprenditore furono dei buoni e appropriati motivi. Le sue capacità, le possibilità finanziarie di realizzare, se si fosse dato il caso, tutto il progetto integralmente, vale a dire, strutture, infrastrutture e organizzazione logistica in modo che tutto funzionasse nel modo migliore, e considerai che forse c’era anche l’ambizione di lasciare un’opera sua per il beneficio del proprio paese. Al termine della conversazione la sua risposta fu breve e laconica. Mi disse: “Mi piace molto il tuo progetto e potrebbe essere fattibile, ed io potrei anche trovare il modo per finanziarlo, però tu dovresti mettere d’accordo ed avere il consenso di tutti i pinzanesi su tutto ciò che concerne la loro partecipazione e collaborazione.”
Questa breve risposta, tinta con un po’ di acredine, suppongo venga da qualche esperienza negativa risultata dal tratto con i pinzanesi durante il suo mandato di sindaco, carica che disimpegnò negli anni immediati dopo la seconda guerra mondiale. Forse il suo risentimento veniva da qualche paesano che non condivise il suo operato come primo cittadino. Nel friulano, in genere, si può trovare un pizzico di spirito di contraddizione, malfidenza, prevenzione in certe proposizioni o compromessi, attitudini presenti nelle caratteristiche dei nostri progenitori. Attributi acquisiti dalle vicende storiche, dalle tante invasioni venute da tutte le parti, dalla povertà sofferta dalle genti della nostra regione.
Dal momento in cui avvenne la conversazione con l’imprenditore pinzanese sono passati già quasi cinquant’anni, come dire quasi due generazioni. In questo periodo di tempo si sono verificati cambiamenti come non mai, portando benessere e prosperità anche in Friuli, lasciando di essere una regione depressa come sempre fu.
L’ondata di benessere e progresso portò migliorie in tutti i campi, e con ciò il momento delle realizzazioni, contando sui nostri giovani che hanno avuto agevolmente accesso alla cultura frequentando licei e università, e istruzione e cultura fanno si che si muovano con altra filosofia, con un dinamismo che rompe con i vecchi schemi, assumendo un comportamento consono con un nuovo stile di vita, privo di vecchi preconcetti e pregiudizi che intorpidivano il ragionamento ampio elastico e costruttivo.
Ai giovani quindi la concezione di grandi progetti, di grandi imprese e fra queste, trasformare Pinzano in una località turistica, essendo questa l’unica risorsa che potrebbe dare un beneficio economico capillare a tutta la comunità. Pinzano nel suo essere, come già accennato, ha dei vantaggi naturali, godendo di una posizione geografica con attribuiti geofisici che la rendono, con i suoi dintorni, paesaggisticamente attrattiva e pittoresca, e questa è una realtà innegabile. Tutto intorno esistono strade, stradette, sentieri che rendono accessibili le sue frazioni, le sue borgate, con un intorno ameno con piantagioni da un lato e dall’altro prati, e i boschi con alberi secolari, di varie tonalità di verde, un insieme dolce e invitante. Oltre alle bellezze naturali, la corrente turistica che verrebbe a crearsi, esigerebbe delle strutture e infrastrutture appropriate, lasciando tutto ciò logicamente ai professionisti nella materia per dare forma e sviluppo al progetto. Pinzano sorge adossata a due colline che la sovrastano, una è Cuelat e l’altra al lato, fu sede di un castello medioevale i cui resti sono ridotti in rovina dal tempo. La parte ancora in piedi crollò con il terremoto del maggio 1976 e rimangono ancora oggi alcune vestigia visibili. Accennando alle risorse paesaggistiche è proprio da questo colle che si può godere un panorama mozzafiato, spaziando la vista a 360 gradi. Volgendo lo sguardo a nord, dopo un breve tratto di dolci avvallamenti, ascendendo in modo graduale, sorpassando le colline, ci si trova di fronte al massiccio delle Prealpi Carniche. Verso ovest appaiono in primo piano le spettacolari colline moreniche e, trovandocele davanti al nostro sguardo all’ora del tramonto, ci mostrano un paesaggio suggestivo degno del pennello di un pittore famoso, avendo per complemento l’inizio delle prealpi carniche sulle quali si trova ubicata la rinomata località turistica Piancavallo che presta i suoi servizi sia nelle stagioni estive che invernali. Nell’insieme dal colle si domina un semicerchio montagnoso e nei pendii si distinguono, incastonati nel verde a diverse altitudini, un paesino qua, uno là, intercalati tra valli e torrenti, spiccando fra tutti il maestoso fiume Tagliamento, il cui letto forma, con i suoi bracci, un arabescato disegno lungo il suo corso verso il sud, spaccando la pianura friulana punteggiata di paesi e cittadelle fino a perdita d’occhio nella lontananza. Interponendosi a questo panorama, prati e campi che configurano forme geometriche e, nell’insieme, specialmente in autunno, si arricchiscono di colorazioni diverse, formando un’enorme tavolozza.
