Il primo giorno dell’anno iniziò con una festa singolare, “Santa Maria
madre di Dio”. Appoggiarsi a lei è sinonimo di sicurezza e protezione. E’
logico festeggiarla e porre ai suoi piedi il nostro futuro. San Josè Maria
soleva chiamarla con il titolo che precede queste righe. Vogliamo anche
festeggiare le donne italiane, soprattutto quelle che discretamente accudiscono
con sacrificio la propria famiglia, senza sperare in ricompensa alcuna. Qui
viene al caso una rassegna che accusa un difetto nella donna, quando Dio creò
la donna un angelo gli domandò perché investiva tanto tempo in lei. Dio gli
disse: “Hai visto la lista delle sue specificazioni? Non può essere di
materiale plastico. Dovrà avere più di duecento pezzi intercambiabili e
alimentarsi solo del necessario. Deve avere un grembo in cui possano
accomodarsi quattro bambini allo stesso tempo, dare un bacio per curare da un
ginocchio ad un cuore infranto, e tutto lo farà solo con due mani”. L’angelo meravigliato
disse: “E’ impossibile!”. “E questo è solo il modello standard” disse Dio. “E’
troppo lavoro” disse l’angelo “terminerà domani”. A ciò Dio rispose: “No, sono
vicino a concludere la mia opera maestra. Lei si cura solo quando si ammala e
può lavorare diciotto ore al giorno”. L’angelo si avvicinò alla donna e la toccò.
“Però è cosi fragile e soave Signore….E’ soave, però è tanto ciò che si può
agguantare!”. L’angelo notò qualcosa e toccò la guancia della donna con la
mano. “Signore sembra che questo modello abbia una fuga….”. “Ti ho detto che la
stavo creando con molte, forse troppe, cose. Quella non è una fuga, è una
lacrima” corresse Dio “e che cos’è una lacrima? Le lacrime sono la sua maniera
di esprimere gioia, amarezza, amore o sofferenza”. “Sei un genio Signore, la
donna è meravigliosa” disse l’angelo alla fine. Lo è. Sorridono, quando
vogliono gridare. Cantano, quando vorrebbero piangere. Piangono, quando sono
felici, e ridono, quando sono nervose. Lottano per ciò che credono, non
accettano un “no” come risposta definitiva. Sono grandi negoziatrici. Si
privano di tutto per favorire la famiglia nelle necessità. Piangono, quando i
figli trionfano. Il loro cuore si rompe, quando muore una persona cara.
Concluse Dio: “Nonostante tutto questo ha un difetto: si dimentica di quanto
vale!. Non estrassi la donna dalla testa dell’uomo per ricevere i suoi ordini.
Né dai suoi piedi perché fosse la sua schiava ma dalle sue costole perché stia
sempre vicino al suo cuore.”. E come Dio ha molto buon umore dicono che dopo
aver creato l’uomo il settimo giorno riposò. Poi creò la donna e da allora non
ha avuto neanche un momento di riposo!
12 de noviembre de 2011
11 de noviembre de 2011
LA COSACCA E LA CASACCA
Hop, hop, hop, scandito e ripetuto a tempo ritmato era ciò
che si udiva proveniente dall’interno di un cortile che dava sulla strada dove
in quel momento stavo transitando. Incuriosito al sentire quella voce, essendo
il portone socchiuso, introdussi la testa e vidi Ivan a braccia conserte che
stava tentando qualche passo di una frenetica danza russa, ma, come di
consueto, era ubriaco e il suo ballo risultava una caricatura di quelle famose
danze in cui, di tanto in tanto, i suoi compagni solevano esibirsi facendolo
molto bene, con buon ritmo, e figure quasi acrobatiche.
Katiuska, la moglie di Ivan, dalla porta della casa dove
erano alloggiati, lo guardava con commiserazione e visibilmente
contrariata. Katiuska era una
donna bella, alta e ben formata, bionda con grandi occhi azzurri. Montava a
cavallo come un’esperta e provetta amazzone, non smentendo in questo la fama
della sua razza. Erano cosacchi di stirpe tartara stanziati nelle steppe della
Russia meridionale e sulle rive del Don, arrivati nei nostri paesi ingannati
dai nazisti che invasero la Russia durante la seconda guerra mondiale dicendo
loro che le nostre regioni, Friuli e Carnia principalmente, erano territori
abbandonati dalle rispettive popolazioni per fuggire alla guerra. Quindi terra,
case e ogni bene era a loro disposizione per fondare la loro nuova patria.
A Pinzano arrivarono nel settembre del 1944. In quel giorno
si parse la voce tra la gente del paese: “I cosacchi, i cosacchi, arrivano i
cosacchi”. Il disagio, ma anche la curiosità erano evidenti tra le persone
visibilmente concitate nell’attesa di vedere le facce di questa gente esotica
di cui avevano solo un’idea attraverso i racconti dei romanzieri che
riportavano le loro vicende. Dall’alto del colle che sovrasta il paese si
poteva scorgere lontani tornanti della strada che si snoda tortuosa e da questa
alzarsi delle nuvole di fumo bianco. Era la polvere mossa dalle carrette, dagli
zoccoli dei cavalli e altri carriaggi dei quali si servivano per la loro locomozione.
Giunsero con le loro famiglie, donne, vecchi, bambini e le
loro masserizie, un popolo completo che veniva a stabilirsi nei nostri paesi,
nelle nostre case. Vedendoli da vicino, più che le loro fattezze mongoloidi, ci
sorprese lo stato trasandato del loro abbigliamento, la visibile mancanza d’igiene
personale e, più avanti, scoprimmo anche altre tare proprie della loro razza.
Arrivati tra noi si resero conto subito di essere stati
ingannati e burlati dai nazisti. Incontrarono le case occupate dalla nostra
gente, legittimi proprietari. Nessuno era fuggito, qui la guerra si faceva
notare in molte forme negative però non c’era un fronte, una linea di
combattimento. In certe località d’interesse strategico anche la nostra regione
fu oggetto di bombardamenti a ponti e linee ferroviarie però ciò non produsse l’esodo
come nella guerra 15-18 quando molta gente dovette allontanarsi e cercar
rifugio altrove come profughi, essendo allora queste zone teatro di guerra.
In questo conflitto la gente rimase nelle proprie case
vivendo come sempre, ovviamente, condizionata da molte penurie e sofferenze e a
questi patimenti si aggiunse quello che i cosacchi non vollero accettare di
alloggiare in locali pubblici come avevano disposto le autorità civili, scuole,
capannoni, o altro stabile adeguato per accogliere gruppi numerosi di persone,
ma vollero farlo in seno alle nostre famiglie, interponendosi ai civili. Ciò
per evitare eventuali attacchi da parte dei partigiani le cui formazioni erano
attive nella nostra regione e questa fu la ragione per cui i tedeschi portarono
qui i cosacchi, per contenere e arginare il più possibile le operazioni
partigiane.
Ci trovammo così con due o tre di loro alloggiati nelle
nostre case. Tra l’altro si preparavano i loro pasti con alimenti rubacchiati
qua e là poiché i tedeschi non gli davano né viveri né armamenti adeguati e
sufficienti alle loro necessità, per alimentarsi e per difendersi. Perciò come è
nelle loro tradizioni e abitudini vivevano di razzia.
Organizzavano delle scorrerie nelle borgate o in qualsiasi
luogo per provvedersi di fieno per i cavalli e di ogni altra cosa sulla quale
posassero gli occhi e che poteva essergli utile. Di notte erano costanti le
incursioni nei pollai. Erano noti per la loro dedizione all’alcol e tracannavano qualsiasi bevanda alcolica, a volte
anche tossica, come può essere l’alcol denaturato. I cosacchi erano fedeli
servitori dello zar e costituivano reparti delle truppe regolari del suo
esercito. Si servivano di loro particolarmente per sedare tumulti, sommosse o
qualsiasi manifestazione contraria al regime zarista, o che potesse offuscare
la propria immagine. Erano degli abilissimi cavallerizzi e temibili nei loro
interventi. In compenso delle loro prestazioni gli era permessa la razzia delle
località coinvolte e in questi casi le loro azioni si trasformavano in
scorrerie banditesche. Saccheggiavano, rubavano, estorcevano, violentavano le
donne e si impadronivano di tutto ciò che potessero trasportare lasciando morte
e desolazione al loro passaggio.
Con l’avvento della rivoluzione russa nel 1917 e l’instaurazione
al potere del regime comunista furono assassinati lo zar e tutta la famiglia
Romanov. I cosacchi furono perseguitati e molti di loro rinchiusi in campi di
concentramento o di sterminio. Per i tedeschi non fu difficile ingannarli
approfittando del loro risentimento contro il regime vigente in Russia e con
false promesse li convogliarono verso il Friuli e la Carnia.
Come collaborazionisti, masnadieri, al servizio dei nazisti,
non possono essere compatiti e tollerate le loro azioni perché anche loro, come
i loro padroni, hanno lasciato una scia nefasta al loro passaggio per il Friuli
e specialmente in Carnia. Per ciò che mi riguarda personalmente devo lamentare
l’aggressione a mio padre. Per derubarlo fu atterrato con un colpo alla testa
col calcio del fucile, gli spararono poi un tiro ma fortunatamente la
pallottola gli passò di striscio sul cuoio capelluto. Le conseguenze furono
molto gravi ma sopravvisse.
La guerra è uno stato anomalo che può succedere durante la
nostra esistenza, ne siamo succubi senza volerlo, e siamo coinvolti ed esposti
a situazioni estreme, soffrendo le conseguenze di questo stato di violenza e
chi sopravvive, sia pure con le lesioni nell’anima e nel corpo, dovrà
ringraziare la provvidenza comunque, di essere ancora in vita.
