15 de noviembre de 2011

IL MARCO POLO DI PINCAN


La conseguence de crisi finanziarie dal 1929 ha obleat la me famêe a cambiâ ciase e pais. Di San Pieri di Ruvigne i sin mudas a Pincan al Tiliment. La neste gnove residence a ere une da les tre ciases poiades su le cueste de culine dal cisciel. Le neste famêe a ere formade di tre persones, pal moment, il rest al ere vie pal mont. Che pui visine a no a ere une famêe numerose e che ate a ere composte di cinc persones tra les quales a l’ere un veciu cal veve nom Filip, Filip Cruciat, e a mi, frut di siet ains, chest’om a mi causave une vore di sogezion. Al ere un om alt vistit simpri di scur e quant’che ogni tant al iscive di ciase al usave une mantelline nere boutade miege par davour de schene e un ciapiel neri, cusi che a i restavin scuviers dome i voi tra il bavar e l’ale dal ciapiel. Voi gris celesc di un sguardo viv e sever cal bastave par definì la so personalitat. A nol leve mai lontan de so ciase, al rivave fin sunti une place visine, a si fermave cialant les montagnes davour di Glemone, ma i soi sicur che il so penseir al leve une vore pui lontan, forsi in Americhe, Germanie, France, Romanie, Angherie, Rusie dulà che al lavorat di scarpelin, e pe so bravure al faseve il capomastro su la Transiberiane costruint puins in piere e ates operes di gran impegno, e par sei stat simpri un “trottamondo” lu clamavin il “Marco Polo di Pincan”.
Quant che io i lu hai conosut al ere veciu e soffrent di un brut mal che lu ha ciolt di chest mont poc timp dopo. Une anedote ca lu riguarde a è, che une sere, me mari a mi ha dite va a ciase di Filip e disi a Argie, la malarie, che ti dei un in di ai, ca mi mancie par cuncia el lidric. Voi e i dis a le femine se mi podeve da un in di ai. Il veciu cal scoltave sentat sul so ciadreon int’un cianton visin dal fogolar al’ha capit chi ves domandat un in di alc…Al clame visin la malarie e i fedele; cheste va ju in cantine e a torne su cun doi gran vues di purcit e mi dis: “Ciape” e io i ripet che i volevi un poc di ai. Alore il veciu a i dis: “Dai ancie chel”. Poc considerant che in chel timp les condizions de me famêe no erin florides, no l’è stat tant for di puest il so malintendut e “alc” cun “ai” podin prestasi par sei confondus.
A proposit de Rusie, ultim Pais dulà che Filip a la lavorat, cun lui a erin diviers pincanes  emigras e un di lor ha la sposat une biele femine ruse e dute le so vite di sposade a l’ha vivide a Pincan vint formade achi une grande e rispetabil famêe. A fevelave le neste lenghe furlane a le so maniere, e a causave tante simpatie a sintile fevelà e il mut ca meteve a dum i sie discors par fasi intindi. In timp dale invasion dai Cosacs quant che i capos a levin in municipi par fevelà cul podestà o cul segretari dai lor problemas, a le clamavin lie par ca ur fases da interprete. Int’une ocasion ca vignive fur dal municipi dopo une riunion, in te strade, un gruput di giovins a si son vicinas disingli: “Marie cè anin dit i Cosacs?” e li econtinuant a ciaminà circumspiete e disimuladamenti par no dismovi sospiets, a ur à rispuindut cul so furlan: “Liste lor han cuarde taiait”.
Di Filip a mi è restat il ricuard di chei doi voi che cialavin a traviers di che sflese tra il bavar de mantelline e l’ale dal ciapiel, e la convinzion che sot il rest di che mantelline a si squindeve un grant furlan, un om sensibil e di une grande qualitat umane.