Pinzano sorge su un falsopiano a 201 s.l.m. con leggeri dislivelli, in una zona collinosa con vie di comunicazione che facilmente permettono di raggiungere le città vicine. Tutt’intorno al paese esiste una rete stradale atta per passeggiate comode e distensive e tra queste non si deve tralasciare il ponte sul Taglimento, posto sullo stretto tra Pinzano e Ragogna, opera di per se interessante e da qui, sia a nord che a sud, si possono ammirare panorami molto suggestivi.
Altre camminate più impegnative portano alle borgate e sulla cima della collina del castello e Cuelat, le due alture che sovrastano il paese, e per i camminatori allenati, esistono illimitate possibilità per conoscere località vicine dove potranno trovare bar, ristoranti o semplicemente punti di ristoro.
Per chi volesse o desiderasse assistere a funzioni religiose può farlo tutti i giorni, e naturalmente nelle festività, nella chiesa parrocchiale dove si possono ammirare opere di artisti famosi.
Fra le strutture di maggiore necessità le più importanti sarebbero, come già detto, una colonia elioidroterapica sulla riva del Tagliamento, nello stesso luogo dove già alla fine degli anni trenta del secolo scorso, fu costruito in modo rudiementale qualcosa del genere con l’appellativo di “colonia” che ospitò molti bambini della comunità pinzanese nella stagione estiva, ricevendo benefici salutari sia dal sole che da un’alimentazione sana e bilanciata. Il luogo non fu scelto a caso l’area, immediatamente dal lato nord, si trova un lungo terrapieno, che preserva la zona dalle eventuali piene del fiume.
E’ risaputo che l’aria e le acque del Tagliamento hanno per se stesse proprietà terapeutiche, rilassanti e tonificanti per il corpo, ma il nuovo stabilimento se dovesse sorgere, oltre la balneoterapia per patologie specifiche, assistita da personale specializzato dotato di istallazioni moderne, molte altre terapie potrebbero essere praticate a chi cerca benefici e migliorie per la propria salute. Questo stabilimento di cura dovrebbe costituire il traino principale del flusso turistico vacanziero che si formi nella nostra località.
Per accedere al luogo esiste una comoda strada atta per autoveicoli, che porta fin sulla riva del fiume. Quindi dovranno funzionare dei mezzi di trasporto per passeggeri, che facciano la spola fra la colonia e il centro del paese dove si incontrano i luoghi di soggiorno. Altra necessità imprescindibile è uno stabile con aree da dedicarsi all’intratteniment, per ballo, concerti, riunioni ecc.
E’ imprevedibile, oltretutto, stabilire con certezza quante e quali infrastrutture si rendano necessarie per il buon funzionamento del progetto. All’inizio molte saranno previste, altre sorgeranno in seguito, quando gli stessi cittadini si troveranno coinvolti nel programma. Ritornando a ciò che potremmo offrire ai nostri ospiti, saranno delle escursioni a località che restano a un’ora o poco più distanti da Pinzano per raggiungerle in automezzo: Austria, Slovenia, Venezia, Cortina e altre come la Carnia, Aquileia e le nostre città di mare, quindi le domeniche e gli altri giorni festivi sono realizzabili gite più o meno lontane con andata e ritorno giornaliero. Altro diversivo sulla porta di casa sono le industrie vinicole di Pinzano e Valeriano che potrebbero offrire assaggi dei loro vini ai possibili frequentatori dei loro locali, degustando qualche specialità gastronomica friulana. A questi si aggiungerà “Capramica” con le sue specialità. Nonché degli appuntamenti enogastronomici possibili in molti luoghi di tutto il Friuli iniziando dai nostri dintorni, tenendo presente la vicina San Daniele per il suo famoso prosciutto. Mentre penso al possibile nucleo elioidroterapico di Pinzano, può servire e spingere all’ottimismo positivista andando a ciò che significarono per Anduins le sorgenti di acqua solforosa. Acqua, lo stesso genere, con altre proprietà e caratteristiche terapeutiche che in tempi addietro furono usate come elemento curativo. La loro commercializzazione ebbe notevole esito, dando alla zona benessere e prosperità, tanto da giustificare la costruzione di quattro alberghi, più la partecipazione dei privati, per dare ospitalità al grande afflusso di villeggianti. Non solo, la stazione ferroviaria di Flagogna fu costruita in funzione di facilitare le persone nell’avvicinamento alla località delle acque solforose.