Fra le pieghe di queste violenze, sotto la pressione della
paura, l’uomo può perdere il senso civile della ragione e il raziocinio dei
suoi atti. Ma sempre può sorgere l’eccezione e affiorare nell’animo sentimenti
compassionevoli verso il nemico che un momento prima volevamo andasse fuori dai
piedi. E’ il caso di mia madre che nei giorni di fine guerra ha avuto parole di
commiserazione verso due cosacchi che avevamo in casa e che a conoscere il
proprio destino piangevano con la testa appoggiata sul tavolo. Diceva: “sono
così giovani e sicuramente avranno anche loro una mamma che ansiosa li aspetta”.
E’ meraviglioso, dentro quel marasma di emozioni che causa l’essere coinvolti
nella guerra, lasciare il sopravvento all’amore, al perdono al posto del
risentimento e all’odio.
Un altro fatto che conferma ciò che è appena scritto qui
sopra è che Katiuska, pur conoscendo e sapendo che nella casa di fronte viveva
la mia fidanzata e spesso ci vedeva insieme, e lei era cosacca e nemica, non
dimenticava di essere donna, in varie occasioni si atteggiava seduttrice
facendo risaltare ciò di cui era ben dotata, si avvicinava insinuante un po’
troppo, e se i nostri idiomi non si capivano, un altro linguaggio era ben
comprensibile, conosceva l’arte della seduzione. Infine era donna e tutte le
donne nascono dotate dell’arte per sedurre e conquistare gli uomini che sempre
sono più ingenui. Io facevo il tonto per non trovarmi coinvolto in un’avventura
che per varie ragioni doveva essere evitata. Prima di tutto frenare,
mortificare il mio orgoglio maschilista, la più delicata e importante, potevo
essere accusato di collaborazionismo con il nemico, Ivan…il terribile, avrebbe potuto
squartarmi con la spada.
Il motivo che mi dava l’opportunità di vedere spesso la
cosacca è che viveva di fronte alla casa della mia ragazza che io frequentavo
spesso. Qualsiasi intimità più in là di “Dasvidania” (saluto russo) sarebbe
stato un guaio che non volevo succedesse. Per ultimo Katiuska era bella sì, ma
la poca igiene personale, e l’alito di aglio e cipolla che lei come tutti i
cosacchi mangiava in abbondanza, avrebbe tenuto a distanza il più temuto degli
uomini, forse meno Ivan, che oltre all’aglio e cipolla doveva aggiungere i
miasmi dell’alcol.
Ciò che mi fa ricordare Katiuska non sono le sue attitudini
deduttive ma una sera che, come tante altre, ero in casa della mia ragazza mi
si avvicinò e con cipiglio minaccioso mi prese per il bavero della giacca e mi
disse: “Tu partisan!” e tirando il bavero per la punta aggiunse “Americana!”
riferendosi al giaccone che portavo. Rimasi un momento impacciato e timoroso,
poi dissi a mia volta. “No partisan!” Parlando all’infinito, accompagnai con un
gesto simulando un aereo e facendone il rumore, “San Daniele caduto aereo
americano, io prendere questo”.
Era vero che era caduto un aereo, un bombardiere, a San
Daniele e casualmente lo vidi cadere, trovandomi con la bicicletta molto vicino
al posto, per curiosità assistendo ad un fatto così straordinario, insieme ad
altra gente accorsa, mi avvicinai all’aereo non con l’intenzione di
impossessarmi di qualcosa, arrivai a vedere solo un morto negro. In quel
momento giunsero due fascisti con il moschetto e ci spararono ai talloni per
allontanarci.
Comunque aveva ragione lei, ero partigiano e la giacca era
la parte superiore di una tuta di un pilota inglese. Mi era stata regalata da
un maggiore inglese capo della missione militare della quale facevo parte come
autista nelle formazioni partigiane. Durante il grande rastrellamento nell’autunno
del 1944, sciolte le formazioni fino alla prossima primavera, rimanemmo liberi
di raggiungere le nostre case. Io potei superare lo sbarramento delle truppe
tedesche, cosacche e missini della repubblica di Salò, che ci stavano braccando
nella zona pedemontana della Val Tramontina, e dopo varie peripezie arrivai a
casa mia con la giacca in questione.
Temevo che la cosacca, che in seno alle sue truppe aveva
qualche gerarchia di comando, potesse valersene per arrestarmi o causarmi qualche
noia, però non lo fece e il problema “giacca” non ebbe altro seguito. In quei
tempi non era raro vedere le nostre ragazze vestire camicette e altri indumenti
fatte con la tela dei paracadute inglesi o americani discesi dai nostri cieli a
rifornire le formazioni partigiane di viveri, armi e altre vettovaglie
necessarie alla causa.
Un fatto strano devo aggiungere a questi aneddoti e brevi
storie di cosacchi. Finita la guerra negli anni cinquanta emigrai in Venezuela
dove esercitavo il mio mestiere di fotografo e un giorno mi chiamarono per fare delle fotografie in
occasione di una festa familiare. Giunto sul posto mi resi subito conto che
erano stranieri e chiesi di dove fossero, quale era la loro provenienza e mi
dissero che erano russi.
A loro volta mi domandarono la mia provenienza e dissi che
ero italiano, di Udine. Una delle donne presenti mi disse che conosceva
Spilimbergo. L’uomo che le stava a lato la interruppe bruscamente con una
gomitata al fianco e uno sguardo fulminante facendola a tacere. Era evidente
che erano cosacchi, forse gli stessi che aggredirono mio padre. Questa sì che
fu una strana e rara coincidenza, incontrare a diecimila chilometri di distanza
questi residui di guerra che dieci anni prima causarono tante sofferenze alla
gente dei nostri paesi.
Tutte le vicende narrate sono lo specchio di una realtà
vissuta. Vive la speranza che la crescita della cultura crei uomini savi
illuminati, che sappiano evitare le guerre che lasciano solo degenerazione,
patimenti, sofferenze e dolore, e le generazioni future godano di pace,
giustizia e libertà.
10 de noviembre de 2011
LA VIA DELLE MELE
Esistono molte vie che non sono propriamente vie cittadine, ma vie
prescelte e create dal commercio dalla malavita per il transito di mercanzie
lecite o proibite dalla legge. Queste vie possono chiamarsi: del ferro, della
seta, della marijuana, del tabacco, della coca.
Non voglio riferirmi a queste vie ma alle vie friulane che si snodano
sfiorando i cortili delle nostre case, vie nostrane buone e sicure, cariche di
storia e in tempi ormai passati, percorse a piedi dalle nostre donne, mamme,
sorelle, nonne con una gerla in spalla ricolma di frutti, dirette ai mercati di
San Daniele o Spilimbergo: era la “via delle mele”. Erano loro, le “rivendicules”,
che si addossavano questo faticoso lavoro con abnegazione e buona disposizione,
per sopperire alle necessità familiari. Le vie cui mi riferisco vengono da
Castelnovo, Oltrerugo, Costabeorchia, Val d’Arzino, e cito queste essendo
quelle che mi hanno visto nascere, ma potrebbero essere tutte quelle della
riviera pedemontana del Friuli occidentale, le cui genti accorrevano con i loro
prodotti, che erano più o meno gli stessi, alle cittadine e grossi centri
abitati più vicini e con lo stesso modus operandi. Non era impresa
facile coprire la distanza scendendo dalle loro valli per raggiungere sia uno
che l’altro mercato con una pesante gerla sulle spalle ricolma di frutta che
poi non erano solo mele ma fichi, pere, noci, prugne e quant’altro si
producesse su terreni che per la loro natura non permettevano altre colture.
Chi disponeva vicino a casa di una piccola parte di terreno piano poteva
seminarci gli ortaggi di consumo abituale, e questo era già un privilegio. Il
lavoro di una famiglia, di un gruppo familiare, era uguale a quello di tanti
altri nello stesso ambiente e si svolgeva, con poche varianti, allo stesso
modo. Nei giorni di mercato all’alba, Giacomo sveglia la moglie Maria. Lei si
alza ancora intorpidita, per le poche ore di sonno e per la stanchezza del
giorno prima trascorso nella raccolta dei frutti e nei preparativi, in modo che
il giorno seguente tutto fosse pronto per partire alla volta del mercato.
Scendeva le scricchiolanti scale di legno e lo faceva in punta di piedi per non
svegliare Tonino, il figliolo, che avrebbe voluto accompagnarla. Giunta in
cucina, per prima cosa apriva la porta, come faceva ogni giorno, dava uno
sguardo al cielo scrutando le intenzioni del tempo, timorosa che questo si
mettesse a male e, quando questo sfortunatamente succedeva erano guai. Infatti
si guastavano i frutti più delicati che non tolleravano dilazioni per essere
smerciati, e ciò avrebbe compromesso l’esigua economia familiare. Rassicurata
dal buon tempo, si preparava il caffè nel quale avrebbe intinto un pezzo di
pane e questa era la sua colazione che avrebbe dovuto sostenerla fino a
mezzogiorno. Per il pranzo provvedeva a mettere in un tovagliolo del formaggio
e qualche fetta di polenta poiché il ricavato dalla vendita della frutta non
poteva essere speso per pranzare in un ristorante, doveva usarsi per le
necessità familiari e qualche spesuccia personale. Calzava i “scarpets”,
calzatura leggera di tela, fatta a mano da lei stessa, con suola di stoffa
trapuntata fittamente grossa come un dito, e tomaia di velluto a volte ricamata
con fiori. Scarpette tipiche del Friuli e della Carnia. Andava poi dalla vicina
di casa, compagna di mercato, a sapere se era pronta per partire. Nelle
vicinanze, strada facendo, si incontravano con altre donne della borgata, anch’esse
dirette al mercato con le gerle in spalla e lo stesso genere di frutti. Allo
spuntar del giorno già si incontravano camminando sulla strada bianca avvolte
nella bruma stagnante mattutina e scomparivano in lontananza come macchie
informi, indefinite, che si dissolvevano lasciando la strada vuota. Il percorso
per giungere al mercato richiedeva qualche ora ma questo tempo non era
sprecato. Strada facendo il tempo veniva utilizzato sferruzzando, tessendo una
maglia, una calza, dei guanti di lana per difendersi dal freddo nel prossimo
inverno. Arrivate sui posti di vendita si ubicavano: a San Daniele sulla piazza
ai piedi della scalinata del duomo, a Spilimbergo dalla piazza Garibaldi fin
dopo la ex banca del Friuli all’inizio dei portici. Nelle ore del primo
pomeriggio si avviavano al ritorno alle proprie borgate, alle proprie case, a
cuor contento se la vendita era stata proficua, tristi se nella gerla era
rimasta ancora frutta da smerciare. Per tutte il ritorno era più agevole
essendo le gerle alleggerite del tutto o in buona parte.