14 de noviembre de 2011

IL NONNO E I BOTTEGAI


Siamo ai tempi dell’abbondanza, della bonanza, dei super e ipermercati dove si compra e si vende alla grande e può sembrare una meschinità riandare ai tempi delle bottegucce di paese in cui si vendevano generi alimentari e altre cose di basica necessità. E forse questo contrasto di cambi integrali nelle comunità e nel nostro complesso sociale di oggi che induce al ricordo di quei tempi, del resto non proprio molto lontani, e trarne qualche comparazione con il modo di sussistere ai tempi di allora specie nel campo alimentare dato che è il tema che si presta a questo confronto. E’ inevitabile che a volte, rivangando con il pensiero nel passato, sorgano ricordi accumulati durante il transito per la vita. Ricordi belli, buoni, tristi, penosi, ecc..., a volte dal sapore amaro, nati da passaggi per tratti di oscurità esistenziale. Riaffiorano, nonostante i molti anni trascorsi, senza perdere la chiarezza delle situazioni vissute specialmente quando con loro portano momenti di tristezza e avversità. Di quei tempi e di quelle vicissitudini mio nonno spesso mi parlava, risentito, e imprecando contro chi poteva aiutare in caso di necessità e non lo faceva, e se acconsentiva, l’usura, la speculazione e lo strozzinaggio erano sempre presenti negli accordi o contratti che si stipulavano. Stavolta il nonno l’aveva contro i bottegai che erano i più vicini e con loro il tratto era quasi giornaliero. Da notare che l’epoca cui si riferiva erano gli anni venti-trenta del secolo scorso e intorno alla gente bisognosa, di scarse possibilità economiche, si erano formate delle circostanze, che spesso doveva sopportare abusi e soprusi con l’amor proprio maltrattato e senza poter reazionare in loro difesa, non per codardia, ma per una linea di condotta, di sopportazione, di umiltà, a volte per non urtare suscettibilità che avrebbero potuto compromettere la loro sussistenza e per nulla esagerato, la loro sopravvivenza. Tacere era una forma di tolleranza del più debole verso il più forte e questo atteggiamento veniva da molto tempo addietro, da secoli, e durò fino alla soglia della Seconda Guerra Mondiale il cui stato creò condizioni negative diverse che non richiedono nessuna spiegazione in quanto furono situazioni estreme entro le quali tutto poteva succedere. Nel post guerra si verificarono molti cambiamenti nelle nostre condizioni di vita. Avvennero miglioramenti decisivi nel campo sociale, economico, possibilità per tutti i giovani di accesso ad istituti di educazione superiore. Oggi a queste migliorie dobbiamo un tenore di vita ottimo, di cui mai prima avevamo goduto. Tornando al nonno, seguiva brontolando: “Questi disonesti che si beffano e speculano sulle necessità dei loro clienti e paesani”. Le imprecazioni contro i bottegai erano più per sfogarsi di ciò che gli bolliva dentro che per dirigersi a me che ero un bambino sulla soglia dell’adolescenza e certe cose non le potevo capire nella loro completa realtà. Nel paese dove mio nonno visse la maggior parte della sua vita c’erano diversi esercenti di botteghe che vendevano generi alimentari e altri articoli di prima necessità per la sussistenza della comunità. Il nonno, a mano a mano che crescevo, e potevo assimilare il suo discorrere, mi parlava di alcune forme di staffa e imbrogli che di consuetudine commettevano due dei bottegai i quali erano più dotati per frodare il prossimo: tirare con forza, certi alimenti, sul piatto della bilancia, in modo che la lancetta o il fido segnassero il peso giusto, togliendoli poi rapidamente poiché lasciandoli fermi si poteva notare i vari grammi mancanti che variavano secondo la quantità comprata. Altro stratagemma era, pressionare con disinvoltura con il dito mignolo, sul piatto della bilancia, infilato sotto la carta usata per avvolgere la compra. Altra manipolazione disonesta era il travaso dell’olio dal loro recipiente a quello del cliente. Essendo l’olio un liquido denso e ritirando il misurino con prontezza restava in questo una quantità che la misura comprata risultava sempre scarsa. Da tener presente che l’olio si comprava sfuso, in piccole quantità che spesso non superavano un ottavo o un decimo di litro. Può sembrare anche meschino dare a conoscere questi piccoli imbrogli, ma considerando che l’economia domestica era molto stirata e non poteva permettere manipolazioni che sottrassero assolutamente nulla. In buona parte la clientela era dotata di un libretto dove il bottegaio marcava l’importo di ogni compra e non poche volte le cifre marcate erano superiori a quelle reali corrispondenti ai generi comperati. Questo succedeva approfittando della poca dimestichezza che le donne avevano con le lettere e con i numeri. Altri raggiri si sommavano alla condotta di questi bottegai e altri maneggi subdoli praticavano nei loro negozi tanto da meritarsi tutti gli epiteti che il nonno usava per distinguerli. Fino a qui le birbonate di questi commercianti potevano essere comuni con molti altri disseminati nel nostro territorio, ed essendo privi di scrupoli etici e morali il loro sonno non fu mai turbato dall’intranquillità. Ma le cose prendono un altro aspetto molto più serio quando anche per una modica quantità di denaro dovuto e non soddisfatto il pagamento del debito alla data fissata, senza indugi e meno scrupoli di coscienza, casa e terreni del cliente moroso passavano in possesso del bottegaio con la compiacenza di legulei collaboratori che condividevano il bottino praticando manovre che, evadevano in certi casi, abilmente la giustizia e la legalità. Leggi che ai diseredati dalla sorte sembravano disumane e al finale della contesa favorivano sempre il bottegaio e il cliente veniva privato di beni che per gli altri erano di necessità vitale e avrebbero dovuto essere inalienabili. Le leggi sono leggi e danno diritti e obbligano a doveri i cittadini, ma in questo caso erano troppo severe, troppo drastiche applicate da uomini troppo ligi al dovere che in certi casi potevano essersi comportati con più elasticità nella loro applicazione verso famiglie che i pochi beni che possedevano costituivano la loro sopravvivenza.
Il non pagamento del debito al commerciante non era dovuto a comportamento capriccioso del cliente, ma spesso era condizionato dalla rimessa di denaro che avrebbe dovuto arrivare da qualche familiare emigrato all’estero o al vaglia spedito da una città italiana, ugualmente da familiare emigrato in patria, comunque lontani dai nostri paesi la cui gente in alta percentuale viveva dall’emigrazione. Se il denaro non arrivava, e ciò poteva succedere per vari motivi: infortunio sul lavoro, malattia, disoccupazione, ecc. Il bottegaio che non era mai disposto a concedere dilazioni né considerazioni sul mancato pagamento, procedeva al pignoramento e susseguente appropriazione dei beni immobili dei malcapitati clienti. Furono casi esecrabili sotto ogni aspetto. Per non procedere legalmente, quanto una donna con attributi e condizioni appropriate, accettasse le proposte indecorose ed infamanti del bottegaio, chiara induzione alla prostituzione. Con queste modalità molti beni di povera gente, gli unici che possedevano, passarono ad ingrossare i capitali di questi trafficanti, riducendo oneste famiglie in uno stato pietoso affogandosi nella miseria, e nell’indigenza. Solo nell’età adulta compresi in tutta la sua drammaticità e con chiarezza le situazioni che nell’ambito sociale in cui vivevamo, venivano succedendo e la rabbia malcontenta del nonno che non poteva sfogarsi per ottenere giustizia e un tratto umanitario di cui avevamo pieno diritto.