Anche Pinzano ebbe il suo dono della natura, a parte le bellezze paesaggistiche che servono di complemento e di ornato gradevole alla vista; il fiume Tagliamento che potrebbe costituire una risorsa per beneficiare i pinzanesi, già stanchi di aver dovuto emigrare in ogni angolo del mondo in cerca di migliori condizioni di vita.
Concludendo, è possibile che l’idea si presti per essere considerata, al primo impatto, un parto visionario, immaginandosi Pinzano trasformata in una località idroelioterapica e di villeggiatura. Ma tenendo presente gli attributi ed elementi naturali presenti al fine proposto, potrebbe non essere del tutto un sogno, un progetto campato in aria.
A prescindere dalle considerazioni, speculazioni e critiche che possa causare questo prospetto, invito i pinzanesi ad immaginare il progetto realizzato in piena evoluzione.
Il paese spopolato, assopito in un’inerzia stagnante, risorgerebbe rivitalizzato da nuove attività, fonti di lavoro, impiego per i nostri giovani così molti di loro incontrerebbero il modo di realizzarsi senza  allontanarsi dalla propria casa. Finalmente oso sperare che col tempo possa essere preso in considerazione il progetto e diventi una realtà, anche fosse per i giovani attuali che possano curarsi i malanni della vecchiaia nella colonia idroelioterapica di Pinzano. E se ciò non si avverasse dovrò ricorrere alla già logora frase che recita: “sognare non costa nulla”.

5 de noviembre de 2011

QUANDO BERTA FILAVA LA NONNA CANTAVA


Il fumo di tabacco e la mescita di vino creavano l’odore acre che si percepiva entrando nell’unico salone dell’ “Osteria al ponte” ubicata sulla via principale, alla fine del paese. Fui attratto da un coro di voci che veniva dal locale intonando una canzone di guerra integrante del repertorio ispirato e nato dalle vicende guerriere nel conflitto ‘15-’18. I tavoli erano tutti occupati da uomini vestiti con gli abiti migliori. Infatti era domenica ecco la ragione di indossare il vestito della festa. Alla fine del locale in un angolo dinnanzi ai rispettivi bicchieri di vino era seduto un gruppetto di uomini che cantavano una canzone, una triste canzone, una delle tante che perdurarono per molto tempo, nel repertorio popolare, dopo finita la guerra, canzoni evocatrici di vicende vissute in quella guerra superlativamente inumana in tutti i suoi aspetti. Cantare le sofferenze vissute al fronte non era certo un canto nostalgico, ma era dare un messaggio per rispetto alla memoria, era raccontare le infelici storie patite dove tutte le forme del dolore furono presenti e ispirarono canzoni come: addio bella addio, l’ortigara, monte sabotino, ta’ pum ta’ pum, il Piava, la letterina, il corpo del capitano, la violetta ed altre ancora. Ma non di guerra né di tristezza vorrei parlare ma, al contrario, di allegria di canti e serenità, e l’osteria era un luogo dove questi umori, questi sentimenti, si manifestavano con facilità, privi di ogni inibizione. Bastava che da un tavolo si sentisse anche sommessamente, sottovoce, un accenno ad una canzone per motivare tutti i presenti a partecipare prendendo parte ad un coro di voci, più o meno intonate o armoniose, stimolate da qualche bicchiere di vino, che poco a  poco ascendeva in crescendo fino a far rintronare tutto l’ambiente e seguiva così fino ad esaurire il repertorioche includeva canzoni di guerra, canzoni popolari e le nostre villotte friulane. Chissà da dove veniva questa voglia di esprimersi cantando nonostante la precarietà e le penurie del secolo scorso che si protrassero fino qualche decade dopo la seconda guerra mondiale. La gente cantava, cantava nell’osteria, nei campi mentre accudiva ai lavori propri del che fare contadino, rastrellando il fieno, vendemmiando. Spesso nelle case si ascoltavano voci di donne che intonavano vecchie melodie. Cantavano le ragazze nella passeggiata serale; prese a braccetto attraversavano il paese cantando e, come è proprio dell’età, il loro canto era un richiamo d’amore. Anche un coro di giovani seguiva lo stesso percorso e al ritorno sia nel gruppo femminile che in quello maschile mancava qualcuna e….qualcuno. non è difficile capire che le anime gemelle si erano incontrate e poi perse nell’oscurità. Esisteva anche una cantoria di voci maschili in chiesa che quando interveniva accentuava la solennità dei riti.