Questo in tempi passati era un modo per guadagnarsi il pane quando fatica
e sacrificio erano motivo di orgoglio, se questo era il prezzo da pagare per
soddisfare in parte le necessità familiari.
A queste donne da parte mia, a distanza di molte decadi, devo chiedere
perdono, sicuramente dovrà giungere all’aldilà, per una burla di mal gusto che
a quei tempi, da ragazzino incosciente, perpetravo insieme ad una combriccola
di coetanei. Legavamo un portamonete o un vecchio portafoglio con uno spago, lo
posavamo sulla strada dove dovevano passare queste “rivendicules”, coprivamo lo
spago con la polvere lasciando scoperta solo l’attrattiva esca che, al vederla,
si precipitavano per coglierla. Ma in quel momento noi, nascosti sotto il
ciglio della strada, tiravamo lo spago e l’oggetto magicamente spariva.
Ancora oggi, già anziano e ricco di molte primavere, pur considerandola
una ragazzata, provo un senso di mortificazione per tale gesto che non doveva
essere riservato a loro. Inevitabile coprotagonista e complice fu la “via delle mele”.
9 de noviembre de 2011
MIA MADRE
Mai mi passò per la mente scrivere qualcosa sulla personalità di mia
madre. Ma incontrando spesso molti conoscenti che mi parlano di lei con tanta
simpatia e cordialità, decisi di farlo, poiché attraverso loro emergono dalle
nebbie del tempo aspetti, condizioni e particolari della sua vita che danno
merito alla sua memoria e lo faccio per tutti quelli che la conobbero, la
stimarono, e le hanno voluto bene.
Madre, le cinque lettere che formano questo nome mi sono così care che
un pudico ritegno mi inibisce per scrivere con scioltezza cose che ricordino la
nostra convivenza. Una delle ragioni che mi spinge a farlo è che tu non fosti
solo una donna che si consumò fra le quattro pareti domestiche tra i fornelli e
i tegami. Fosti anche, nella tua modesta e minuta persona, un personaggio
pubblico. Fosti bidella nelle scuole elementari fra bambini che ora sono già
anziani e ancora ricordano quando passavi tra i banchi a riempire d’inchiostro
i calamai, o quando qualcuno di loro giocando e correndo nel cortile durante la
ricreazione, cadeva, e tu gli curavi le ferite con lo stesso amore come fossero
tuoi figli. Eri un’eccellente cuoca e per diversi anni alimentasti i bambini
che frequentavano la colonia elioterapica giù sulle rive del Tagliamento.
Anche questi ti ricordano e non si sono dimenticati della squisitezza
dei tuoi minestroni come solo tu li sapevi preparare, la pastasciutta, le
patatine fritte al rosmarino, e il resto degli alimenti che completavano la
loro dieta.
Ma non solo dentro del perimetro del tuo paese, ma anche fuori di
questo, sei ricordata per la tua integrità morale, la tua gentilezza, la tua
disponibilità. Così ti comportavi anche con qualsiasi persona occasionale che
incontrassi nel tuo che fare quotidiano. Mi sorprendono gratamente le tante
persone che ti ricordano a molti anni dalla tua scomparsa, questo significa che
hai lasciato una luminosa scia nella traiettoria della tua vita. Con umiltà
scrivo di te che fosti madre mia, ma nello stesso tempo nutro un pensiero
riverente per tante altre buone madri che ugualmente meriterebbero essere
ricordate. Tu già non sei tra noi e scrivo di te per darti a conoscere meglio a
tutti quelli che ti hanno stimata e voluto bene, e lo faccio con un sano
impulso privo di qualsiasi stimolo vanitoso.
Io non sono poeta per scriverti un poema che porti alla superficie, alla
luce, tutta la brillantezza che emanava dalla tua immagine, come lo hanno fatto
Gogol, De Amicis, Pascoli, Beecher e tanti altri insigni scrittori che hanno
saputo creare un ritratto della madre esaltando le virtù, le manifestazioni d’amore
e l’eroicità nel sacrificio per i figli, valori che ci restano incollati nel
nostro essere per portarli con noi fino alla tomba. Prova di questo fu quando
assistii agli ultimi spasmi agonici di mio fratello ormai novantenne e in un
filo di voce che ancora gli restava, mamma fu l’ultima parola che pronunciarono
le sue labbra.
Quante cose sapevi fare madre, e risolvere nel momento opportuno quando
le circostanze richiedevano una soluzione, come durante la grande crisi del
1929 che ridusse critica la nostra condizione familiare e nostri piatti
passarono dall’aragosta alla sardina. Durante la seconda guerra mondiale che
mancavano gli alimenti ed era veramente difficile trovare qualcosa da mettere
nel piatto all’ora dei pasti tu trovavi sempre il modo di sfamare i tuoi figli
e non poche volte la soluzione la trovavi nei prati circostanti la casa.
Raccoglievi delle erbe, che tu conoscevi, e da queste dopo cucinate ne usciva
un purè che accompagnato con polenta di mais era una pietanza deliziosa. Il
nome di tale composto era: lidum o pistum.
Vorrei appostare a che le nuove generazioni non conoscono queste erbe
commestibili e solo come dato curioso voglio segnare i loro nomi nella nostra
lingua friulana, poiché non li conosco in altro linguaggio. Pestelac, malve,
capeles di predi, pivides di pan e vin, confenon, plantai e sclupit.
Eri capace di fare molte cose con le tue mani, però la tua vocazione era
destreggiarti nell’arte culinaria, fare la cuoca, e ci sei riuscita. Sposalizi,
battesimi, comunioni e altre ricorrenze mamma Maria era chiamata per arricchire
le mense con le tue squisite e prelibate vivande. In casa cucinavi, tra i tuoi
piatti forti era il coniglio e mentre si cucinava e ti dovevi assentare io ero l’incaricato
di vigilare la cottura. Mi dicevi: “Guarda che deve cuocere “dasi adasi”
(adagio adagio) e nel “spolert” (cucina a legna), metti di tanto in tanto un
paletto di legno e rimuovi delicatamente aggiungendo, se necessaria, mezza
tazzina d’acqua ”. Così non solo venni a conoscenza di qualcuno dei tuoi
segreti culinari, ma divenni un esperto nel cosificare la fiamma, che è molto
importante per il buon esito di una buona cucina. E quando dal tegame si
diffonde quel delizioso aroma che invade l’intorno, non si può resistere la
tentazione di prendere uno zampino e gustare il sapore delle erbe aromatiche,
le spezie e altri componenti del condimento che portavano il tuo marchio
segreto risultando semplicemente una squisitezza. Risultava poi che quel coniglio
si riduceva ad un esemplare di sole tre gambe e tu dandotene conto conoscevi già
il mistero di quell'anomalia.
Altra qualità era dotata la tua personalità, la bontà. Quando uno
qualsiasi dei tuoi quattro figli ti diceva di aver visto un mendicante per le
vie del paese lo mandavi a cercare e mai andava via dalla nostra casa con lo
stomaco vuoto.
Ora restiamo fra noi tra le cose di casa nostra, giunse l’epoca che ero diventato
un giovanotto con certe esigenze e certe necessità, mi piaceva andare a ballare,
quando si presentava l’occasione e dovevo salvare le apparenze con le ragazze
che invitavo. Al papà chiedevo denaro e mi dava sempre poco e gli dicevo,
ricevendo le poche lire che mi dava, che un giorno avrei foderato il suo tavolo
da lavoro con carte da “100”. Tu mamma aggiungevi altro, poco, però, risultava
sempre poco. A te mamma dicevo che avrei comprato una nuova bicicletta o un
vestito di gala, cosa che muoveva un velato e chissà ad un incredulo sorrisino.
Un giorno nella tua camera, madre, scopersi qualcosa di voluminoso appeso sotto
un cappotto appeso all’attaccapanni. Era una borsetta nera di cuoio e nell’interno
conteneva un buon pacchetto di monete di diversi piccoli tagli, quello di più
valore era di dieci lire, questi erano pochi, gli altri erano da cinque, da due
e da una lira. Questa scoperta mi permise di arrotondare qualcosa in più per le
mie piccole spese. Questo gruzzoletto erano le rimanenze della spesa
giornaliera e ti servivano per comprarti qualcosa di tanto in tanto di tua
necessità.