13 de noviembre de 2011

IL “PALLINO” PER LE PALLINE DI MATTIA


Mattia è solo un Mattia fra tanti, un umile cittadino che non ha nulla a che vedere con il famoso “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello. E’ un radiotecnico, un amico che sempre si è comportato in modo normale, corretto, equilibrato, ma….da un tempo a questa parte, spesso, nelle sue conversazioni, gli argomenti sono diversi dal frasario dal frasario convenzionale e dal discorrere comune. Mi fa pensare, stando a certe espressioni, che l’uomo sia un po’ fissato quando si riferisce al tempo e al modo di impiegarlo. L’uso del tempo, ultimamente per lui, mi stavo dando conto che era diventato ossessivo, specialmente quando si trattava di disporre le priorità d’impiego, scordandosi che questo fenomeno astratto ha mille forme e colori nelle sue manifestazioni. E’ fuggente, piacevole, doloroso, corto, lungo, a seconda dell’impiego che se ne faccia; allegro, triste secondo le circostanze in cui ci si trova involucrati e ha infinite altre forme ancora. Ora Mattia, riferendosi al tempo, ricorreva ripetutamente a molte frasi fatte, quali: “Haa, come passa veloce il tempo, già siamo a fine anno, mi sembra ieri che i miei figli erano bambini e già mi hanno fatto nonno.”
“Si il tempo passa e dovrei fare tante cose ma non ci riesco, non riesco a coordinare le priorità che più mi interesserebbe fossero esaudite.” Altra espressione sul tema era lamentarsi che un altro giorno se n’era andato ed altre ancora avevano sempre il tempo negativo come protagonista. Il ripetersi troppo spesso di queste lamentele è l’evidenza che Mattia è vittima di una forma maniacale contro il tempo. Non accetta più di essere ricordato al suo compleanno e mal sopporta le feste di fine anno. Mi sorprese un giorno dimostrandosi sereno e tranquillo nella conversazione dicendomi: “Da tanti anni penso a qualcosa per misurare il tempo a modo mio”. Ciò aumentò la mia attenzione e curiosità su ciò che volesse dire. Pensai che avesse inventato un nuovo tipo di orologio, come se non ne avessimo già un’infinità per ogni necessità, e prestazione, per misurare il tempo. Continuò “Vedi oggi mi sono seduto e ho fatto un po’ di conti: una persona in medi dovrebbe vivere settantacinque anni, alcuni vivono di più, altri vivono di meno, però la media è quella.” Allora moltiplicò 75 per le 52 settimane all’anno e mi diede 3900 che è il numero di sabati che una persona dovrebbe trascorrere in tutta la sua vita. Trascorsi molto tempo a pensando a tutto questo e, giunto a 55 anni, mi diedi conto che avevo vissuto più di duemilaottocento sabati! Pensai allora che se arrivassi ai 75 anni mi resterebbero solo mille sabati per vivere e godere il resto della mia vita. A questo punto visitai tre o quattro negozi di giocattoli e comprai mille palline di vetro, come quelle con cui giocavamo a boccette e a spanna da bambini.  
In casa le depositai in un vaso di cristallo trasparente. Ogni sabato, partendo da allora, prendevo una pallina e la buttavo nel cesto dei rifiuti. Vedendo diminuire le palline mi sentivo pressionato verso il compimento delle cose veramente importanti della mia vita.
Ora ti dirò, prima di lasciarci, stamattina ho tolto l’ultima pallina dal vaso di cristallo……Allora mi diedi conto che, se vivo fino al prossimo sabato, mi sarà concesso un po’ più di tempo, un po’ più di vita…..e se c’è qualcosa che tutti apprezziamo è poter disporre di tempo supplementare.
Strano modo usava Mattia per controllare il tempo che poteva rimanergli come risiedente di questo mondo, quando ogni giorno, purtroppo, fatti e cose ci ricordano di tenere la valigia pronta per il fatale viaggio che tutti dovremo compiere un giorno quando la tenebrosa signora della falce reclamerà la sua vittoria dopo averci dato tutta la vita di vantaggio.
Mattia, dal momento che buttò l’ultima pallina, ogni giorno faceva qualcosa di inconsueto nelle sue abitudini. Portava la famiglia a mangiare fuori al ristorante, comprava fiori alla moglie, la svegliava al mattino con un bacio, invitava i figli a giocare a carte, cosa che sempre gli piacque però non aveva potuto praticare questo gioco a suo gusto; insomma da quel giorno Mattia era come se avesse acquistato una nuova personalità. I familiari erano perplessi per questo cambio, ma non riuscivano ad attribuire una chiara causa a tale comportamento che non avendo effetti negativi non li preoccupava maggiormente. Io che ero venuto a conoscenza del suo “pallino” per le palline, vedevo e giudicavo, e non potevo ignorare la fissazione che Mattia aveva dedicato al tempo. Se l’avesse presa con il tempo come fenomeno meteorologico che ha qualcosa di tangibile, sarebbe rimasto con i piedi a terra, ma filare su quello spazio intoccabile, impalpabile, indefinito fenomeno che fluisce inarrestabile in una successione di istanti, è follia. Più strano è perdere la sua nozione a beneficio della nostra pace e serenità. Auguriamoci che Mattia possa attendere alle sue priorità e che la tenebrosa signora della falce tardi il più possibile a presentarsi al suo cospetto reclamandogli il suo tempo ormai scaduto.