Da tempo già non si canta più nell’osteria, in strada, in casa. Sarà che i sentimenti si sono inariditi, raffreddati, e così anche quelle semplici manifestazioni con quel pizzico di romanticismo che armonizzavano e dolcificavano la durezza della realtà del vivere quotidiano. Le ragioni, i motivi di questo cambio sono diversi e vengono da varie direzioni, ma lasciamo a sociologi e psicologi il compito di dipanare la matassa del comportamento umano del tempo attuale.
Per restare in concordanza con il tema proposto seguiamo con i canti e le serenate.
A proposito di serenate, anche queste sono sparite, anche questa tradizione si spenta e non si sente più il loro messaggio d’amore all’aria aperta che nella notte fonda svegliava con una dolce melodia l’amata dormiente. Chissà quante belle signore già inoltrate nell’età, rivangando nei ricordi giovanili, provano ancora qualche palpito nostalgico per quelle melodie e quei canti romantici portati sotto le loro finestre dall’innamorato o da qualche pretendente. La serenata fu un linguaggio importante dell’espressione sentimentale fin dai tempi remoti. Ricordiamo gli aedi dell’antica Grecia, trovatori e menestrelli del Medioevo ed infine gli strimpellatori dei nostri tempi tra i quali mi includo. Forse gli antichi si esibivano in altra forma ma il fine era lo stesso. Non andando troppo lontano nei secoli, molti compositori celebri ci hanno lasciato brani musicali per serenate, tra questi Shuman, Shubert, Chopin. Avvicinandoci ai nostri tempi, nel secolo scorso, fu composta una serenata che marcò un’epoca, ispirata da un dramma amoroso degno dei suoi tempi della “belle epoque”. Fu la serenata di Enrico Toselli dal titolo “Rimpianto” dedicata alla principessa Luisa di Sassonia del ceppo dinastico degli Asburgo.
Lui musico, compositore, concertista italiano; la principessa lo conobbe a Firenze durante un concerto. Fu un colpo di fulmine e la passione diede vita ad un grande amore che sconvolse la casa imperiale austriaca. La reazione dell’imperatore Francesco Giuseppe non si fece attendere; non era possibile nessuna relazione del genere tra borghesia e nobiltà. Ci furono emissari diplomatici, pressioni e minacce per parte dell’imperatore, ma non fu questo a porre fine al romanzo d’amore tra i due.
Ciò che fu determinate a dar termine all’idilio furono le circostanze politiche del momento che sfociarono nella guerra italo austro ungarica cioè la Prima Guerra Mondiale.
Era l’anno 1914, si chiusero le frontiere e in quel momento la principessa si trovava in Austria, a Insbruch per un viaggio di piacere. Dovuto allo stato di guerra si interruppe ogni tipo di comunicazione fra i due Paesi quindi anche fra i due innamorati. Toselli legato a contratti per concerti compiva i suoi impegni e soffriva l’assenza della sua principessa e ancora di più il non poter ricongiungersi con lei. Anche lei soffriva e la lontananza aveva accentuato l’appassionato amore per il suo Enrico. Queste tristi vicende minarono la salute di Toselli però prima di aggravarsi e morire compose la serenata che divenne celebre e si cantò e suonò in ogni mezzo, dall’organino alle grandi orchestre, dilagandosi per il mondo intero. Sia il testo che la melodia sono calati nell’animo popolare come non mai altra melodia fece.
Fu una storia e un fenomeno musicale che strappò più di qualche lacrima alle donne dell’epoca ben disposte al romantico languore e sensibili a questi drammi.