Nel dopoguerra, riaprendosi il mercato del lavoro nei paesi europei,
ebbi la fortuna di avere un contratto di lavoro in Svizzera, così migliorarono
le mie condizioni economiche. Al ritorno in Italia a fine contratto, compii la
promessa che avevo fatto a papà. A te mamma confessai dei miei piccoli furti
nella tua borsetta, cosa che tu ti eri già data conto della mancanza del
denaro, sebbene io avessi usato l’accortezza di non far diminuire il volume
cambiando i biglietti da cinque e dieci lire, reintegrandoli con monete da una
o due, in modo che il volume fosse lo stesso, ma la quantità in valore era
notevolmente diminuita. Con questa confessione ebbe fine la perplessità dell’ammanco
e anche a te diedi per decuplicato il maltolto in forma malandrina.
Fin da molto giovane mi preoccupai delle ristrettezze economiche della
mia famiglia e mi tormentava il pensiero di come avrei potuto migliorare la
situazione. Anch’io, come mio padre, varcai l’Oceano in cerca di fortuna. Lui
lo fece dopo il crollo del 1929 che lasciò la nostra famiglia sul lastrico. La
dea bendata per lui rimase cosi, bendata e sorda, senza apportargli nessun
miglioramento economico. Io emigrai dopo la seconda guerra mondiale, quando lui
aveva già lasciato questo mondo. Rimase la mamma e a lei riuscii a dare una
certa tranquillità economica e mi compiacevo ogni volta che le mandavo un
assegno che lei cambiava in una banca di Spilimbergo. Mi raccontano che quando andava
a prendere la corriera per recarsi a cambiare il suo assegno indossava la sua
roba migliore: vestito nero con colletto di pizzo bianco, lo spolverino e i
guanti neri. Così tutta in ghingheri, magari con i suoi vestiti un po’ fuori
moda, residui di tempi migliori, andava in banca a cambiare il cheque che le
mandavo ogni mese. A mia volta in un rientro in Italia fui alla stessa banca e,
visto il mio cognome, mi chiesero se fossi il figlio di quella donnetta così e
così, dandomi i dettagli di mia madre. Compresi che anche gli impiegati che
avevano avuto da fare con lei erano stati conquistati dalla sua grazia e
simpatia.
Mamma la tu avita non si differenzia da quella di tanti tuoi simili,
fatta di lati e bassi, di gioie e dolori. Sicuramente un giorno sereno e
gioioso fu, quando, per una vacanza, venni in Italia e un mattino molto presto mi
svegliò un dolce canto di una voce quasi fosse quella di un bambino.
Incuriosito per sapere di chi era quella voce e quel cantare cosi di buon ora,
aprii la finestra che dava sull’orto e lì eri tu alle prese con i tuoi pomodori
ed eri proprio tu che cantavi. Il tuo canto mi rallegrò e mi commosse nello
stesso tempo perché non è di tutti i giorni sentire cantare una mamma
novantenne. Quante cose ancora potrei dire di te, ma penso che le linee con le
quali ho disegnato il tuo ritratto siano sufficienti. Altri dettagli resteranno
con me nell’intimità del mio cuore per sempre.
Il tuo canto quel mattino fu come il canto del cigno, poco tempo dopo ci
lasciasti per il tuo viaggio senza ritorno.
Nella tua agonia nell’ultimo alito di vita che ti restava ti dissi “Sono
qui vicino a te” e le tue labbra vollero accennare un sorriso appena
percettibile, poi la tua espressione sprofondò nel nulla dell’oscurità e in
quel momento compresi che avevo perso per sempre chi più avevo amato nella mia
vita-la mamma-.
8 de noviembre de 2011
MIO PADRE
Tornare indietro
nel tempo per ricostruire la figura della tua personalità, e soprattutto la
parte di padre che ti è toccato adempiere nella vita, non mi sarà cosa facile
per il molto tempo interposto perciò voglio farlo prima che la nebbia degli
anni possa offuscare la mia mente, essendo già in età anziana, e cancellare i
ricordi avvolti nell’intrico del passato dal quale mi propongo di trarre
elementi per comporre il tuo ritratto. Lo faccio per soddisfare un intimo
desiderio che vuole riviverti, ma anche con l’orgoglio che i miei figli, tuoi
nipoti e pronipoti gli sia dato conoscere un po’ il loro nonno e bisnonno,
personaggio che in questa ricerca affiora con un’immagine di integrità
solvente, di padre, marito e cittadino. Spero che i tuoi nipoti sappiano
valutare i tuoi meriti anche se il loro metro di valutazione dei valori nell’epoca
attuale sia sostanzialmente cambiato. Non pretendo fare una cronistoria di
tutto il tempo che sei stato fra noi e di tutti gli alti e bassi della nostra
esistenza e delle nostre vicissitudini succedutesi durante tutto quel lungo
tempo. Mi limiterò ai momenti e fatti più risaltanti nell’insieme, e del nostro
vivere quotidiano. Mi riferirò prima di tutto a noi due. Io ultimo arrivato
nella famiglia, dopo altri tre fratelli maggiori. Venni al mondo dopo diversi
anni dal fratello che mi precedeva perciò nella mia qualità di “cucciolo” non
mi mancarono affetto e coccole in seno alla famiglia e devo dire che sempre
sono esistite ottime relazioni affettive tra noi in ogni tempo. Da te papà
nella mia infanzia ho avuto i più originali giocattoli, il tuo ingegno ti
permetteva di fare molte cose meravigliose. Alcuni giocattoli da te costruiti
costruirono l’invidia e l’ammirazione degli amichetti come l’aquilone che
batteva le ali e volando sembrava un uccello enorme, la scimitarra fatta di
legno d’acacia risultava tanto reale che incuteva timore tanto da poter
tagliare teneri germogli e, nella mia fantasia, potevo combattere e vincere
qualsiasi nemico immaginario con quello spada. Mi costruisti una chiesetta con
il suo campanile con campanelle vere dal suono piccolo ma delizioso e le
vetrate della chiesa ispiravano mistici sentimenti. Trenini fatti con i rullini
delle pellicole e casette delle carte fotografiche. Dato che tu eri fotografo
questi erano residui che tu sapevi mettere insieme facendomi felice nei miei
giochi e destando la mia ammirazione per questa tua abilità. Di giocattoli
comprati ne ho avuti ben pochi e la ragione fu che la grande depressione, la
crisi economica del 1929, si ripercuoteva in tutto e si protrasse per molti
anni causando fallimenti di industrie, imprese, commerci grandi e piccoli
subirono il crac finanziario e anche tu, che oltre all’esercizio fotografico
avevi un piccolo negozio, sei rimasto sul lastrico e da questa penuria venne la
necessità di rinunciare a molte cose, e anche a quella di costruire i
giocattoli caserecci per il tuo bambino. Con tale crisi ebbero inizio gli anni
neri per la nostra famiglia, fino ad allora benestante, e per l’intera nazione
e, come se non bastasse questa precaria situazione generale, nella nostra
famiglia si aggiunsero varie disgrazie. All’inizio degli anni trenta in otto
mesi uno dall’altro perdesti i due figli maggiori, uno per incidente stradale,
l’altro per malattia. In tale breve periodo se ne sono andati, uno di 19, l’altro
di 22 anni, età che avrebbero potuto iniziarsi in qualche occupazione e così
contribuire ad alleviare le necessità familiari com’era la speranza che avevi
riposto in loro. Di questo non è necessario dire più nulla. Per rimediare la
situazione in cui versavamo decidesti di emigrare in Argentina allettato da
promesse vendute da un “amico”. Promesse di facile guadagno e di bonanza.
Arrivato in quel Paese la realtà risultò ben differente. Anche in Argentina la
crisi era vigente e non era vero che si mangiassero salami come rape e si
nuotasse nel grano e nel vino, e anche se ciò fosse stato vero non potevi
mandare alla tua famiglia vino, grano e latri cereali perché questi generi
erano disposti a pagare il tuo lavoro. Avevi lasciato in Italia la moglie e
quattro figli che avevano bisogno di tutto e solo un po’ di denaro poteva
essere di sollievo alla nostra precaria condizione. Ciò non fu possibile perché
ti ammalasti di una strana febbre che ti costrinse a cambiare regione e
residenza ed infine a rimpatriare. Malasorte. E se non bastassero i malanni
creatisi intorno ed in seno alla nostra famiglia, nella nostra esistenza, in
tua assenza, il debito, benché esiguo, residuo del tuo negozio, che non potesti
estinguere come pensavi di farlo col miraggio argentino, si portò via la casa e
tutti i nostri beni. La mamma trovò una residenza in un paese vicino, una casa
che non avrebbe dovuto ospitare esseri umani tanto era dissestata, malandata. I
muri colavano e traspiravano a rigoli l’umidità dalle quattro pareti. La camera
dove ci sistemammo noi quattro fratelli, né il soffitto né il tavolato del
pavimento aveva, uno sopra l’altro sotto, senza intonaco alcuno, cosicché tra
le fessure mal combaciate vedevamo la luce che entrava dalle finestre del
solaio e con la luce il freddo. La mamma si dette da fare cercando qualcosa di
meglio, ma fra le poche disponibili solo questa era quella cui potevamo pagare
l’affitto corrispondente alle nostre possibilità al momento. Così rimase la
casa fin quando cambiò il nostro status, e poco a poco potemmo metter mano e
cambiare quello stato cavernoso convertendola in spazi abitabili confortevoli
tanto da meritarsi l’appellativo di “casa”.
Ritornasti dall’Argentina e incominciasti a lavorare facendo fotografie
dando mano al tuo ingegno. Riparavi orologi e tra una cosa e l’altra riuscivi a
soddisfare le necessità vitali e a malapena tutte le altre, dandoci un vivere
decente e onorabile. Fino in quel momento eravamo in troppi a dipendere dal tuo
lavoro ed è sottointeso che dovevamo rinunciare a molte cose. Ciò che non ci è
mancato furono i tuoi insegnamenti, il tuo buon esempio quindi l’onestà, l’educazione
e l’ineccepibile integrità morale.