12 de noviembre de 2011

IMPERATRICE DELL’UNIVERSO


Il primo giorno dell’anno iniziò con una festa singolare, “Santa Maria madre di Dio”. Appoggiarsi a lei è sinonimo di sicurezza e protezione. E’ logico festeggiarla e porre ai suoi piedi il nostro futuro. San Josè Maria soleva chiamarla con il titolo che precede queste righe. Vogliamo anche festeggiare le donne italiane, soprattutto quelle che discretamente accudiscono con sacrificio la propria famiglia, senza sperare in ricompensa alcuna. Qui viene al caso una rassegna che accusa un difetto nella donna, quando Dio creò la donna un angelo gli domandò perché investiva tanto tempo in lei. Dio gli disse: “Hai visto la lista delle sue specificazioni? Non può essere di materiale plastico. Dovrà avere più di duecento pezzi intercambiabili e alimentarsi solo del necessario. Deve avere un grembo in cui possano accomodarsi quattro bambini allo stesso tempo, dare un bacio per curare da un ginocchio ad un cuore infranto, e tutto lo farà solo con due mani”. L’angelo meravigliato disse: “E’ impossibile!”. “E questo è solo il modello standard” disse Dio. “E’ troppo lavoro” disse l’angelo “terminerà domani”. A ciò Dio rispose: “No, sono vicino a concludere la mia opera maestra. Lei si cura solo quando si ammala e può lavorare diciotto ore al giorno”. L’angelo si avvicinò alla donna e la toccò. “Però è cosi fragile e soave Signore….E’ soave, però è tanto ciò che si può agguantare!”. L’angelo notò qualcosa e toccò la guancia della donna con la mano. “Signore sembra che questo modello abbia una fuga….”. “Ti ho detto che la stavo creando con molte, forse troppe, cose. Quella non è una fuga, è una lacrima” corresse Dio “e che cos’è una lacrima? Le lacrime sono la sua maniera di esprimere gioia, amarezza, amore o sofferenza”. “Sei un genio Signore, la donna è meravigliosa” disse l’angelo alla fine. Lo è. Sorridono, quando vogliono gridare. Cantano, quando vorrebbero piangere. Piangono, quando sono felici, e ridono, quando sono nervose. Lottano per ciò che credono, non accettano un “no” come risposta definitiva. Sono grandi negoziatrici. Si privano di tutto per favorire la famiglia nelle necessità. Piangono, quando i figli trionfano. Il loro cuore si rompe, quando muore una persona cara. Concluse Dio: “Nonostante tutto questo ha un difetto: si dimentica di quanto vale!. Non estrassi la donna dalla testa dell’uomo per ricevere i suoi ordini. Né dai suoi piedi perché fosse la sua schiava ma dalle sue costole perché stia sempre vicino al suo cuore.”. E come Dio ha molto buon umore dicono che dopo aver creato l’uomo il settimo giorno riposò. Poi creò la donna e da allora non ha avuto neanche un momento di riposo!

11 de noviembre de 2011

LA COSACCA E LA CASACCA


Hop, hop, hop, scandito e ripetuto a tempo ritmato era ciò che si udiva proveniente dall’interno di un cortile che dava sulla strada dove in quel momento stavo transitando. Incuriosito al sentire quella voce, essendo il portone socchiuso, introdussi la testa e vidi Ivan a braccia conserte che stava tentando qualche passo di una frenetica danza russa, ma, come di consueto, era ubriaco e il suo ballo risultava una caricatura di quelle famose danze in cui, di tanto in tanto, i suoi compagni solevano esibirsi facendolo molto bene, con buon ritmo, e figure quasi acrobatiche.

Katiuska, la moglie di Ivan, dalla porta della casa dove erano alloggiati, lo guardava con commiserazione e visibilmente contrariata.  Katiuska era una donna bella, alta e ben formata, bionda con grandi occhi azzurri. Montava a cavallo come un’esperta e provetta amazzone, non smentendo in questo la fama della sua razza. Erano cosacchi di stirpe tartara stanziati nelle steppe della Russia meridionale e sulle rive del Don, arrivati nei nostri paesi ingannati dai nazisti che invasero la Russia durante la seconda guerra mondiale dicendo loro che le nostre regioni, Friuli e Carnia principalmente, erano territori abbandonati dalle rispettive popolazioni per fuggire alla guerra. Quindi terra, case e ogni bene era a loro disposizione per fondare la loro nuova patria.

A Pinzano arrivarono nel settembre del 1944. In quel giorno si parse la voce tra la gente del paese: “I cosacchi, i cosacchi, arrivano i cosacchi”. Il disagio, ma anche la curiosità erano evidenti tra le persone visibilmente concitate nell’attesa di vedere le facce di questa gente esotica di cui avevano solo un’idea attraverso i racconti dei romanzieri che riportavano le loro vicende. Dall’alto del colle che sovrasta il paese si poteva scorgere lontani tornanti della strada che si snoda tortuosa e da questa alzarsi delle nuvole di fumo bianco. Era la polvere mossa dalle carrette, dagli zoccoli dei cavalli e altri carriaggi dei quali si servivano per la loro locomozione.

Giunsero con le loro famiglie, donne, vecchi, bambini e le loro masserizie, un popolo completo che veniva a stabilirsi nei nostri paesi, nelle nostre case. Vedendoli da vicino, più che le loro fattezze mongoloidi, ci sorprese lo stato trasandato del loro abbigliamento, la visibile mancanza d’igiene personale e, più avanti, scoprimmo anche altre tare proprie della loro razza.

Arrivati tra noi si resero conto subito di essere stati ingannati e burlati dai nazisti. Incontrarono le case occupate dalla nostra gente, legittimi proprietari. Nessuno era fuggito, qui la guerra si faceva notare in molte forme negative però non c’era un fronte, una linea di combattimento. In certe località d’interesse strategico anche la nostra regione fu oggetto di bombardamenti a ponti e linee ferroviarie però ciò non produsse l’esodo come nella guerra 15-18 quando molta gente dovette allontanarsi e cercar rifugio altrove come profughi, essendo allora queste zone teatro di guerra.

In questo conflitto la gente rimase nelle proprie case vivendo come sempre, ovviamente, condizionata da molte penurie e sofferenze e a questi patimenti si aggiunse quello che i cosacchi non vollero accettare di alloggiare in locali pubblici come avevano disposto le autorità civili, scuole, capannoni, o altro stabile adeguato per accogliere gruppi numerosi di persone, ma vollero farlo in seno alle nostre famiglie, interponendosi ai civili. Ciò per evitare eventuali attacchi da parte dei partigiani le cui formazioni erano attive nella nostra regione e questa fu la ragione per cui i tedeschi portarono qui i cosacchi, per contenere e arginare il più possibile le operazioni partigiane.

Ci trovammo così con due o tre di loro alloggiati nelle nostre case. Tra l’altro si preparavano i loro pasti con alimenti rubacchiati qua e là poiché i tedeschi non gli davano né viveri né armamenti adeguati e sufficienti alle loro necessità, per alimentarsi e per difendersi. Perciò come è nelle loro tradizioni e abitudini vivevano di razzia.