La vicenda Toselli è una sintesi che dice molto del modo di vedere quel mondo, rimasto nel ricordo e nella costumanza degli ancora viventi di quell’epoca che devono adattarsi e assimilare, bene o male, i tempi attuali secondo l’imposizione del processo evolutivo.
Da un paio di generazioni ad oggi molte cose, molti cambiamenti, si sono prodotti in tutti gli aspetti della vita umana e questa storia spicciola, questo racconto da “sot la nape” ambisce dare a conoscere ai giovani d’oggi uno spicco di mondo nel quale vissero i loro nonni e bisnonni che cantavano i ogni opportunità propizia e, nonostante tutto, godevano di molta serenità nella loro vita, serenità che i tempi attuali sono molto avari nel concedercela.

4 de noviembre de 2011

SOGNO E REALTA’

Risalendo agli inizi della mia esistenza, all’età di tre o quattro anni, i miei fratelli maggiori, spesso, mi collocavano su una sedia e mi dicevano: “Canta!…” e io cantavo. Non ricordo, non so più cosa cantavo, però cantavo. Forse qualche ninna nanna che mia madre a sua volta cantava a me, o qualche motivo che mio padre sommessamente intonava di tanto in tanto. Da quell’età durante tutta la mia vita seguii cantando in molte occasioni e circostanze. Attualmente già anziano, quando il buon umore e il benestare me lo permettono, ritorno alle mie vecchie canzoni che ancor oggi rappresentano l’identità musicale della nostra Italia canterina. Ovviamente non contando più la passione e l’emozione degli anni giovani. Mi diverto suonando il mandolino e cantando con quel po’ di voce che il tempo non è riuscito ancora a demolire del tutto, accompagnandomi con la chitarra. Nella mia infanzia ricordo che quando cantavo mi accompagnavo con due coltelli da cucina, meglio detti da tavolo, di cui mi impossessavo e uscivo nel cortile tenendoli per il manico e battendo le loro lame contro un sasso o un mortaio di pietra posto a lato della porta d’entrata della casa accompagnando così il mio cantare. E’ innegabile che la musica, e soprattutto il canto, sono sempre state la mia grande passione, la mia vocazione più sentita. Timidamente, con quel pudore innato di un ragazzo nato e cresciuto in un paesello di campagna, pensai che avrei potuto riuscire con esito in quest’arte. Ma oltre a varie circostanze avverse come lo stato della guerra in cui l’Italia era involucrata, esisteva nella mentalità della nostra gente un sentimento di biasimo per chi volesse intraprendere una qualsiasi carriera artistica, e questo atteggiamento non aiutava affatto chi, per avendo le doti, desiderasse prendere la via della cultura artistica. Come accennai la guerra mi colse sul fiore dell’età, quando sarebbe stato il momento di muoversi nella direzione che poteva propiziare una soluzione favorevole alla mia aspirazione. In quelle condizioni non era possibile soddisfare altre intenzioni che non fosse quella di uscire indenne e vivo dal confiltto che incombeva totalmente sulla nostra esistenza. Inoltre prestavo il servizio militare di istanza a Pordenone dov’era la sede del mio reggimento. Paradossalmente in quei momenti di tensione, preoccupazione e timori, causati dallo stato di guerra in cui vivevamo, si presentò l’occasione ideale che avrebbe potuto darmi l’opportunità di iniziare la tanto desiderata carriera di cantante. In caserma corse la voce che gente del mondo artistico stava cercando, tra i soldati, elementi con attitudini artistiche, che fossero professionisti o dilettanti, presenti nelle caserme e guarnigioni del pordenonese, cantanti, musicisti, comici, imitatori, macchiettisti, insomma qualsiasi genere di talento artistico professassero. Non me lo feci ripetere due volte, mi presentai in fureria, mi inclusero nella lista dei concorrenti dicendomi che a metà luglio (era l’anno 1943) mi presentassi al teatro “Verdi” di Pordenone per un’audizione di fronte ad una giuria o commissione di esperti. Mi chiesero il titolo della canzone che mi proponevo di cantare. Risposi che sarebbero state due: “Una chitarra nella notte” e “Non passa più”, canzoni in voga del genere melodico come conveniva al mio stile e al mio timbro di voce. Il 14 luglio, come previsto, mi chiamarono per la prova. Fui puntuale, entrai in teatro, una ragazza mi condusse sul palcoscenico dove era ubicato un quartetto di musici: pianista, batterista, chitarrista e un fisarmonicista.