Una cosa mi incuriosiva; sapevo che avevi imparato l’arte fotografica in
uno studio a San Daniele e una rivista dell’epoca, riferendosi al tuo
principale, faceva menzione molto elogiosa anche di te. La sorpresa fu che
nessuno ti aveva insegnato a mettere mano agli orologi, vedendoti lavorare in
tali macchine dal congegno tanto complicato, smontandole e riducendole in
rotelline e microscopiche vitine, pensai che non era solo ingegno il tuo, ma
acume intellettuale, volontà e dedizione di trovare il guasto e riparalo.
Questo andava più in là dell’ingegno e in me causavi tanta stima e ammirazione.
Siamo negli anni trenta e riferirsi ad essi è sinonimo di
disoccupazione, povertà, miseria e indigenza dovute alla situazione prodotta
dalla crisi socio-economica generalizzata in tutta Italia e si può dire in tutto
il Mondo civilizzato ed evoluto. La crisi con il sovrastrascico di penurie
involucrò maggiormente la
classe media e medio bassa dov’era inglobata la grande massa operaia e
contadina, risultando queste le più sofferte. La ragione immediata fu che furono
vittime della grande crisi del “29” l’industria e il commercio, maggiori fonti
di lavoro. Paralizzandosi, per riflesso, tutto e tutti, chi più chi meno,
patimmo le conseguenze. Nella nostra famiglia, nei primi anni della decade
degli anni trenta, come già accennato al principio, venne ad aggiungersi una
grande disgrazia: la morte dei miei due fratelli maggiori. Le sventure non
erano ancora finite per noi. Mio fratello, quello che mi precedeva in età,
qualche anno prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, s’imbarcò per l’Africa
orientale per andare a lavorare. Su di lui si appoggiava la speranza di avere
un aiuto per la nostra famiglia, ma la nave ad un certo punto del viaggio
incagliò sbattendo contro gli scogli e affondò. Si salvò miracolosamente
perdendo tutto il corredo che aveva esaurito tutte le nostre risorse per
metterlo insieme. Dalla nave che venne a soccorrere i naufraghi sbarcò in
Africa in mutandine però salvo grazie a Dio.
Qualche anno dopo scoppiò la guerra, fu richiamato sotto le armi,
partecipò alla guerra in Abissinia e fu uno degli eroici resistenti all’assedio
di Gondar al comando del duca d’Aosta. Fu fatto prigioniero dagli inglesi e
ritornò in seno alla famiglia dopo lunghi e sofferti dieci anni. Tu, la mamma e
tutti insieme soffrimmo molto le avversità e le batoste che ci colpirono in
vari modi e ancora non terminavano.
Sopragiunse la guerra. La guerra con il cumulo di penurie, fame, paure e
l’oppressione dell’invasore che si manifestava in ogni dove, in ogni forma con
arroganza, violenza e morte. Questa repressione ci lasciava una sopravvivenza
da sentirci braccati come animali, senza rispetto né diritti umani, tanto da
poter ben dire che la vita in quelle condizioni non valeva nulla. La nostra
casa, perciò la nostra sicurezza, era minacciata dai tiri di mortaio che
venivano da una colonnina di fronte dove i tedeschi si erano piazzati cosicché
abbiamo dovuto abbandonarla e ricorrere all’ospitalità di amici in una frazione
lontana da quelle cannonate. Io dopo anni di servizio militare da quel momento
mi incorporai nelle formazioni partigiane fino al termine della guerra e fu in
questi ultimi giorni di guerra quando cercavi scampo per metterti a salvo dalle
orde che cercavano disperatamente di lasciare l’Italia per raggiungere il loro
paese, ti sorpresero nel cammino, ti derubarono del denaro e delle cose di
valore che cercavi di portare al sicuro, ti atterrarono con un colpo alla testa
con il calco del fucile e già in terra ti spararono, passando la pallottola di
striscio sul cuoio capelluto lasciandoti per morto in mezzo alla strada. Sono
passate ore prima che riprendessi i sensi tanto che a me comunicarono che eri
morto, però sei sopravvissuto allora, ma le lesioni ricevute furono la causa
della tua morte prematura pochi anni dopo.
A onor del vero si può dire che, al termine della guerra, tu, io e il
fratello eravamo vivi o per meglio dire sopravvissuti!, poiché la morte ci fu
vicina, molto vicina, in molte circostanze. Dopo la tua scomparsa avvenuta nell’immediato
post guerra, la vita lentamente rientrava nella normalità. Normalità dentro le
conseguenze lasciate dalla guerra, ancora un’Italia paralizzata e in rovina, e
ci vollero molti anni ancora per godere dell’agognata e vera normalità. Molti
di noi giovani abbiamo dovuto cercare la nostra realizzazione nell’emigrazione
all’estero poiché non potevamo attendere la ricostruzione e il conseguente boom
economico. Le nostre esigenze erano immediate così anch’io dovetti lasciare i
miei cari rimasti e d’un tratto trovarmi molto lontano con il magone della
nostalgie e nello stesso tempo con la serenità che da la speranza di un
avvenire migliore. In Italia le cose si accomodarono, la situazione economica
migliorò portando un periodo di bonanaza, come non mai, e così la vita scorreva
tranquilla e serena proiettata verso il progresso e il benessere. Felicità
dunque. Dimentichi già della guerra, meno quelli che avevano ancora le spine
nel corpo e nell’anima e le madri che persero i loro figli nel conflitto e non
gli mancavano ancora lacrime calde da versare. La vita comunque è così calici
dolci e calici amari. In questo clima di pace e serenità passarono molti anni
quando, inaspettatamente, nel maggio del 1976 dovemmo inghiottire un altro
calice veramente amaro. Una disgrazia collettiva, un violento e distruttivo
terremoto devastò il Friuli causando distruzione e morte. Paesi interi con le
case crollate e un migliaio di morti. Anche la nostra casa soffrì molti danni e
dovemmo abbandonarla e sistemarci nel modo e dove le autorità pubbliche ci destinarono:
in un primo tempo in tende dell’esercito poi in casette di legno prefabbricate,
tutti passammo incomodità e sofferenze, specialmente la gente anziana tra cui
la mamma. Questa evacuazione durò dai 5 ai 6 anni fin quando ripararono o
costruirono case nuove, e anche la nostra fu ricostruita, e quando invitai la
mamma e vederla rimessa a nuovo non volle accompagnarmi a vedere la casa che
tanto amava. Il dramma del terremoto l’aveva scioccata, traumatizzata e poco
dopo anche lei ci lasciò per sempre. Aveva 94 anni e fu autosufficiente fin
poco tempo prima. Lei la mamma, con profondo amore va ricordata per aver
affrontato, con valore e sacrificio, tutte le avverse vicissitudini
presentatesi. Fu presente in ogni situazione e condizione silenziosamente, senza
lamentarsi mai. Per questa sua partecipazione, che molte volte le richiedeva di
andare più in là del dovere di moglie e di madre, la sua immagine risalta con
vivida luce. Luce fatta di amore, coraggio e dedizione completa per il bene di
tutti noi. Il terremoto ci ha traumatizzati tutti. Nelle nostra famiglia non ha
causato vittime ma abbiamo patito le conseguenze di tale disastro e dovuto
sommarle alle già tante calamità sofferte.
Tornando a noi due papà, e rivivendo nel ricordo i fatti più
significativi vissuti durante un avita, nonostante il tanto tempo passato, da
quando ci hai lasciato per sempre, mi sembra come se tutto fosse successo ieri,
ma molto tempo è trascorso, tanto che anch’io ho raggiunto l’anzianità
accumulando tante esperienze perciò queste memorie si stanno prendendo sempre
più spazio e tempo del previsto e non posso tralasciarle, ometterle, poiché
sono parte intrinseca della nostra convivenza. In primo piano il mestiere che
ho imparato da te, il lunghi anni che furono necessari per assimilare i tuoi
insegnamenti che determinarono la base della professione cha a mia volta
esercitai dopo aver allegato aggiornamenti, metodi e tecnologie più moderne che
resero più agevole la pratica dell’arte fotografica. Tu venivi dalla vecchia
scuola, e anche questa professione, come tante cose, si è evoluta. Nonostante
molti tuoi principi e metodi sono ancora validi. Eri molto bravo e abile nel
tuo lavoro, tanto che ancor oggi, vecchi clienti, mi mostrano con orgoglio
fotografie fatte da te. E da me avrai sempre l’ammirazione per i tuoi
ingrandimenti in bianco e nero ricavati da vecchi ritratti già ingialliti e
corrosi dal tempo dove a malapena si riusciva ad indovinare l’immagine. Qui è
dove si manifestava la tua abilità, il tuo ingegno e sorgeva dalle tue mani un’opera
incredibile di ricostruzione mantenendo l’identità fisionomica del soggetto e
non solo, li vestivi a nuovo con abito, cravatta e camicia. Tentai di emularti
in questo tipo di lavoro ma penso di essere riuscito solo a metà nell’intento.
Dove raggiunsi un ottimo livello, al fine con la tua approvazione, fu nel
ritocco dei negativi. Un giorno mi desti una lastra con l’immagine di una donna
dal viso lentigginoso e rugoso, mi spiegasti la tecnica del ritocco, mi
consegnasti i non molti attrezzi attinenti a questo lavoro, tra l’altro le
matite di varia tonalità che solo ad appuntirle era già un’arte per la punta
lunga e finissima da ottenere. Da quel momento passarono tre mesi, lavorando
tutti i giorni, quando la fine mi dicesti che avevo fatto un buon lavoro. In
quei tre mesi ritoccavo, cancellavi, ritoccavo, cancellavi e così molte volte,
al fine, unito alla tua approvazione, mi regalasti due lire, somma
considerevole in quel tempo. Con due lire in tasca mi sentii ricco e felice in
attesa della sagra dell’Assunta. In altre occasioni dovevo cavarmela con 25 o
30 centesimi che si e no bastavano per comprarmi un pugno di rachidi e una
fetta di anguria. Stavolta avrei potuto offrire qualcosa di buono anche alla
mia forosetta che mi avrebbe accompagnato in quel giorno alla sagra. Mi sentivo
un magnate, quasi quasi da poter chiedere quanto costasse tutta la cesta di
ciambelle che vendeva la donna dei dolciumi.