Organizzavano delle scorrerie nelle borgate o in qualsiasi luogo per provvedersi di fieno per i cavalli e di ogni altra cosa sulla quale posassero gli occhi e che poteva essergli utile. Di notte erano costanti le incursioni nei pollai. Erano noti per la loro dedizione all’alcol e tracannavano  qualsiasi bevanda alcolica, a volte anche tossica, come può essere l’alcol denaturato. I cosacchi erano fedeli servitori dello zar e costituivano reparti delle truppe regolari del suo esercito. Si servivano di loro particolarmente per sedare tumulti, sommosse o qualsiasi manifestazione contraria al regime zarista, o che potesse offuscare la propria immagine. Erano degli abilissimi cavallerizzi e temibili nei loro interventi. In compenso delle loro prestazioni gli era permessa la razzia delle località coinvolte e in questi casi le loro azioni si trasformavano in scorrerie banditesche. Saccheggiavano, rubavano, estorcevano, violentavano le donne e si impadronivano di tutto ciò che potessero trasportare lasciando morte e desolazione al loro passaggio.

Con l’avvento della rivoluzione russa nel 1917 e l’instaurazione al potere del regime comunista furono assassinati lo zar e tutta la famiglia Romanov. I cosacchi furono perseguitati e molti di loro rinchiusi in campi di concentramento o di sterminio. Per i tedeschi non fu difficile ingannarli approfittando del loro risentimento contro il regime vigente in Russia e con false promesse li convogliarono verso il Friuli e la Carnia.

Come collaborazionisti, masnadieri, al servizio dei nazisti, non possono essere compatiti e tollerate le loro azioni perché anche loro, come i loro padroni, hanno lasciato una scia nefasta al loro passaggio per il Friuli e specialmente in Carnia. Per ciò che mi riguarda personalmente devo lamentare l’aggressione a mio padre. Per derubarlo fu atterrato con un colpo alla testa col calcio del fucile, gli spararono poi un tiro ma fortunatamente la pallottola gli passò di striscio sul cuoio capelluto. Le conseguenze furono molto gravi ma sopravvisse.

La guerra è uno stato anomalo che può succedere durante la nostra esistenza, ne siamo succubi senza volerlo, e siamo coinvolti ed esposti a situazioni estreme, soffrendo le conseguenze di questo stato di violenza e chi sopravvive, sia pure con le lesioni nell’anima e nel corpo, dovrà ringraziare la provvidenza comunque, di essere ancora in vita.

Fra le pieghe di queste violenze, sotto la pressione della paura, l’uomo può perdere il senso civile della ragione e il raziocinio dei suoi atti. Ma sempre può sorgere l’eccezione e affiorare nell’animo sentimenti compassionevoli verso il nemico che un momento prima volevamo andasse fuori dai piedi. E’ il caso di mia madre che nei giorni di fine guerra ha avuto parole di commiserazione verso due cosacchi che avevamo in casa e che a conoscere il proprio destino piangevano con la testa appoggiata sul tavolo. Diceva: “sono così giovani e sicuramente avranno anche loro una mamma che ansiosa li aspetta”. E’ meraviglioso, dentro quel marasma di emozioni che causa l’essere coinvolti nella guerra, lasciare il sopravvento all’amore, al perdono al posto del risentimento e all’odio.

Un altro fatto che conferma ciò che è appena scritto qui sopra è che Katiuska, pur conoscendo e sapendo che nella casa di fronte viveva la mia fidanzata e spesso ci vedeva insieme, e lei era cosacca e nemica, non dimenticava di essere donna, in varie occasioni si atteggiava seduttrice facendo risaltare ciò di cui era ben dotata, si avvicinava insinuante un po’ troppo, e se i nostri idiomi non si capivano, un altro linguaggio era ben comprensibile, conosceva l’arte della seduzione. Infine era donna e tutte le donne nascono dotate dell’arte per sedurre e conquistare gli uomini che sempre sono più ingenui. Io facevo il tonto per non trovarmi coinvolto in un’avventura che per varie ragioni doveva essere evitata. Prima di tutto frenare, mortificare il mio orgoglio maschilista, la più delicata e importante, potevo essere accusato di collaborazionismo con il nemico, Ivan…il terribile, avrebbe potuto squartarmi con la spada.

Il motivo che mi dava l’opportunità di vedere spesso la cosacca è che viveva di fronte alla casa della mia ragazza che io frequentavo spesso. Qualsiasi intimità più in là di “Dasvidania” (saluto russo) sarebbe stato un guaio che non volevo succedesse. Per ultimo Katiuska era bella sì, ma la poca igiene personale, e l’alito di aglio e cipolla che lei come tutti i cosacchi mangiava in abbondanza, avrebbe tenuto a distanza il più temuto degli uomini, forse meno Ivan, che oltre all’aglio e cipolla doveva aggiungere i miasmi dell’alcol.

Ciò che mi fa ricordare Katiuska non sono le sue attitudini deduttive ma una sera che, come tante altre, ero in casa della mia ragazza mi si avvicinò e con cipiglio minaccioso mi prese per il bavero della giacca e mi disse: “Tu partisan!” e tirando il bavero per la punta aggiunse “Americana!” riferendosi al giaccone che portavo. Rimasi un momento impacciato e timoroso, poi dissi a mia volta. “No partisan!” Parlando all’infinito, accompagnai con un gesto simulando un aereo e facendone il rumore, “San Daniele caduto aereo americano, io prendere questo”.

Era vero che era caduto un aereo, un bombardiere, a San Daniele e casualmente lo vidi cadere, trovandomi con la bicicletta molto vicino al posto, per curiosità assistendo ad un fatto così straordinario, insieme ad altra gente accorsa, mi avvicinai all’aereo non con l’intenzione di impossessarmi di qualcosa, arrivai a vedere solo un morto negro. In quel momento giunsero due fascisti con il moschetto e ci spararono ai talloni per allontanarci.

Comunque aveva ragione lei, ero partigiano e la giacca era la parte superiore di una tuta di un pilota inglese. Mi era stata regalata da un maggiore inglese capo della missione militare della quale facevo parte come autista nelle formazioni partigiane. Durante il grande rastrellamento nell’autunno del 1944, sciolte le formazioni fino alla prossima primavera, rimanemmo liberi di raggiungere le nostre case. Io potei superare lo sbarramento delle truppe tedesche, cosacche e missini della repubblica di Salò, che ci stavano braccando nella zona pedemontana della Val Tramontina, e dopo varie peripezie arrivai a casa mia con la giacca in questione.