Trovarmi in un autentico teatro per adempiere ad un proposito personale, che fino ad allora avevo solo sognato, mi intimidiva e temevo che l’emozione tradisse la mia volontà e compromettesse il mio comportamento, e soprattutto la mia voce, in quel momento così importante e decisivo per me. Feci alcuni passi veloci verso il microfono e riuscii a dominare i miei nervi nel momento in cui il pianista con un sorriso mi disse: “Stai tranquillo che tutto andrà bene”. Fece un cenno agli altri musici e mi disse di cantare la prima canzone. Udendo le prime note della breve introduzione incontrai la padronanza di me stesso incoraggiato anche per l’atteggiamento invitante dei musici, specialmente del pianista, che stava più vicino a me. Così scomparve del tutto il panico scenico e diedi inizio a “Una chitarra nella notte”. La mia voce usciva chiara e le modulazioni ben dominate mi lasciavano pensare che, forse, avrei ottenuto l’esito che speravo. Quasi mi dimenticai della giuria ubicata nelle prime file di poltroncine, nella penombra, che dovevano dare il verdetto definitivo alla mia esibizione e diedi inizio alla seconda canzone “Non passa più” che risultò altrettanto buona, tranne che nel ritornello perché attaccai un attimo prima dell’orchestra, però non fecero caso visto che il programma richiedeva altre prove. Alla fine il risultato fu positivo, fui approvato e sarei stato convocato nuovamente una volta terminate le audizioni di tutti i restanti concorrenti, che erano molti. Uscii dal teatro euforico e contento e rientrai in caserma desideroso di comunicare, quasi con impulsività infantile, la buona notizia. Il reclutamento di artisti tra i soldati sarebbe servito per formare una compagnia di rivista per intrattenere i militari nelle guarnigioni stanziate in Italia e nelle adiacenze dei fronti di guerra nel quali l’Italia era impegnata. Questo programma non si realizzò impedito dal sequestro e arresto di Mussolini il 25 luglio del 1943. Questo fatto, già passato alla storia, creò delle turbolenze politiche e conseguenti misure di sicurezza tra le quali la sospensione della libera uscita dalle caserme che si protasse per varie settimane. Conseguentemente per me sfumò l’unica occasione che poteva rappresentare il trampolino di lancio di una carriera artistica e soddisfare le mie aspirazioni di diventare cantante professionale. Rimasi amareggiato e deluso ma infine mi rimase l’autoconsolazione e mi convinsi che possedevo le doti per riuscire nell’intento.
Già anteriormente a questa avventura avevo avuto due casi di apprezzamento delle mie condizioni vocali. Il primo fu all’età di 10-12 anni quando in paese arrivarono due frati in missione liturgica, erano predicatori, e uno di loro riuniva noi ragazzi per cantare, accompagnandoci con l’armonio. Ascoltandomi, elogiando la mia voce, mi dispose davanti al gruppo così da servire come conduttore del piccolo coro. Era un frate molto dinamico, tra l’altro colto e conoscitore della musica. Il secondo riconoscimento delle mie doti canore fu durante una manifestazione ai tempi del regime fascista. Fui prescelto e inviato per una decina di giorni, ad un “campo” estivo per avanguardisti a Tarcento, e un giorno inquadrati nel campo sportivo di fronte ad un gerarca col suo seguito venuto da Roma, ci fecero cantare degli inni patriottici. Io stavo nella terza riga dello schieramento e cantavo come tutti gli altri compagni. Ad un certo momento il gerarca esce dal gruppo che ci stava di fronte, mi si avvicina, mentre stavamo cantando, e mi dice con un certo tono di comando: “Tu mettiti davanti a tutti e continua a cantare.” Seguii cantando “Fuoco di vesta”. Rimase fino alla fine dell’inno di fronte a me, poi mi disse: “Hai una voce intonata e squillante, bravo”. Si ritirò al suo posto mentre io, tra il lusingato e il sorpreso, proseguii cantando con maggior lena. Questi episodi, nel momento in cui si produssero, esultarono il mio ego e la mia autostima circa le mie doti canore considerandomi un buon dilettante dal gradevole canto.