Oltre il ritocco imparai da te tutto il resto per avviarmi nel
professionismo e da parte mia con studio e dedizione giunsi ad un buon livello
che mi procurò molte soddisfazioni e lodevoli riconoscimenti.
Un riconoscimento speciale al tuo ingegno, al tuo spirito creativo, lo
merita l’invenzione di una valvola per pneumatici per cui ti fu concesso il “brevetto”
dalla “federazione italiana inventori” ritenendola e attribuendole praticità e
originalità come nessun altra prodotta dall’industria in quel momento in uso
sul mercato. Per il brevetto ti è stata fatta un’offerta sostanziosa di denaro.
No hai accettato, e fu un grande errore, quel denaro in quel momento poteva
risolvere buona parte dei nostri problemi. Pensiamo che tutti commettiamo
errori più o meno importanti nella nostra vita, e quello fu il tuo. La tua
intenzione era di poterla fabbricare tu stesso in società con un amico
meccanico che possedeva una piccola officina. Avevate tanto impegno e voglia di
fare ma vi mancavano la conoscenza del mercato, attrezzatura e finanziamento
per installare un’industria del genere. Avevi una mente sempre attiva,
meditativa, con sprazzi di genialità e oltre alla valvola altre invenzioni
nacquero, che non ottennero l’approvazione della “federazione” anche se furono
elogiate stimolandoti a perfezionare, modificare per poi riesaminarle. Anche in
questo la guerra paralizzò tutti i piani. Ciò che fu quasi un’ossessione nella
tua mente fu il “moto perpetuo” per i tuoi marchingegni, dai tuoi schizzi
disegnavo i prototipi. Di tutto ciò rimane di te un’aureola che arricchisce la
tua personalità e da brillo alla tua intelligenza.
Con queste memorie ho voluto ricordarti e con te
emerse, ovviamente, anche la nostra famiglia con i momenti e i fatti più
trascendentali. Nonostante il mio desiderio di sintetizzare più possibile il
racconto, altri fatti, altre vicende resteranno nei miei ricordi in quelle
pieghe dell’animo che non si può compatire appartenendo solo alla mia intimità.
Ma uno di essi lo voglio confessare. Quando la dama vestita di nero venne a
prenderti perché era giunta la tua ora, prima che ti portassero all’ultima dimora
salii dove stava il tuo corpo esanime e accarezzai le tue mani, quelle mani che
oltre ad essere state tanto ingegnose avevano saputo dare anche una carezza. Ti
detti un bacio sulla fronte fredda e fu una gelata sensazione che rivivo ancora
oggi. Quello fu il mio ultimo saluto che volli ti accompagnasse nel tuo viaggio
senza ritorno.
7 de noviembre de 2011
NATALE E IL TAMERICCIO
Era un dicembre della mia ormai lontana adolescenza e
il freddo già si lasciava sentire come per lasciar presagire un inverno rigido
e inclemente. Sono i giorni che precedono il Natale e la gente si sente pervasa
dallo spirito natalizio preludio e auspicio di pace e cose buone, stato d’animo
che si risveglia tutti gli anni in quest’epoca in ogni famiglia cristiana.
Corrono gli anni trenta del secolo scorso. Anni di
penurie e povertà nelle classi sociali basse, critici per la spicciola economia
familiare conseguente di una vita sacrificata ma portata avanti con decoro e
dignità. Nonostante tutto in questi giorni festivi di fine anno si compiva
sempre un piccolo miracolo che permetteva di porre in tavola una pietanza
speciale sulla tovaglia di lino portata in dote dalla mamma, che si usava solo
in occasioni speciali, e questa è una di quelle.
In questi giorni non mancherà il privilegiato pane in
tavola detronizzando per qualche giorno la regina della mensa: la polenta.
A questo miracolo contribuiva decisamente l’apporto
di qualche soldo portato dagli uomini che rientravano sia dall’emigrazione all’estero
sia in patria. Questo aiuto finanziario permetteva di comprare oltre agli
alimenti, un modesto capo di vestiario, un grembiule, forse un paio di scarpe
nuove e qualche altra cosetta necessaria al nucleo familiare. Con questo uno
spiraglio di gioia e d’allegria il Natale lo portava nelle famiglie, per poi
rientrare ben presto nel consueto vivere quotidiano di tutto l’anno. Fra tutto
questo c’è un elemento delle festività natalizie su cui s’impernia l’oggetto, l’argomento,
sul quale si svolgerà questo racconto ed è l’albero di Natale. Certo è che quest’emblematico
alberello non entrava nel preventivo delle spese familiari. Un vero pino ben adornato
neanche pensarci. Queste, dovuto alla ristrettezza dei mezzi, erano cose
suntuarie che solo i ricchi potevano permettersele. Un giovane pino non si
trovava facilmente nei boschi dei nostri dintorni poiché che questi crescono
spontaneamente in alta montagna e, se nelle zone urbane se ne vede qualcuno, è
in recinti privati piantati e gelosamente cresciuti dai proprietari.
Anche nella natura nel regno vegetale esiste il
parente povero dell’aristocratico pino.
Come il pino, sempreverde, con aghi e rami filiformi
però dall’aspetto informe e asimmetrico. E’ un arbusto conosciuto come
tamericcio e un tamericcio sarà il mio albero di Natale già localizzato nell’estate
scorsa andando a fare il bagno nel Tagliamento. Era situato su una rupe
scoscesa di una riva del fiume e pensai fin da quel momento che quell’alberello
avrebbe adornato la mia casa il prossimo Natale.
Passarono l’estate e l’autunno e arrivò l’inverno
freddo e rigido com’erano gli inverni di quel tempo. Arrivò anche il Natale e
il mio pensiero andava spesso al tamericcio destinato a trasformarsi nel mio
albero di Natale. Nei giorni che precedettero la festa il cielo si tornò grigio
scuro preannunciando pioggia o neve. Tre giorni prima di Natale mi svegliai al
mattino trovando due spanne di neve caduta durante la notte. Era il giorno
fissato per andare a tagliare il temericcio. Nel mio intimo sentii un’angoscia
profonda, dovuta al disagio e impedimento che si era interposto ai miei piani
dalla nevicata imprevista, temendo di dover rinunciare al mio alberello. L’albero
distava mezz’ora da casa per arrivare sul posto, in tempo normale, però con la
neve non avevo idea di quanto avrei impiegato per arrivarci. A mio favore avevo
solo la conoscenza del terreno su cui serpeggiava il sentiero che portava sul posto,
questo, però non toglieva la doppia difficoltà che costituiva la neve.
Con la poca ponderabilità che può contare un bambino,
fremevo ed ero impaziente, intimorito dall’incertezza di potercela fare. Decisi
di affrontare l’impresa che si era presentata difficile e rischiosa. Prima di
lasciare la casa presi una tazza di caffelatte, mi vestii adeguatamente, mi
armai di un coltellaccio e una corda adatti al caso e partii. Faceva freddo e
camminare nella neve era difficoltoso. Il primo tratto allontanandomi dal paese
non costituì alcun problema.
Le difficoltà incominciarono all’affrontare la
discesa verso il Tagliamento incontrando più neve del previsto che nascondeva
del tutto le tracce del sentiero. Scendevo cercando di indovinare come dirigere
i miei passi. A volte scivolavo per alcuni metri e il contatto con la neve mi
infreddoliva ancora di più e vi fu un momento in cui mi sentii mancare le
forze, mi si oscurò la visione e traballai temendo di cadere, sentii dei crampi
allo stomaco, mi fermai accovacciato sudando freddo con sintomi di perdita dei
sensi e questo sarebbe stato molto pericoloso, sarei stato preso dall’ipotermia
e di lì non sarebbe passato nessuno per sperare in un casuale soccorso e, ad
aggravare la situazione, i miei di casa non sapevano dove ero andato quella
mattina. Fortunatamente mi ripresi, riacquistai la mia temperatura corporea, potendo
dopo un po’ riprendere il cammino. Ho avuto tanta paura pensando al peggio, ma è
proprio vero che la volontà e la passione proiettate alla conquista di uno
scopo fanno miracoli e appianano i pericoli. Ci fu un momento in cui mi pentii
di aver intrapreso un’avventura simile. Comunque seguii fino in fondo
alla discesa che terminava in una gola dove un ruscello, ora ghiacciato,
sfociava verso il fiume. Di li vedevo, a qualche decina di metri, il tamericcio
che si profilava, con il suo verde bottiglia, sul biancore che lo circondava.
Ora dovevo affrontare una rapida salita per raggiungerlo. La sua vista mi dava
animo e m’incoraggiava a seguire.
Infilai il sentiero in salita e con il coltellaccio
toglievo la neve per facilitare l’appoggio dei piedi e rendermi più agevole la
faticosa arrampicata. Arrivai infine con difficoltà ai piedi dell’alberello.
Con il coltellaccio scavai un piano per appoggiare i piedi e incominciai a
tagliare il fusto alla base risultando più duro di quanto immaginavo, in ogni
caso continuai menando colpi fin quando cedette cadendo di lato e dovetti dar
mano alla corda per evitare che rotolasse per il ripido terreno. Lo legai e lo
trascinai sul sentiero. Decisi che il ritorno fosse dal lato opposto da dove
ero disceso. Sarebbe stata più ripida per un tratto la salita, però sarei
giunto sulla strada provinciale e da lì sarebbe stato facile trascinarlo fino a
casa. Iniziai a salire con l’oggetto di tanta fatica e tanto rischio procedendo
a passi corti e ad ogni passo uno strattone al tamericcio per avvicinarmelo.