Temevo che la cosacca, che in seno alle sue truppe aveva qualche gerarchia di comando, potesse valersene per arrestarmi o causarmi qualche noia, però non lo fece e il problema “giacca” non ebbe altro seguito. In quei tempi non era raro vedere le nostre ragazze vestire camicette e altri indumenti fatte con la tela dei paracadute inglesi o americani discesi dai nostri cieli a rifornire le formazioni partigiane di viveri, armi e altre vettovaglie necessarie alla causa.

Un fatto strano devo aggiungere a questi aneddoti e brevi storie di cosacchi. Finita la guerra negli anni cinquanta emigrai in Venezuela dove esercitavo il mio mestiere di fotografo  e un giorno mi chiamarono per fare delle fotografie in occasione di una festa familiare. Giunto sul posto mi resi subito conto che erano stranieri e chiesi di dove fossero, quale era la loro provenienza e mi dissero che erano russi.

A loro volta mi domandarono la mia provenienza e dissi che ero italiano, di Udine. Una delle donne presenti mi disse che conosceva Spilimbergo. L’uomo che le stava a lato la interruppe bruscamente con una gomitata al fianco e uno sguardo fulminante facendola a tacere. Era evidente che erano cosacchi, forse gli stessi che aggredirono mio padre. Questa sì che fu una strana e rara coincidenza, incontrare a diecimila chilometri di distanza questi residui di guerra che dieci anni prima causarono tante sofferenze alla gente dei nostri paesi.

Tutte le vicende narrate sono lo specchio di una realtà vissuta. Vive la speranza che la crescita della cultura crei uomini savi illuminati, che sappiano evitare le guerre che lasciano solo degenerazione, patimenti, sofferenze e dolore, e le generazioni future godano di pace, giustizia e libertà.

10 de noviembre de 2011

LA VIA DELLE MELE


Esistono molte vie che non sono propriamente vie cittadine, ma vie prescelte e create dal commercio dalla malavita per il transito di mercanzie lecite o proibite dalla legge. Queste vie possono chiamarsi: del ferro, della seta, della marijuana, del tabacco, della coca.
Non voglio riferirmi a queste vie ma alle vie friulane che si snodano sfiorando i cortili delle nostre case, vie nostrane buone e sicure, cariche di storia e in tempi ormai passati, percorse a piedi dalle nostre donne, mamme, sorelle, nonne con una gerla in spalla ricolma di frutti, dirette ai mercati di San Daniele o Spilimbergo: era la “via delle mele”. Erano loro, le “rivendicules”, che si addossavano questo faticoso lavoro con abnegazione e buona disposizione, per sopperire alle necessità familiari. Le vie cui mi riferisco vengono da Castelnovo, Oltrerugo, Costabeorchia, Val d’Arzino, e cito queste essendo quelle che mi hanno visto nascere, ma potrebbero essere tutte quelle della riviera pedemontana del Friuli occidentale, le cui genti accorrevano con i loro prodotti, che erano più o meno gli stessi, alle cittadine e grossi centri abitati più vicini e con lo stesso modus operandi. Non era impresa facile coprire la distanza scendendo dalle loro valli per raggiungere sia uno che l’altro mercato con una pesante gerla sulle spalle ricolma di frutta che poi non erano solo mele ma fichi, pere, noci, prugne e quant’altro si producesse su terreni che per la loro natura non permettevano altre colture. Chi disponeva vicino a casa di una piccola parte di terreno piano poteva seminarci gli ortaggi di consumo abituale, e questo era già un privilegio. Il lavoro di una famiglia, di un gruppo familiare, era uguale a quello di tanti altri nello stesso ambiente e si svolgeva, con poche varianti, allo stesso modo. Nei giorni di mercato all’alba, Giacomo sveglia la moglie Maria. Lei si alza ancora intorpidita, per le poche ore di sonno e per la stanchezza del giorno prima trascorso nella raccolta dei frutti e nei preparativi, in modo che il giorno seguente tutto fosse pronto per partire alla volta del mercato. Scendeva le scricchiolanti scale di legno e lo faceva in punta di piedi per non svegliare Tonino, il figliolo, che avrebbe voluto accompagnarla. Giunta in cucina, per prima cosa apriva la porta, come faceva ogni giorno, dava uno sguardo al cielo scrutando le intenzioni del tempo, timorosa che questo si mettesse a male e, quando questo sfortunatamente succedeva erano guai. Infatti si guastavano i frutti più delicati che non tolleravano dilazioni per essere smerciati, e ciò avrebbe compromesso l’esigua economia familiare. Rassicurata dal buon tempo, si preparava il caffè nel quale avrebbe intinto un pezzo di pane e questa era la sua colazione che avrebbe dovuto sostenerla fino a mezzogiorno. Per il pranzo provvedeva a mettere in un tovagliolo del formaggio e qualche fetta di polenta poiché il ricavato dalla vendita della frutta non poteva essere speso per pranzare in un ristorante, doveva usarsi per le necessità familiari e qualche spesuccia personale. Calzava i “scarpets”, calzatura leggera di tela, fatta a mano da lei stessa, con suola di stoffa trapuntata fittamente grossa come un dito, e tomaia di velluto a volte ricamata con fiori. Scarpette tipiche del Friuli e della Carnia. Andava poi dalla vicina di casa, compagna di mercato, a sapere se era pronta per partire. Nelle vicinanze, strada facendo, si incontravano con altre donne della borgata, anch’esse dirette al mercato con le gerle in spalla e lo stesso genere di frutti. Allo spuntar del giorno già si incontravano camminando sulla strada bianca avvolte nella bruma stagnante mattutina e scomparivano in lontananza come macchie informi, indefinite, che si dissolvevano lasciando la strada vuota. Il percorso per giungere al mercato richiedeva qualche ora ma questo tempo non era sprecato. Strada facendo il tempo veniva utilizzato sferruzzando, tessendo una maglia, una calza, dei guanti di lana per difendersi dal freddo nel prossimo inverno. Arrivate sui posti di vendita si ubicavano: a San Daniele sulla piazza ai piedi della scalinata del duomo, a Spilimbergo dalla piazza Garibaldi fin dopo la ex banca del Friuli all’inizio dei portici. Nelle ore del primo pomeriggio si avviavano al ritorno alle proprie borgate, alle proprie case, a cuor contento se la vendita era stata proficua, tristi se nella gerla era rimasta ancora frutta da smerciare. Per tutte il ritorno era più agevole essendo le gerle alleggerite del tutto o in buona parte.
Questo in tempi passati era un modo per guadagnarsi il pane quando fatica e sacrificio erano motivo di orgoglio, se questo era il prezzo da pagare per soddisfare in parte le necessità familiari.
A queste donne da parte mia, a distanza di molte decadi, devo chiedere perdono, sicuramente dovrà giungere all’aldilà, per una burla di mal gusto che a quei tempi, da ragazzino incosciente, perpetravo insieme ad una combriccola di coetanei. Legavamo un portamonete o un vecchio portafoglio con uno spago, lo posavamo sulla strada dove dovevano passare queste “rivendicules”, coprivamo lo spago con la polvere lasciando scoperta solo l’attrattiva esca che, al vederla, si precipitavano per coglierla. Ma in quel momento noi, nascosti sotto il ciglio della strada, tiravamo lo spago e l’oggetto magicamente spariva.
Ancora oggi, già anziano e ricco di molte primavere, pur considerandola una ragazzata, provo un senso di mortificazione per tale gesto che non doveva essere riservato a loro. Inevitabile coprotagonista  e complice fu la “via delle mele”.