Cantai comunque, con e per gli amici, e tante serenate volarono e si insinuarono per finestre e balconi nelle notti stellate ascoltate dalle mie conquiste giovanili, dalle belle ragazze che chissà, le inducevano a sognare cose meravigliose in un’epoca in cui regnava ancora il romanticismo. Suonavo il mandolino e a volte mi accompagnava la chitarra, e queste menestrellate appagavano il desiderio di esprimere ciò che sentivo e mi premeva dentro. Quando pensai di fare del canto una professione ero anche ben conscio del fatto che avrei dovuto studiare musica e, dal momento che non era nella mie possibilità frequentare un conservatorio o altri istituti che comportassero un costo elevato, e desideroso di fare qualcosa per me da me stesso, scelsi ciò che in quel momento mi conveniva. In un paese non lontano dalla mia residenza, che si raggiungeva in mezz’ora di bicicletta, conoscevo una famiglia di musici dotati e stimati che oltre a suonare con il loro complesso in feste ballabili davano lezioni di musica teorica e strumentale. Due volte la settimana andavo da loro per apprendere teoria e solfeggio, con mira, completato il ciclo teorico di dedicarmi allo studio del violino. Alle volte arrivavo a casa loro e la signora mi diceva: “Sono nel campo a lavorare”. Dovevano dedicarsi anche all’agricoltura poiché la professione di musico non bastava per coprire le necessità familiari. Pur di non perdere la mia lezione ripartivo verso il campo alla ricerca di uno dei due, padre o figlio, e un gelso o un altro albero frondoso che desse una buona ombra, era il testimonio del mio scandire le note musicali. 
Nonostante la mia intenzione di alimentare la mia vocazione musicale intervenne la guerra a troncare i miei piani e ogni possibilità di riprenderli e rimetterli in atto per riuscire nel mio intento. Tentavo ogni possibilità affrontando a volte anche circostanze estreme ma non fu proprio possibile seguire il mio proposito. Una parentesi positiva la ebbi in Svizzera dove rimasi un anno emigrato per motivi di lavoro. Certe persone che conobbi e frequentavo, sapendo che conoscevo la musica, si sono offerte di darmi lezioni di violino. Fu così che ricevetti i miei primi insegnamenti strumentali includendomi nella loro orchestra sinfonica nel tempo in cui rimasi in quel paese. Fu un periodo gradevole, non solo dal lato musicale, ma anche per l’affettuosa cordialità che mi prodigarono. Comunque anche se è pur vero che in quel periodo passato tra loro ricevetti una spinta nel campo musicale la realtà della mia vita mi riservava la necessità di dover dedicarmi al lavoro. Produrre e soddisfare tante necessità immediate che la situazione e le circostanze del dopoguerra imponevano. A malincuore, però questo implicava l’addio definitivo alle mie ambizioni musicali. Di li in poi cantai per me solo immaginandomi presuntamene di farlo di fronte ad un auditorio plaudente. Seguii cantando nell’età matura e anche oggi anziano non è scemata la voglia di farlo. Da ragazzo quando passavo di fronte alla casa di un vecchio vicino di casa fischiettando, ed ero quasi un virtuoso, diceva: “Quel ragazzo ha un canarino in gola”. Il canto comunque fu il modo con cui manifestavo il mio stato d’animo, le mie passioni e a volte lo facevo anche in situazioni e in momenti impropri quando la voglia di cantare diveniva incontenibile. Varie volte alla scuola di disegno tecnico il professore, scoprendomi a canticchiare sommessamente durante le lezioni, mi ammonì mandandomi a cantare sotto la loggia. Altra mortificazione la ebbi quando fui assunto come aiutante meccanico di un’impresa che stava costruendo una strada del mio paese, e a lato del reparto automotore dove lavoravo c’era anche un fabbro che alle volte mi chiamava per girare la manovella della forgia e mentre la giravo cantavo a voce bassa e mi rendevo conto se la canzone era conosciuta anche da lui, con discrezione faceva la seconda voce e non gli dispiaceva il canticchiare insieme. Grave si faceva la cosa quando i pezzi di ferro che dovevano scaldarsi fino ad un certo punto, e questo era compito mio, diventavano incandescenti e mandavano scintille in ogni direzione, vale a dire si bruciavano. Allora l’uomo si molestava e mi rimproverava come meritavo. Distratto dal canto cullato dal girare monotono della manovella, dal soffio della forgia, dal calore che emanava, succedeva l’inevitabile. Meno