Così fino sulla strada dove il procedere fu facile anche perché
provvidenzialmente passò un camion lasciando una carreggiata sulla neve che
approfittai per farne la mia corsia di marcia facilitandomi il traino dell’alberello
così fino ad arrivare finalmente a casa. Dovevo avere un aspetto ben trasandato
tanto da impressionare mia madre dicendomi: “Dove sei stato? Sei tutto bagnato,
pallido e sbrindellato”. Per non allarmarla non le dissi tutto ciò che mi era
capitato durante l’avventura appena conclusa. Al varcare la soglia di casa ho
avuto l’impressione di aver scampato un pericolo e mai mi sono sentito così
sicuro e riconfortato come quando chiusi la porta e mi avvolse il calore della
fiamma del ceppo che bruciava sul focolare. Mi sedetti vicino al fuoco, mangiai
qualcosa e, a poco a poco, passarono la stanchezza e il trauma subito per
seguire un impulso irrazionale nel momento sbagliato.
Fino a quel momento non avevo goduto l’incanto del
paesaggio innevato e, dimenticando i disagi che mi aveva causato nella mia
avventura, mi lasciai trasportare da quella visione fantastica, gioia di ogni
ragazzo, il contemplare quel manto bianco che crea un mondo irreale scolpito da
un magico scultore idealizzando quel paesaggio di sogno presente nel cuore di
ogni bambino. Il Natale innevato è la massima espressione, il più bel regalo
quando coincide con tale festività.
Intanto tra una gioia e un dolore era giunta la
vigilia e bisognava darsi da fare per allestire l’albero che avrei vestito con
cose povere ma con tanto amore. Incominciai tirando fuori da un cassetto le sei
candeline, quelle che per base avevano un morsetto per attaccarle ai rami.
Dovevo provvedere il resto e per conseguirlo andai dal fruttivendolo e comprai,
con i soldini risparmiati e con qualche monetina regalatami per servizi resi
comprando le sigarette ad uno, qualcos’altro al vicino di casa nella bottega,
dei mandarini, qualche mela, delle caramelle, carrube e tre cioccolatini.
Questo fu tutto ciò che comprai per adornare il mio albero di Natale. Devo far
notare che l’apatia dei miei genitori era dovuta, in questo caso, ad una certa
ignoranza che veniva dalla loro generazione, di tradizioni e di simboli
natalizi nonché l’osservanza dell’austerità economica vigente.
Consideravano sempre che l’albero di Natale fosse un
gioco da bambini e io questo gioco me lo sono preso completamente per me stesso
senza risentimenti per la loro indifferenza.
Con ciò che avevo comprato adornai il mio alberello e
per ultimo collocai le candeline e quando le accesi mi sembrò semplicemente
bello dandole una nota di allegria alla cucina non disponendo di altro luogo
per esibirlo. Così si riconciliò con me stesso quella pressante smania che da
giorni mi tormentava per vedere nella mia casa un albero di Natale. Era povero
il mio albero, però sentivo la stessa gioia, la stessa emozione con il mio
tamericcio come chi esibisce un vero pino in un grande e lussuoso salone
riccamente adornato con ghirlande dorate, ori e regali.
6 de noviembre de 2011
PINZANO LOCALITA’ TURISTICA E DI CURA?
Custodire dei
sogni nel cassetto è cosa di tutti gli esseri umani e, come tale, anch’io tengo
i miei, cullandomi nella speranza che qualcuno di essi, nel momento propizio,
possa realizzarsi. Molti resteranno nel cassetto per sempre, nell’impossibilità
di essere soddisfatti, ma chissà, magari, anche sia uno solo di questi,
potrebbe un giorno materializzarsi e divenire realtà. Questa unica realtà
dovrebbe vedersi in una Pinzano e dintorni trasformata in una località elioidroterapica,
contando principalmente sulla risorsa, unica disponibile, del fiume
Tagliamento, sulla cui riva dovrebbe sorgere una colonia per la cura di
patologie compatibili con trattamenti idroterapici ed elioterapici. Questa
azienda di cura sarà il motivo per creare una corrente di persone che cerca
rimedio per i propri mali, ma nello stesso tempo servirebbe da traino per
vacanzieri e villeggianti, attratti dalla privilegiata ubicazione geografica di
Pinzano, ricco di paesaggi e panoramiche pittoresche come nessun’altra località
pedemontana può vantare. Le bellezze naturali che la circondano sono
attrattive, ma non bastano per se stesse a creare un flusso vacanziero. Sono
necessarie delle strutture e infrastrutture. Come prima necessità, ovviamente,
un albergo dotato di tutti i servizi necessari per ospitare il numero di
persone previsto dai piani logistici. A tal fine dovranno essere interessati a partecipare i cittadini
pinzanesi, mettendo a disposizione di un comitato turistico, case,
appartamenti, stanze che riuniscano le condizioni per affittare agli eventuali
utenti.
Prime di chiarire
altri punti inerenti a questa idea, devo riconoscere le difficoltà che
potrebbero sorgere dando diffusione al progetto con l’intenzione di
realizzarlo. Difficoltà di accettazione per parte della comunità, problemi
tecnici e finalmente il finanziamento. Questo dovrebbe pervenire da un ente
ufficiale con partecipazione privata o da qualche società imprenditoriale che
consideri redditizia l’inversione. Teoricamente non si può dubitare che non sia
proficua, e contando in partenza sul contributo delle risorse e attributi
naturali a disposizione. L’idea che Pinzano possa diventare una località
turistica e luogo di cura può prestarsi ad essere considerata un frutto della
fantasia, ma pensando a molte idee nate ed esposte da visionari, idealisti,
lungimiranti, che al primo giudizio sono apparse irrealizzabili, poi si sono
trasformate in realtà in un fatto compiuto. Ciò che mi convinse che questo
progetto, chiuso solo nella mia mente per tanto tempo, poteva materializzarsi,
fu una conversazione avvenuta alla fine degli anni sessanta, del secolo scorso,
con un noto imprenditore
pinzanese. Altra ragione che mi spinse a palesare e conversare sull’argomento
fu l’incontrarmi emigrato nel Venezuela, pensando a quanto meno amaro potrebbe
essere il pane guadagnato in patria, e più dolce ancora frutto del lavoro
svolto sul suolo natio. Un giorno trovandomi al “Fogolâr Furlan” di Caracas,
luogo d’incontro dei friulani, mi si avvicinò al tavolo dove stavo seduto in
attesa che mi servissero il pranzo, il compaesano uomo d’affari e magnate
dell’edilizia, avendo al suo attivo grandi opere come l’aver edificato e
urbanizzato rioni interi di Caracas. Mi salutò come sempre quando ci
incontravamo, con un “hola concugnado”, frase in spagnolo che richiamava i
tempi giovanili quando ci incontrammo corteggiando due sorelle. Dopo i
convenevoli consueti la conversazione proseguì su cose più o meno banali
riferenti al nostro paese. Il “Fogolâr” era il luogo dove si respirava
un’arietta nostalgica e spesso le conversazioni dei presenti seguivano il filo
che portava ai luoghi natii. Io non ero da meno e, considerando il personaggio
che avevo di fronte, le sue capacità, ed avendo inoltre questo legami col paese,
di cui potevo parlare, decisi di palesare il mio ipotetico piano sulla
possibile “Pinzano turistica”. Esposi i diversi punti rendendo più chiara
possibile l’idea. Seduto di fronte a me ascoltava con interesse la mia
esposizione anche quando volli aggiungere l’importanza delle bellezze
paesaggistiche delle nostra località. Su questo esitai un poco temendo di
cadere in sentimentalismi non consoni al dinamismo e alla concretezza del
pensiero degli uomini d’affari come il mio interlocutore. Comunque non mi trattenni
a lungo su questo punto anche se queste dovrebbero essere parte intrinseca del
piano. Parlammo ancora un po’ della parte redditizia e lucrativa dell’assunto,
poi da parte mia considerai esaurito lo sbozzo del progetto e così si concluse
la conversazione e, per mia soddisfazione, durante tutto il tempo mi dimostrò
attenzione e molto interesse. Ciò che mi spinse a parlare con il mio paesano
imprenditore furono dei buoni e appropriati motivi. Le sue capacità, le
possibilità finanziarie di realizzare, se si fosse dato il caso, tutto il
progetto integralmente, vale a dire, strutture, infrastrutture e organizzazione
logistica in modo che tutto funzionasse nel modo migliore, e considerai che
forse c’era anche l’ambizione di lasciare un’opera sua per il beneficio del
proprio paese. Al termine della conversazione la sua risposta fu breve e
laconica. Mi disse: “Mi piace molto il tuo progetto e potrebbe essere
fattibile, ed io potrei anche trovare il modo per finanziarlo, però tu dovresti
mettere d’accordo ed avere il consenso di tutti i pinzanesi su tutto ciò che
concerne la loro partecipazione e collaborazione.”
Questa breve
risposta, tinta con un po’ di acredine, suppongo venga da qualche esperienza
negativa risultata dal tratto con i pinzanesi durante il suo mandato di
sindaco, carica che disimpegnò negli anni immediati dopo la seconda guerra
mondiale. Forse il suo risentimento veniva da qualche paesano che non condivise
il suo operato come primo cittadino. Nel friulano, in genere, si può trovare un
pizzico di spirito di contraddizione, malfidenza, prevenzione in certe
proposizioni o compromessi, attitudini presenti nelle caratteristiche dei
nostri progenitori. Attributi acquisiti dalle vicende storiche, dalle tante
invasioni venute da tutte le parti, dalla povertà sofferta dalle genti della
nostra regione.