9 de noviembre de 2011

MIA MADRE


Mai mi passò per la mente scrivere qualcosa sulla personalità di mia madre. Ma incontrando spesso molti conoscenti che mi parlano di lei con tanta simpatia e cordialità, decisi di farlo, poiché attraverso loro emergono dalle nebbie del tempo aspetti, condizioni e particolari della sua vita che danno merito alla sua memoria e lo faccio per tutti quelli che la conobbero, la stimarono, e le hanno voluto bene.
Madre, le cinque lettere che formano questo nome mi sono così care che un pudico ritegno mi inibisce per scrivere con scioltezza cose che ricordino la nostra convivenza. Una delle ragioni che mi spinge a farlo è che tu non fosti solo una donna che si consumò fra le quattro pareti domestiche tra i fornelli e i tegami. Fosti anche, nella tua modesta e minuta persona, un personaggio pubblico. Fosti bidella nelle scuole elementari fra bambini che ora sono già anziani e ancora ricordano quando passavi tra i banchi a riempire d’inchiostro i calamai, o quando qualcuno di loro giocando e correndo nel cortile durante la ricreazione, cadeva, e tu gli curavi le ferite con lo stesso amore come fossero tuoi figli. Eri un’eccellente cuoca e per diversi anni alimentasti i bambini che frequentavano la colonia elioterapica giù sulle rive del Tagliamento.
Anche questi ti ricordano e non si sono dimenticati della squisitezza dei tuoi minestroni come solo tu li sapevi preparare, la pastasciutta, le patatine fritte al rosmarino, e il resto degli alimenti che completavano la loro dieta.
Ma non solo dentro del perimetro del tuo paese, ma anche fuori di questo, sei ricordata per la tua integrità morale, la tua gentilezza, la tua disponibilità. Così ti comportavi anche con qualsiasi persona occasionale che incontrassi nel tuo che fare quotidiano. Mi sorprendono gratamente le tante persone che ti ricordano a molti anni dalla tua scomparsa, questo significa che hai lasciato una luminosa scia nella traiettoria della tua vita. Con umiltà scrivo di te che fosti madre mia, ma nello stesso tempo nutro un pensiero riverente per tante altre buone madri che ugualmente meriterebbero essere ricordate. Tu già non sei tra noi e scrivo di te per darti a conoscere meglio a tutti quelli che ti hanno stimata e voluto bene, e lo faccio con un sano impulso privo di qualsiasi stimolo vanitoso.
Io non sono poeta per scriverti un poema che porti alla superficie, alla luce, tutta la brillantezza che emanava dalla tua immagine, come lo hanno fatto Gogol, De Amicis, Pascoli, Beecher e tanti altri insigni scrittori che hanno saputo creare un ritratto della madre esaltando le virtù, le manifestazioni d’amore e l’eroicità nel sacrificio per i figli, valori che ci restano incollati nel nostro essere per portarli con noi fino alla tomba. Prova di questo fu quando assistii agli ultimi spasmi agonici di mio fratello ormai novantenne e in un filo di voce che ancora gli restava, mamma fu l’ultima parola che pronunciarono le sue labbra.
Quante cose sapevi fare madre, e risolvere nel momento opportuno quando le circostanze richiedevano una soluzione, come durante la grande crisi del 1929 che ridusse critica la nostra condizione familiare e nostri piatti passarono dall’aragosta alla sardina. Durante la seconda guerra mondiale che mancavano gli alimenti ed era veramente difficile trovare qualcosa da mettere nel piatto all’ora dei pasti tu trovavi sempre il modo di sfamare i tuoi figli e non poche volte la soluzione la trovavi nei prati circostanti la casa. Raccoglievi delle erbe, che tu conoscevi, e da queste dopo cucinate ne usciva un purè che accompagnato con polenta di mais era una pietanza deliziosa. Il nome di tale composto era: lidum o pistum.
Vorrei appostare a che le nuove generazioni non conoscono queste erbe commestibili e solo come dato curioso voglio segnare i loro nomi nella nostra lingua friulana, poiché non li conosco in altro linguaggio. Pestelac, malve, capeles di predi, pivides di pan e vin, confenon, plantai e sclupit.
Eri capace di fare molte cose con le tue mani, però la tua vocazione era destreggiarti nell’arte culinaria, fare la cuoca, e ci sei riuscita. Sposalizi, battesimi, comunioni e altre ricorrenze mamma Maria era chiamata per arricchire le mense con le tue squisite e prelibate vivande. In casa cucinavi, tra i tuoi piatti forti era il coniglio e mentre si cucinava e ti dovevi assentare io ero l’incaricato di vigilare la cottura. Mi dicevi: “Guarda che deve cuocere “dasi adasi” (adagio adagio) e nel “spolert” (cucina a legna), metti di tanto in tanto un paletto di legno e rimuovi delicatamente aggiungendo, se necessaria, mezza tazzina d’acqua ”. Così non solo venni a conoscenza di qualcuno dei tuoi segreti culinari, ma divenni un esperto nel cosificare la fiamma, che è molto importante per il buon esito di una buona cucina. E quando dal tegame si diffonde quel delizioso aroma che invade l’intorno, non si può resistere la tentazione di prendere uno zampino e gustare il sapore delle erbe aromatiche, le spezie e altri componenti del condimento che portavano il tuo marchio segreto risultando semplicemente una squisitezza. Risultava poi che quel coniglio si riduceva ad un esemplare di sole tre gambe e tu dandotene conto conoscevi già il mistero di quell'anomalia.