male che l’uomo si rabboniva di li a poco e non  mi serbava nessun risentimento, era una buona e brava persona. Ero giovane e questi fatti corressero il mio comportamento nell’età adulta.era impossibile il connubio del canto con la concentrazione che richiedevano certe attività. Quando io venni al mondo la radio non si conosceva ancora. Apparse 8 o 10 anni dopo in casa di qualche privilegiato signorotto del paese che poteva darsi il lusso di possederla, e sentire una voce che usciva da una cassa fu una tale sorpresa accompagnata dall’ignoranza che per un tempo fu un tabù, e si pensava che nell’interno ci fosse un omino che parlasse. Dieci anni dopo, alla fine degli anni 30 del secolo scorso già il mistero su questo apparato aveva ceduto il posto alle nuove tecnologie e la gente incominciava a conoscere e saperne di più sulle radio riceventi. Ma chi si dedicasse alla loro costruzione o riparazione era ancora considerato un mago, e io conobbi uno di questi maghi. Era un elettricista di Montereale e come hobby si dedicava alla riparazione di radio, conversando gli dissi che mio padre era fotografo ed io ero il suo aiutante. Molto interessato, mi propose di andare a Montereale Valcellina a fargli qualche foto familiare e, in cambio, mi avrebbe dato una radio. Possedere una radio, che pochi ancora avevano, per me era qualcosa che mi avrebbe consentito di ascoltare i miei canti favoriti, le orchestre, tanta musica, quanta avessi potuto ascoltare. Affare fatto. Caricai l’ingombrante macchina e i suoi accessori sulla bicicletta e partii per Montereale, distante una trentina di chilometri da Pinzano, feci le foto e alla consegna mi diede la radio. Era un apparato primitivo con il mobile a forma di cappella, tipo eterodina, che al sintonizzare le stazioni produceva un sibilo che andava da un tono acuto ad uno più grave e al termine sintonizzata la stazione ricercata. Per il suo funzionamento richiese l’installazione di un’antenna costituita da un lungo filo di rame. Tutto fu fatto come le istruzioni ricevute, e al fine funzionò. Il clic dell’accensione causava una rara e intensa emozione e il farlo creava un gesto rituale poiché non era ancora scomparso ancora il misterioso shock della sua presenza nelle nostre case. Di notte la ricezione era migliore e al rincasare dalle mie uscite notturne la accendevo e quando coincideva di incontrare un programma con i miei cantanti favoriti, sia di opera lirica che di musica leggera, come Beniamino Gigli, Toti dal Monte, Tito Schipa, Villa, Tajoli, Nilla Pizzi ed altri e altre cantanti di quei tempi, mi commuovevo fino alle lacrime. Spegnendola per andare a letto non mi sembrava vero, reale, di aver assistito a tale meravigliosa avventura musicale ascoltando i miei cantanti preferiti a casa mia. Più tardi, 20 o 25 anni dopo, apparve la televisione, ma oserei dire, senza togliere i suoi meriti, che non superò l’euforia popolare manifestata all’approvazione della radio sui mercati di massa. Nel secolo scorso dopo l’automobile, l’aereoplano, il computer e altre invenzioni per molti usi e confort al servizio dell’uomo, la radio occupò sempre un posto speciale nel suo uso. Dagli anni cinquanta in poi, frutto della scienza e tecnologie moderne, appariva ogni giorno qualcosa di nuovo, così da farci l’abitudine di non emozionarci più di tanto. Queste righe dedicate alla radio furono una variazione del tema proposto, ma non troppo discosto, poiché la radio, per me, prima del suo stato fisico è canto, è musica, perciò in armonia con la mia vocazione. A volte mi domando, anche considerando le circostanze avverse nel momento di realizzarmi nel campo musicale, pur anche così, forse non avrò imbroccato la strada giusta? Mi sarà mancato il coraggio di sondare? Forse il mio carattere era piuttosto timido? Intanto il tempo passò e la mia età non era più l’ideale per cercare ciò non si concretò a suo tempo. Comunque affidandomi con caparbietà alla speranza che non muore mai, e conscio che oggi, già quasi novantenne, dovrò lasciare presto questo paradiso terrestre, penso che nell’altro regno ci sia un posticino per me tra i serafini o i cherubini, i quali comprensivi e compianti, mi riservino un clarino o un’arpa per suonare e cantare vagando di nube in nube per la volta celeste, allietando angeli e anime nella beatitudine eterna. Pretenzioso vero? E’ solo parte del sogno.