Dal momento in cui
avvenne la conversazione con l’imprenditore pinzanese sono passati già quasi
cinquant’anni, come dire quasi due generazioni. In questo periodo di tempo si
sono verificati cambiamenti come non mai, portando benessere e prosperità anche
in Friuli, lasciando di essere una regione depressa come sempre fu.
L’ondata di
benessere e progresso portò migliorie in tutti i campi, e con ciò il momento
delle realizzazioni, contando sui nostri giovani che hanno avuto agevolmente
accesso alla cultura frequentando licei e università, e istruzione e cultura
fanno si che si muovano con altra filosofia, con un dinamismo che rompe con i
vecchi schemi, assumendo un comportamento consono con un nuovo stile di vita,
privo di vecchi preconcetti e pregiudizi che intorpidivano il ragionamento
ampio elastico e costruttivo.
Ai giovani quindi la concezione di grandi progetti, di grandi imprese e
fra queste, trasformare Pinzano in una località turistica, essendo questa l’unica
risorsa che potrebbe dare un beneficio economico capillare a tutta la comunità.
Pinzano nel suo essere, come già accennato, ha dei vantaggi naturali, godendo
di una posizione geografica con attribuiti geofisici che la rendono, con i suoi
dintorni, paesaggisticamente attrattiva e pittoresca, e questa è una realtà
innegabile. Tutto intorno esistono strade, stradette, sentieri che rendono
accessibili le sue frazioni, le sue borgate, con un intorno ameno con
piantagioni da un lato e dall’altro prati, e i boschi con alberi secolari, di
varie tonalità di verde, un insieme dolce e invitante. Oltre alle bellezze
naturali, la corrente turistica che verrebbe a crearsi, esigerebbe delle
strutture e infrastrutture appropriate, lasciando tutto ciò logicamente ai professionisti
nella materia per dare forma e sviluppo al progetto. Pinzano sorge adossata a
due colline che la sovrastano, una è Cuelat e l’altra al lato, fu sede di un
castello medioevale i cui resti sono ridotti in rovina dal tempo. La parte
ancora in piedi crollò con il terremoto del maggio 1976 e rimangono ancora oggi
alcune vestigia visibili. Accennando alle risorse paesaggistiche è proprio da
questo colle che si può godere un panorama mozzafiato, spaziando la vista a 360
gradi. Volgendo lo sguardo a nord, dopo un breve tratto di dolci avvallamenti,
ascendendo in modo graduale, sorpassando le colline, ci si trova di fronte al
massiccio delle Prealpi Carniche. Verso ovest appaiono in primo piano le
spettacolari colline moreniche e, trovandocele davanti al nostro sguardo
all’ora del tramonto, ci mostrano un paesaggio suggestivo degno del pennello di
un pittore famoso, avendo per complemento l’inizio delle prealpi carniche sulle
quali si trova ubicata la rinomata località turistica Piancavallo che presta i suoi
servizi sia nelle stagioni estive che invernali. Nell’insieme dal colle si
domina un semicerchio montagnoso e nei pendii si distinguono, incastonati nel
verde a diverse altitudini, un paesino qua, uno là, intercalati tra valli e
torrenti, spiccando fra tutti il maestoso fiume Tagliamento, il cui letto
forma, con i suoi bracci, un arabescato disegno lungo il suo corso verso il
sud, spaccando la pianura friulana punteggiata di paesi e cittadelle fino a
perdita d’occhio nella lontananza. Interponendosi a questo panorama, prati e
campi che configurano forme geometriche e, nell’insieme, specialmente in
autunno, si arricchiscono di colorazioni diverse, formando un’enorme tavolozza.
Pinzano sorge su un falsopiano a 201 s.l.m. con leggeri dislivelli, in
una zona collinosa con vie di comunicazione che facilmente permettono di
raggiungere le città vicine. Tutt’intorno al paese esiste una rete stradale
atta per passeggiate comode e distensive e tra queste non si deve tralasciare
il ponte sul Taglimento, posto sullo stretto tra Pinzano e Ragogna, opera di
per se interessante e da qui, sia a nord che a sud, si possono ammirare
panorami molto suggestivi.
Altre camminate più impegnative portano alle borgate e sulla cima della
collina del castello e Cuelat, le due alture che sovrastano il paese, e per i
camminatori allenati, esistono illimitate possibilità per conoscere località
vicine dove potranno trovare bar, ristoranti o semplicemente punti di ristoro.
Per chi volesse o desiderasse assistere a funzioni religiose può farlo
tutti i giorni, e naturalmente nelle festività, nella chiesa parrocchiale dove
si possono ammirare opere di artisti famosi.
Fra le strutture di maggiore necessità le più importanti sarebbero, come
già detto, una colonia elioidroterapica sulla riva del Tagliamento, nello
stesso luogo dove già alla fine degli anni trenta del secolo scorso, fu
costruito in modo rudiementale qualcosa del genere con l’appellativo di
“colonia” che ospitò molti bambini della comunità pinzanese nella stagione
estiva, ricevendo benefici salutari sia dal sole che da un’alimentazione sana e
bilanciata. Il luogo non fu scelto a caso l’area, immediatamente dal lato nord,
si trova un lungo terrapieno, che preserva la zona dalle eventuali piene del
fiume.
E’ risaputo che l’aria e le acque del Tagliamento hanno per se stesse
proprietà terapeutiche, rilassanti e tonificanti per il corpo, ma il nuovo
stabilimento se dovesse sorgere, oltre la balneoterapia per patologie
specifiche, assistita da personale specializzato dotato di istallazioni moderne,
molte altre terapie potrebbero essere praticate a chi cerca benefici e
migliorie per la propria salute. Questo stabilimento di cura dovrebbe
costituire il traino principale del flusso turistico vacanziero che si formi
nella nostra località.
Per accedere al luogo esiste una comoda strada atta per autoveicoli, che
porta fin sulla riva del fiume. Quindi dovranno funzionare dei mezzi di
trasporto per passeggeri, che facciano la spola fra la colonia e il centro del
paese dove si incontrano i luoghi di soggiorno. Altra necessità imprescindibile
è uno stabile con aree da dedicarsi all’intratteniment, per ballo, concerti,
riunioni ecc.
E’ imprevedibile, oltretutto, stabilire con certezza quante e quali
infrastrutture si rendano necessarie per il buon funzionamento del progetto.
All’inizio molte saranno previste, altre sorgeranno in seguito, quando gli
stessi cittadini si troveranno coinvolti nel programma. Ritornando a ciò che
potremmo offrire ai nostri ospiti, saranno delle escursioni a località che
restano a un’ora o poco più distanti da Pinzano per raggiungerle in automezzo:
Austria, Slovenia, Venezia, Cortina e altre come la Carnia, Aquileia e le
nostre città di mare, quindi le domeniche e gli altri giorni festivi sono
realizzabili gite più o meno lontane con andata e ritorno giornaliero. Altro
diversivo sulla porta di casa sono le industrie vinicole di Pinzano e Valeriano
che potrebbero offrire assaggi dei loro vini ai possibili frequentatori dei
loro locali, degustando qualche specialità gastronomica friulana. A questi si
aggiungerà “Capramica” con le sue specialità. Nonché degli appuntamenti
enogastronomici possibili in molti luoghi di tutto il Friuli iniziando dai
nostri dintorni, tenendo presente la vicina San Daniele per il suo famoso
prosciutto. Mentre penso al possibile nucleo elioidroterapico di Pinzano, può
servire e spingere all’ottimismo positivista andando a ciò che significarono
per Anduins le sorgenti di acqua solforosa. Acqua, lo stesso genere, con altre
proprietà e caratteristiche terapeutiche che in tempi addietro furono usate
come elemento curativo. La loro commercializzazione ebbe notevole esito, dando
alla zona benessere e prosperità, tanto da giustificare la costruzione di
quattro alberghi, più la partecipazione dei privati, per dare ospitalità al
grande afflusso di villeggianti. Non solo, la stazione ferroviaria di Flagogna
fu costruita in funzione di facilitare le persone nell’avvicinamento alla
località delle acque solforose.
Anche Pinzano ebbe il suo dono della natura, a parte le bellezze
paesaggistiche che servono di complemento e di ornato gradevole alla vista; il
fiume Tagliamento che potrebbe costituire una risorsa per beneficiare i
pinzanesi, già stanchi di aver dovuto emigrare in ogni angolo del mondo in
cerca di migliori condizioni di vita.
Concludendo, è possibile che l’idea si presti per essere considerata, al
primo impatto, un parto visionario, immaginandosi Pinzano trasformata in una
località idroelioterapica e di villeggiatura. Ma tenendo presente gli attributi
ed elementi naturali presenti al fine proposto, potrebbe non essere del tutto
un sogno, un progetto campato in aria.
A prescindere dalle considerazioni, speculazioni e critiche che possa
causare questo prospetto, invito i pinzanesi ad immaginare il progetto
realizzato in piena evoluzione.
Il paese spopolato, assopito in un’inerzia stagnante, risorgerebbe
rivitalizzato da nuove attività, fonti di lavoro, impiego per i nostri giovani
così molti di loro incontrerebbero il modo di realizzarsi senza allontanarsi dalla propria casa.
Finalmente oso sperare che col tempo possa essere preso in considerazione il
progetto e diventi una realtà, anche fosse per i giovani attuali che possano
curarsi i malanni della vecchiaia nella colonia idroelioterapica di Pinzano. E
se ciò non si avverasse dovrò ricorrere alla già logora frase che recita:
“sognare non costa nulla”.
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