Altra qualità era dotata la tua personalità, la bontà. Quando uno qualsiasi dei tuoi quattro figli ti diceva di aver visto un mendicante per le vie del paese lo mandavi a cercare e mai andava via dalla nostra casa con lo stomaco vuoto.
Ora restiamo fra noi tra le cose di casa nostra, giunse l’epoca che ero diventato un giovanotto con certe esigenze e certe necessità, mi piaceva andare a ballare, quando si presentava l’occasione e dovevo salvare le apparenze con le ragazze che invitavo. Al papà chiedevo denaro e mi dava sempre poco e gli dicevo, ricevendo le poche lire che mi dava, che un giorno avrei foderato il suo tavolo da lavoro con carte da “100”. Tu mamma aggiungevi altro, poco, però, risultava sempre poco. A te mamma dicevo che avrei comprato una nuova bicicletta o un vestito di gala, cosa che muoveva un velato e chissà ad un incredulo sorrisino. Un giorno nella tua camera, madre, scopersi qualcosa di voluminoso appeso sotto un cappotto appeso all’attaccapanni. Era una borsetta nera di cuoio e nell’interno conteneva un buon pacchetto di monete di diversi piccoli tagli, quello di più valore era di dieci lire, questi erano pochi, gli altri erano da cinque, da due e da una lira. Questa scoperta mi permise di arrotondare qualcosa in più per le mie piccole spese. Questo gruzzoletto erano le rimanenze della spesa giornaliera e ti servivano per comprarti qualcosa di tanto in tanto di tua necessità.
Nel dopoguerra, riaprendosi il mercato del lavoro nei paesi europei, ebbi la fortuna di avere un contratto di lavoro in Svizzera, così migliorarono le mie condizioni economiche. Al ritorno in Italia a fine contratto, compii la promessa che avevo fatto a papà. A te mamma confessai dei miei piccoli furti nella tua borsetta, cosa che tu ti eri già data conto della mancanza del denaro, sebbene io avessi usato l’accortezza di non far diminuire il volume cambiando i biglietti da cinque e dieci lire, reintegrandoli con monete da una o due, in modo che il volume fosse lo stesso, ma la quantità in valore era notevolmente diminuita. Con questa confessione ebbe fine la perplessità dell’ammanco e anche a te diedi per decuplicato il maltolto in forma malandrina.
Fin da molto giovane mi preoccupai delle ristrettezze economiche della mia famiglia e mi tormentava il pensiero di come avrei potuto migliorare la situazione. Anch’io, come mio padre, varcai l’Oceano in cerca di fortuna. Lui lo fece dopo il crollo del 1929 che lasciò la nostra famiglia sul lastrico. La dea bendata per lui rimase cosi, bendata e sorda, senza apportargli nessun miglioramento economico. Io emigrai dopo la seconda guerra mondiale, quando lui aveva già lasciato questo mondo. Rimase la mamma e a lei riuscii a dare una certa tranquillità economica e mi compiacevo ogni volta che le mandavo un assegno che lei cambiava in una banca di Spilimbergo. Mi raccontano che quando andava a prendere la corriera per recarsi a cambiare il suo assegno indossava la sua roba migliore: vestito nero con colletto di pizzo bianco, lo spolverino e i guanti neri. Così tutta in ghingheri, magari con i suoi vestiti un po’ fuori moda, residui di tempi migliori, andava in banca a cambiare il cheque che le mandavo ogni mese. A mia volta in un rientro in Italia fui alla stessa banca e, visto il mio cognome, mi chiesero se fossi il figlio di quella donnetta così e così, dandomi i dettagli di mia madre. Compresi che anche gli impiegati che avevano avuto da fare con lei erano stati conquistati dalla sua grazia e simpatia.
Mamma la tu avita non si differenzia da quella di tanti tuoi simili, fatta di lati e bassi, di gioie e dolori. Sicuramente un giorno sereno e gioioso fu, quando, per una vacanza, venni in Italia e un mattino molto presto mi svegliò un dolce canto di una voce quasi fosse quella di un bambino. Incuriosito per sapere di chi era quella voce e quel cantare cosi di buon ora, aprii la finestra che dava sull’orto e lì eri tu alle prese con i tuoi pomodori ed eri proprio tu che cantavi. Il tuo canto mi rallegrò e mi commosse nello stesso tempo perché non è di tutti i giorni sentire cantare una mamma novantenne. Quante cose ancora potrei dire di te, ma penso che le linee con le quali ho disegnato il tuo ritratto siano sufficienti. Altri dettagli resteranno con me nell’intimità del mio cuore per sempre.
Il tuo canto quel mattino fu come il canto del cigno, poco tempo dopo ci lasciasti per il tuo viaggio senza ritorno.
Nella tua agonia nell’ultimo alito di vita che ti restava ti dissi “Sono qui vicino a te” e le tue labbra vollero accennare un sorriso appena percettibile, poi la tua espressione sprofondò nel nulla dell’oscurità e in quel momento compresi che avevo perso per sempre chi più avevo amato nella mia vita-la mamma-.